Le diocesi italiane hanno celebrato la bellezza del Natale

Nella celebrazione eucaristica della notte di Natale papa Francesco ha sottolineato che Betlemme è ‘la svolta per cambiare il corso alla storia’: “Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare. Dio si fa piccolo per essere nostro cibo. Nutrendoci di Lui, Pane di vita, possiamo rinascere nell’amore e spezzare la spirale dell’avidità e dell’ingordigia”.

Ed anche dalle diocesi italiane è risuonato il ritmo di un nuovo momento per l’umanità, come ha sottolineato nella cattedrale di Spoleto, mons. Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale umbra: “La festa odierna ci ridona il ricordo vivo di un evento centrale nella vicenda umana, il solo evento che è davvero inedito, davvero rivoluzionario, davvero redentivo per l’uomo: la nascita del Figlio di Dio nella nostra carne mortale.

Noi cristiani, noi che celebriamo il Natale, siamo essenzialmente un ‘popolo che ricorda’; un popolo che però vive in mezzo a un’umanità smemorata. Smemorata perché è tutta presa e quasi ossessionata dalla preponderanza di ciò che è attuale, quindi effimero e senza un consistente futuro”.

E’ la festa del Natale che impedisce all’uomo di cadere nella dimenticanza: “Proprio per questo, noi che celebriamo il Natale riceviamo contestualmente l’impegnativa missione di preservare i nostri contemporanei (con la nostra testimonianza, il nostro annuncio, la nostra gioia) dalla sventura della dimenticanza. Perché la dimenticanza della propria origine e del proprio destino è alla radice di ogni insensatezza e di ogni sottile alienazione.

Che in sostanza è ‘dimenticanza di Cristo’, se è vero (come è vero) che tutti dall’inizio siamo stati in lui pensati e voluti dal Dio creatore; se è vero (come è vero) che l’intera nostra esistenza, giorno dopo giorno, è un procedere fatale incontro a lui, Signore della storia”.

Se si dimentica la ‘sorgente’ della storia si rischia di correre verso il ‘deserto dell’umanità’, scordandosi dei poveri e delle persone “maltrattate da mercanti di carne umana senza scrupoli e da leggi discutibili varate di recente … e come dimenticare l’odissea del piccolo Sam, che solo qualche giorno fa ha avuto per culla un barcone ed è stato finalmente accolto a Malta, perché per lui e la sua mamma in Italia non c’era posto… Come discepoli di Gesù, non possiamo rimanere insensibili di fronte a quanti sono abbandonati e lasciati per strada senza nessuna prospettiva di futuro”.

Dalla diocesi di Ascoli Piceno mons. Giovanni D’Ercole ha invitato i fedeli a meditare sulla ‘pienezza dei tempi’: “Gli uomini possono trarne il diritto di assumere la stessa ricchezza di quel bambino e chiamare Dio ‘babbo’, con la meraviglia della prima volta in cui riuscimmo a pronunciare questa parola o con l’emozione di quando, sempre per la prima volta, l’abbiamo sentita rivolta a noi. Dio nostro padre, Gesù nostro fratello! E noi suoi eredi, tutti. Ogni persona, anche chi bussa alla porta della nostra casa e del nostro cuore, che viene tra noi diventa cenno, è presenza di Lui!”

Ed ha descritto la ‘contemplazione’ del presepio: “Poi la contemplazione di Maria e Giuseppe, immaginandosi la trepidazione con cui avranno atteso Gesù, ma anche le traversie, la fuga, le difficoltà. Eppure tutto passa, tutto diventa pace dinanzi a quel Bambino, perché il re della storia adesso è lui…

C’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da lui pensato, da lui amato… da lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo”.

A Bologna mons. Matteo Maria Zuppi ha ricordato che il Vangelo non è un narcotico: “E’ luce nelle tenebre, non fuga in un mondo che non esiste. Avviene in uno sconvolgimento della vita ordinaria causato dal decreto di colui che era ritenuto Dio e che disponeva della vita degli uomini, Augusto. Le cose grandi sembrerebbero le sue, non quelle di un bambino figlio di un uomo e una donna costretti a mettersi in cammino dalla loro casa per andare a farsi censire.

Anche noi viviamo in un tempo di tanta incertezza, disorientati adoratori di un benessere che non mantiene le promesse, impauriti del futuro perché abbiamo nel cuore poca speranza, ridotta ad illusione o vago ottimismo. Natale ci spinge a metterci in cammino con Maria e Giuseppe… Maria e Giuseppe non si fanno dominare dalla rabbia e con questa giustificano l’aggressività e il rozzo pensare a sé.

Essi affrontano l’insicurezza, i rischi, la fatica, l’amarezza di non trovare un posto per loro, l’umiliazione di essere costretti fuori; non evitano i problemi; si sacrificano e non salvano se stessi perché hanno la forza che vince la paura. Infatti essi ascoltano e mettono in pratica la Parola che l’angelo aveva rivolto loro.

La forza viene dalla Parola che si fa carne. La forza è l’amore per quel bambino che l’angelo aveva loro affidato… Familiari di Gesù non sono coloro che pensano di difenderlo rendendolo una legge, ma chi ascolta e mette in pratica la Parola e accoglie il Verbo che si è fatto carne, storia, presenza. Questa è la gioia del Natale”.

Da Genova il card. Angelo Bagnasco ha invitato i fedeli ad ‘andare senza indugio’ come i pastori: “Se in noi, come nei pastori, pulsasse il desiderio di incontrare il Signore, allora anche noi, come loro, ci metteremmo alla ricerca di Lui ‘senza indugio’… Sembra che Dio possa sempre attendere, che venga sempre dopo, che il resto sia sempre più urgente. Mentre spendiamo energie per mille cose anche futili, per cercare Dio, per stare con Lui nella preghiera, nella sua Parola, nell’Eucaristia, nella comunità, nel servizio ai bisognosi, sembra che non sia mai l’ora, che non si sia disposti all’impegno, alla pazienza, al sacrificio.

In questa santa notte siamo qui, ed è un dono!.. In questi giorni ci viene offerta una grande grazia: sostare davanti al presepe e, guardando i pastori camminare verso la grotta, porci la domanda cruciale: desidero Dio? Desidero scoprire i segni della sua vicinanza? Non temiamo di risponderci con sincerità: porci la domanda sarà come metterci in cammino ‘senza indugio’ verso il piccolo Gesù: Egli non si stanca di venire verso di noi. E sarà Natale”.

Da Crema mons. Daniele Gianotti ha sottolineato il ‘compiacimento’ di Dio per la gioia del Natale: “La gratitudine per il ‘compiacimento’ di Dio, per la sua buona volontà che noi abbiamo vita e vita piena, la contemplazione riconoscente della gloria di Dio che risplende in Gesù bambino (e che risplenderà in modo ancor più paradossale nel Cristo crocifisso) non può trascurare la domanda: e noi, che cosa ne facciamo, della gloria di Dio e della sua pace?

Riusciremo mai a fare veramente nostra la sua ‘buona volontà’, ossia la sua volontà di bene e di vita per l’uomo?.. Per noi che ci professiamo cristiani si gioca, qui, una questione molto seria: perché la gloria di Dio e il suo dono di pace sono fragili come il Bambino nella mangiatoia, e sono posti anche nelle nostre mani, perché non possono ridursi a un dolce pensiero nel quale cullarci la notte di Natale.

Ascoltare il canto degli angeli e parteciparvi con le nostre lodi sarebbe davvero troppo poco, se non onorassimo al tempo stesso la gloria divina nell’uomo amato da Dio e non ci adoperassimo con tutte le nostre forze e il nostro ingegno per la sua pace, per la sua pienezza di vita.

Cominciamo pure a farlo da chi ci sta accanto, da chi ci è più vicino: senza dimenticare che intorno alla mangiatoia di Betlemme sono invitati tutti, vicini e lontani, perché la gloria di Dio è la pace e la salvezza di tutta l’umanità e di tutto il creato”.

Da Perugia il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, ha sottolineato il valore del Natale, perché Dio è Dio della vita: “Il Natale cristiano viene a ricordarci che il nostro Dio è il Dio della vita, non della morte; dell’impegno, non della rassegnazione; della pace, non delle tensioni polemiche; della gioia, non dello sconforto senza speranza.

Per questo sento di augurare alla comunità cristiana e alla più ampia società civile il coraggio di non arrendersi, di ricominciare ogni giorno con la fatica della ricerca, di affrontare la complessità della vita. Non vergogniamoci mai delle nostre radici umane e di fede. E non svendiamo mai la nostra identità cristiana”.

Ed ha ricordato l’attualità del pensiero di don Mazzolari: “Presepio e calvario, infatti, sono il segno che Dio ci ama uno ad uno, entra nella nostra abitazione pur squallida, sale con noi sulla nostra croce pur distruttiva. E tutto ha senso perché Dio ha senso. Luce e tenebre, vita e morte si intrecciano in ogni esistenza umana. Lo costatiamo ogni giorno dalla nostra esperienza personale e dalle notizie della cronaca”.

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