Nato colpevole: un libro che racconta il mondo delle carceri

L’ex boss ‘sanguinario’ della Versilia, Carmelo Musumeci, in carcere da quasi 30 anni, è stato il protagonista della lotta tra clan che ha infiammato, tra gli anni ’80 e ’90 le province di Massa Carrara, Lucca, Livorno e La Spezia, ed è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Alessio Gozzani, l’ex calciatore poi imprenditore assassinato all’autogrill della Sarzana nell’aprile del ’91.

In quel periodo, come riportano le cronache di allora, lunga è stata la scia di sangue tra il clan Tancredi e gli affiliati di Musumeci per il controllo del gioco d’azzardo, della prostituzione e della droga. Lui è nato a Catania nel 1955 ed ha passato lunghi anni in detenzione di 41bis prima all’Asinara e poi a Spoleto, fino alla semilibertà ottenuta nel 2017 dal tribunale di Sorveglianza di Venezia.

Ora Musumeci, che nel frattempo ha conseguito tre lauree, il giorno lavora in una comunità per disabili di don Benzi a Bevagna e scrive libri, di cui l’ultimo si intitola ‘Nato colpevole’, che è una riflessione sulla sua vita in forma di racconto. Il libro racconta lo sguardo di Musumeci di oggi su quando era bambino e ragazzo, mettendo in fila le sofferenze e le azioni che hanno portato all’uomo che è oggi.

L’autore scrive con garbo la propria vita da bambino ‘maltrattato’ a ragazzo che uccide un uomo. O, ancora, dell’adolescente che a 15 anni è stato legato a un letto di contenzione per una settimana: ‘Sono sì nato colpevole, poi io ci ho messo del mio a diventarlo’. Nel ricevere premi per i suoi libri ha spiegato la decisione di scriverli:

“Una volta un mio compagno di cella, che mi vedeva scrivere tutti i giorni, mi aveva chiesto perché lo facessi e gli avevo risposto che innanzitutto scrivevo per fare sapere qualcosa di più di me ai miei figlie alle persone che mi volevano bene, poi per dare il mio contributo a far conoscere il carcere al mondo esterno e gli avevo citato una frase trovata scritta sul muro di un lager nazista: io sono stato qui e nessuno lo saprà mai.

Ecco, questa per me era la cosa più brutta. Quando uno scrive non è mai sicuro di niente. E non è vero che uno scrive per se stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io, in 27 anni di carcere, ho scritto anche per dimostrare a me stesso che, nonostante fossi chiuso in cella, coperto di cemento e di sbarre di ferro e cancelli blindati, non solo respiravo, ma ero anche vivo.

Come sappiamo, la letteratura è l’anima di un Paese e io sono fortemente convinto che in Italia la giustizia e le prigioni siano quelle che sono anche perché, a differenza di altri Paesi, nel nostro manca una letteratura sociale carceraria. Dall’universo carcerario arrivano notizie ma non arriva una informazione ‘dal basso’, per questo penso che sia importante per i prigionieri far conoscere all’opinione pubblica l’inferno delle nostre ‘Patrie Galere’ che i nostri governanti hanno creato e mal governano.

Nel mondo esterno ormai le persone scrivono poco, o perché non hanno tempo o perché sono occupati a guardare i loro telefonini, per questo penso che una nuova letteratura contemporanea possa nascere solo fra le sbarre”.

Rileggendo la propria vita non ha cercato ‘giustificazioni’: “Ho pensato soprattutto che sono diventato quello che non avrei voluto mai essere, ma purtroppo a volte si nasce colpevoli (sotto un certo punto di vista) e poi ci si diventa per cercare scorciatoie nella vita. Ho accettato le restrizioni del carcere e della libertà, ciò che non ho mai condiviso è che molte di queste restrizioni producono criminalità e certe situazioni posso solo che incattivire e inasprire.

A me è accaduto a un certo periodo, poi grazie alle relazioni che mi sono costruito, sono riuscito a migliorarmi. La famiglia, nonostante il supporto che mi ha dato, da sola può non bastare. Soprattutto se la società decide che tu sarai un colpevole a vita. E’ vero, io sono un criminale, ma se quelli là fuori non hanno neanche il coraggio e l’umanità di ammazzarmi prima, ma di tenermi murato a vita in una cella..forse non sono solo io il cattivo”.

Nella prefazione del libro la giornalista Francesca Barca ha scritto il proprio incontro con Carmelo Musumeci: “Per molto tempo non ho nemmeno approfondito la storia personale di Carmelo, ovvero le ragioni per le quali si trova in prigione: sapevo che Carmelo era un ergastolano ostativo, un ergastolano a cui sono rifiutati i benefici previsti per il regime dell’ergastolo (il regime di semilibertà, la libertà condizionale e alcuni tipi di permessi) perché la persona rifiuta di diventare ‘collaboratore di giustizia’; sapevo, perché ho letto le sue testimonianze, che Carmelo ha subito anche il 41bis.

Non l’ho fatto, non mi sono informata sulla sua storia (la domanda classica ‘ma cosa ha combinato per finire lì?’) credo, perché quella voce meritava uno spazio a prescindere. Mi interessava leggerla, mi interessava che fosse ascoltata… In questo caso, nel caso della storia e degli scritti di Carmelo (e più in generale della sua presenza, della sua presa di parola pubblica) quello che rimane a me, da lettrice, è la responsabilità.

La responsabilità, pregna e densa, di chi ha subito violenza, di chi ha fatto subire violenza, di chi ha pagato, di chi ha reagito e di chi ha preso parola, pubblicamente, ‘politicamente’ nel senso più ampio e bello che questo termine può contenere… La sua storia merita di essere letta e ascoltata: ci parla di colpa e di violenza, di repressione e perdono, e di responsabilità, pubblica e personale”.

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