Mons. Pizzaballa: Betlemme è una ‘scelta politica’ di Dio

“Il prossimo anno non sarà, da un punto di vista politico, diverso o migliore di questo che sta finendo. Sappiamo che continueremo a vivere nella stessa situazione e che non possiamo cambiarla. Ma possiamo cambiare il modo in cui noi la viviamo nel nostro piccolo contesto. Continuiamo a essere cristiani orgogliosi, felici e gioiosi, pronti ad annunciare nella nostra vita che noi apparteniamo a qualcuno, Gesù, nato a Betlemme, diventato vita in noi”.

E’ stato l’augurio che mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha indirizzato ai fedeli nel suo video-messaggio di Natale. Infatti nel messaggio ha invitato i cristiani a non perdere la fiducia in Dio: “Dovunque vediamo violenza, problemi politici e tensioni. Tutto questo non è nuovo.

A volte ci chiediamo perché parlare di gioia, speranza e pace quando viviamo in un contesto dove non ci sono né pace, né gioia, né speranza. Solo retorica? Solo slogan? No. Non sono slogan. Noi cristiani abbiamo Gesù, Gesù è la nostra gioia, la nostra speranza e la nostra pace. Se davvero viviamo in Lui e Lui in noi questa è la nostra realtà. Pace, gioia e speranza le viviamo come esperienza personale”.

Anche nell’omelia della celebrazione eucaristica della notte di Natale mons. Pizzaballa ha sottolineato la ‘scelta’ di Dio di nascere a Gerusalemme: “Non è soltanto una indicazione storico-geografica, ma una scelta divina. Nascere qui, in un luogo determinato, in una città di questa terra è ciò che Dio ha voluto da sempre, poiché Egli ama le città degli uomini.

Se la Bibbia comincia in un giardino, si conclude poi in una città, la santa Gerusalemme. E la stessa vita di Cristo, che qui comincia, dalla nascita fino alla morte, sarà un continuo andare per città e villaggi: il deserto fu, per lui, una parentesi, necessaria, ma non definitiva”.

Infatti Dio ha scelto di manifestarsi nelle città: “Betlemme, Nazareth, Cana, Cafarnao, Gerusalemme, sono nomi cari al nostro cuore, perché nomi di città amate da Gesù. E dietro di Lui, gli Apostoli hanno continuato a percorrerne tante altre: Corinto, Efeso, Tessalonica, Antiochia, Roma… Un cammino che continua nelle nostre città di oggi, custodito ed animato dalla Sua presenza…

Il nostro Dio è un Dio di città, che abita le città, perché è un Dio con gli uomini, Immanuel; la Sua Parola non si esaurisce in una proposta religiosa privata o solo personale. Essa cerca e vuole una strada, una casa, una città da abitare e da trasformare. Chi vuole rinchiudere il Vangelo o la presenza dei cristiani dentro confini privati o intimistici, non ha compreso il desiderio di Dio. L’Incarnazione del Figlio di Dio è un fermento, è lievito destinato a far crescere ed amalgamare tutta la pasta, l’intera realtà dell’uomo, cosmo e storia, vita e città”.

L’amministratore apostolico ha sottolineato che questa scelta di Dio è una ‘passione politica’: “Il Natale di Cristo a Betlemme è dunque un passo di Dio verso la nostra terra e le nostre città, e l’invito rivolto già ai pastori e ai Magi, si ripete a noi oggi, ad andare fino a Betlemme, e da lì fino agli estremi confini della terra. La nascita del Signore nelle nostre città, vuole accendere dentro di noi una sorta di ‘passione politica’, suscitare la responsabilità di una cura per la città e la terra che abitiamo.

Non per possederla o occuparla, ma per trasformarla da semplice agglomerato urbano al servizio di privati e personali interessi, in spazio e luogo di esperienza di comunione e di pace, di relazione e di condivisione”.

La scelta ‘cittadina’ di Dio ‘fatto uomo’ è un atto d’amore: “L’abitare di Cristo tra noi è stato innanzitutto un atto di amore. Egli ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra vita. Egli ‘passò beneficando e sanando’: è entrato nelle nostre case, ha mangiato alla nostra tavola, ha bevuto il nostro vino, ha camminato per le nostre strade, ha giocato con i nostri bambini, ha gioito per le nostre feste ed ha pianto per i nostri morti.

Egli non ha scelto la separazione e la distanza, né ha amato l’isolamento e la lontananza. Il Suo è stato uno stile di condivisione e di comunione, di partecipazione e di presenza. I suoi discepoli, noi cristiani, non possiamo non seguirne le orme. Se è vero che non abbiamo qui una città stabile ma camminiamo verso quella futura è anche vero che ci è stato chiesto di ‘restare in città’ per aprire in essa le vie del Regno”.

Ed ecco l’invito ai cristiani a non abbandonare la città nonostante i rifiuti: “Noi vogliamo, con Gesù, abitare questa terra, non abbandonarla, per condividerne i dolori e le angosce, le gioie e le speranze e camminare tutti insieme sulla via della salvezza. Noi ci diciamo disposti ad ogni sforzo, ad ogni impegno, ad ogni iniziativa che renda le nostre città aperte ed ospitali, dove tutti possano trovare una casa, un lavoro, una vita degna e buona.

Noi chiediamo al Bambino di Betlemme e ai Suoi Genitori che qui vennero in cerca di alloggio, di aiutarci a restare in città; chiediamo l’aiuto per continuare ad essere, come Loro, presenza di pace in questa terra. Perché le nostre città senza i cristiani saranno più povere e i nostri cristiani senza le loro città rischiano di smarrire il cammino.

Riconosciamo che in questa stessa città la Santa Famiglia sperimentò il rifiuto, le porte chiuse, la cieca violenza di Erode. E’ sempre possibile che i suoi non Lo riconoscano e non Lo accolgano. Venendo ad abitare tra noi, il Signore svela anche la contraddizione del nostro abitare spesso conflittuale e prepotente”.

Solo con la Sua presenza le città possono essere santificate nell’attesa della Sua ‘venuta’ definitiva’: “Noi chiediamo che la Sua Parola e la nostra preghiera trovino ascolto nel cuore di chi detiene l’autorità politica e sociale. Noi non vorremmo più piangere per il rifiuto, per l’estrema povertà, per le tante sofferenze che affliggono il nostro popolo.

Noi vorremmo che, grazie alla buona volontà di tutti, Dio possa continuare ad abitare nelle nostre città. E così noi speriamo che le nostre Città siano davvero sante, non solo e non tanto per la memoria carissima conservata nelle pietre, ma per la vita che in esse si vive. Il Signore, nascendo tra noi, ha posto sulla terra l’inizio del Regno e ne ha promesso il pieno compimento nella Gerusalemme del cielo.

Questa nostra celebrazione natalizia non è una semplice commemorazione, ma l’annuncio efficace che quanto qui è iniziato nel Natale di Cristo troverà pienezza di realizzazione quando Egli ritornerà”.

Ed ha concluso l’omelia invitando a farsi guidare dalla ‘stella’ per rendere la città armoniosa: “Noi vogliamo, come i Magi, guardare alla Stella di Betlemme e accogliere la grazia e l’umile amore del nostro Dio per tornare alle nostre città ‘per un’altra strada’, per una via nuova che renda nuovo il nostro abitare.

Noi chiediamo stasera, a Cristo Signore nato a Betlemme, che ci dia la grazia e la forza di trasformare le nostre città nel Suo Regno, di percorrere con Lui la via antica e sempre nuova della fede, dell’amore e della speranza fino a quando, dal cielo, scenderà la nuova città, dove Dio abiterà con noi e noi con Lui, per sempre”.

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