Mons. Duffé: La Chiesa tra accoglienza e popolo

Il segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, mons. Bruno-Marie Duffé, parlando ad una conferenza sul tema ‘Migrazioni globali e nuovi nazionalismi. La Chiesa di fronte a xenofobia, populismo, razzismo’, tenutasi al Collegio Universitario di santa Caterina da Siena a Pavia, ha ricordato che la speranza del Regno di Dio non può essere identificata con una nazione, ma resta un orizzonte che invita alla conversione costruendo una società di giustizia in cui ciascun figlio di Dio è accolto e protetto:

“L’accoglienza e l’aiuto ai migranti ‘destabilizzano’ i pensieri e i riferimenti che abbiamo dentro di noi. Non sono tanto i mezzi a mancarci. A essere toccata in noi dalla presenza di coloro che vengono da lontano, che non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa religione e mancano delle cose necessarie alla sopravvivenza, è la nostra rappresentazione della famiglia, della comunità e dell’umanità. Si tratta dei punti di riferimento sui quali costruiamo la nostra sicurezza immaginaria, la nostra casa simbolica, la tranquillità spirituale”.

Mons. Duffé ha ricordato che “i migranti, con la loro presenza, ci spingono a ripensare i confini che abbiamo costruito con molta fatica, nel corso degli anni, delle generazioni, delle guerre e delle crisi. Non appartengono alla nostra famiglia, alla nostra storia e soffriamo nel sentire la loro propria storia che ci sembra ancor più distante, non esprimendosi necessariamente con il nostro stesso vissuto”.

Nell’intervento ha ricordato di un’esperienza personale accadutagli in Francia, nel 2015 in un paese di 2500 persone: “Il sindaco del villaggio, allora, mi convocò dicendomi che l’arrivo di queste due famiglie avrebbe ‘destabilizzato’ il comune. Gli spiegai, quindi, che queste due famiglie erano composte da quattro adulti e quattro bambini e che la popolazione del villaggio era stimata in 2500 persone.
Tuttavia, capii che il verbo ‘destabilizzare’, usato dal sindaco davanti al suo Consiglio, non si riferiva soltanto a una questione di numeri, ma a una questione di solidarietà nel vero senso della parola.

Intendo che egli non desiderava che il legame di conoscenza e riconoscenza che univa gli abitanti del suo comune si aprisse a queste due famiglie. Ai suoi occhi, il cerchio era chiuso e non c’era la benché minima possibilità che si aprisse. D’altro canto, il dibattito si arenò sulla scolarizzazione dei quattro bambini.

Preciso che la legge francese obbliga i comuni a fornire istruzione scolastica a ciascun minore, a prescindere dalla situazione sociale dei genitori. Ci fu dunque l’esplicito rifiuto di prendersi in carico questi bambini, con la motivazione che essi avrebbero gravato sul bilancio sociale del comune”.

Durante l’incontro ha precisato che l’incontro con i migranti serve a non dimenticare le nostre migrazioni: “Nel pensiero moderno, è come se avessimo dimenticato che siamo tutti fondamentalmente dei ‘migranti’. I sedentari, che si sono costruiti un universo abitato d’oggetti che fungono da simboli, addirittura da divinità, hanno dimenticato di essere stati dei migranti.

Questa dimenticanza, che gli fa guardare quest’ultimi come esseri ‘fuori dal loro mondo’, ha progressivamente modellato il loro spirito, la loro cultura, il loro sentire. La resistenza all’accoglienza dei migranti ci insegna che l’uomo può perdere la memoria della sua umanità quando mette radici in un mondo fittizio, il mondo delle costruzioni che guarda come se fossero eterne. La paura dei migranti è una paura analoga a quella che ci ricorda la fragilità della nostra condizione”.

Dopo un’attenta analisi sociale e storica il segretario del dicastero vaticano ha ricordato che l’ospitalità è un pilastro fondamentale di ogni popolo: “Anche se, lo sappiamo, le società si costruiscono e si rinnovano soltanto nell’ospitalità reciproca. Ma ciò presuppone che la condivisione sia considerata come un valore e non come un indebolimento… Chi è il popolo? La questione non è così semplice come sembrerebbe.

Se vogliamo evitare di parlare di un popolo mitico o astratto, è importante ricordarsi che ciò che costituisce un popolo, sono gli eventi fondanti e liberatori, gli incontri e le alleanze, una memoria e uno spirito condivisi. E’ chiaro che non esiste un popolo ‘in sé’ che si possa evocare. Si tratta di persone che si incontrano e, in questo insieme che chiamiamo popolo, possono trovarsi persone molto diverse.

Perché non è soltanto un’identità ancestrale che definisce un popolo ma la sua storia: i suoi incontri, le sue scoperte e speranze. In questa storia, lo straniero, il migrante, il passante, ha una funzione di apertura e rivelazione: porta con sé un messaggio essenziale che rompe le solitudini e fa scoprire quello che ancora non si sapeva”.

La Chiesa in questo campo, attraverso la Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’ ricorda la sua missione: “Essa è inviata al cuore di questa umanità, dove si incrociano i passanti e i migranti che tutti noi siamo, in un modo o nell’altro, per offrire e ricordare la gioia della fraternità.

La missione della Chiesa comincia dunque sempre con l’ascolto e la considerazione delle inquietudini e delle aspirazioni umane. In questo modo essa si distingue da ogni costruzione filosofica e politica che pretenderebbe di avere la risposta alle domande che gli uomini e le donne di un’epoca portano dentro di sé. La Chiesa è prima di tutto in ascolto e basandosi sull’ascolto può dire a una persona- e forse a un popolo nell’inquietudine e in attesa, migranti o insediati, richiedenti asilo o guardiani della porta: io credo con te; io credo in te”.

La Dottrina sociale della Chiesa evita ogni strumentalizzazione del Vangelo: “La Chiesa, intesa come comunità di battezzati, si costruisce come comunione tra i membri di una collettività nazionale. Essa è il legame tra donne e uomini che hanno partecipato e partecipano allo sviluppo di un’unità nazionale.

Attraverso ciò essa partecipa alla costruzione di legami di riconoscimento tra tutti i cittadini di una nazione. Allo stesso tempo, essa ricorda continuamente, a partire dall’insegnamento e dall’azione del Cristo stesso, che lo straniero è invitato a partecipare alla vita della comunità e beneficia di una stessa eredità di speranza”.

Ha concluso la riflessione, sottolineando che la speranza non può essere relegata entro i confini di uno Stato: “Questo riferimento alla predicazione e all’attenzione del Cristo consacra l’apertura dello spirito che non può giustificare il nazionalismo, e ancor meno la segregazione, che mantiene al di fuori della comunità coloro che chiedono di entrare.

Certamente, sarà mantenuta la fondamentale distinzione tra nazione e Chiesa e quella mancata corrispondenza è una componente determinante della teologia politica della Chiesa cattolica. Perché la speranza del Regno di Dio non può essere identificata con una nazione o con un sistema politico. La realizzazione del Regno rimane un orizzonte che invita alla conversione costruendo, giorno dopo giorno, una società di giustizia e di diritto, in cui ciascun figlio di Dio è accolto, nominato e protetto”.

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