Papa all’Angelus: Dio è un padre buono ed accogliente

“A voi, fedeli di Roma, a voi, pellegrini, e a tutti voi che siete collegati da ogni parte del mondo, rinnovo il gioioso annuncio di Betlemme: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli/e sulla terra pace agli uomini, che egli ama’. Come i pastori, accorsi per primi alla grotta, restiamo stupiti davanti al segno che Dio ci ha dato: ‘Un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia’. In silenzio, ci inginocchiamo, e adoriamo”.

Con queste parole papa Francesco ha iniziato il messaggio natalizio ‘urbi et orbi’ pregando per la pace nelle zone del mondo considerate più in difficoltà per un vero Natale di fraternità. Affiancato dai cardinali Renato Raffaele Martino, prefetto emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, e Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, il papa ha spiegato il messaggio universale del Natale:

“Ci dice che Dio è Padre buono e noi siamo tutti fratelli. Questa verità sta alla base della visione cristiana dell’umanità. Senza la fraternità che Gesù Cristo ci ha donato, i nostri sforzi per un mondo più giusto hanno il fiato corto, e anche i migliori progetti rischiano di diventare strutture senz’anima”.

Ed ecco i suoi auguri di ‘fraternità’ perché Dio si è rivelato in Gesù: “Per questo il mio augurio di buon Natale è un augurio di fraternità. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura. Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni. Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio a tutti coloro che lo cercano”.

Perciò le ‘differenze’ sono ricchezza: “Allora le nostre differenze non sono un danno o un pericolo, sono una ricchezza. Come per un artista che vuole fare un mosaico: è meglio avere a disposizione tessere di molti colori, piuttosto che di pochi! L’esperienza della famiglia ce lo insegna: tra fratelli e sorelle siamo diversi l’uno dall’altro, e non sempre andiamo d’accordo, ma c’è un legame indissolubile che ci lega e l’amore dei genitori ci aiuta a volerci bene. Lo stesso vale per la famiglia umana, ma qui è Dio il ‘genitore’, il fondamento e la forza della nostra fraternità”.

Infine un pensiero a coloro che subiscono violenze per la loro fede ed ai bambini: “Un pensiero particolare va ai nostri fratelli e sorelle che festeggiano la Natività del Signore in contesti difficili, per non dire ostili, specialmente là dove la comunità cristiana è una minoranza, talvolta vulnerabile o non considerata. Il Signore doni a loro e a tutte le minoranze di vivere in pace e di veder riconosciuti i propri diritti, soprattutto la libertà religiosa.

Il Bambino piccolo e infreddolito che contempliamo oggi nella mangiatoia protegga tutti i bambini della terra ed ogni persona fragile, indifesa e scartata. Che tutti possiamo ricevere pace e conforto dalla nascita del Salvatore e, sentendoci amati dall’unico Padre celeste, ritrovarci e vivere come fratelli!”

Alcune ore prima, nella messa di mezzanotte, celebrata nella cappella papale, papa Francesco ha invitato i fedeli a ‘salire a Betlemme per scoprire il mistero di Natale’ per inginocchiarci davanti ad una grotta che ha cambiato il ‘corso della storia’, perché lì Dio ha dato ‘appuntamento’ all’umanità.

Infatti Betlemme significa ‘casa del pane’: “Egli sa che abbiamo bisogno di cibo per vivere. Ma sa anche che i nutrimenti del mondo non saziano il cuore. Nella Scrittura, il peccato originale dell’umanità è associato proprio col prendere cibo: ‘prese del frutto e ne mangiò’, dice il libro della Genesi. Prese e mangiò. L’uomo è diventato avido e vorace. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita. Un’insaziabile ingordigia attraversa la storia umana, fino ai paradossi di oggi, quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere”.

Nella ‘casa del pane’ Dio offre un cibo che ‘non scade mai’ e ‘cambia il cuore’: “A Betlemme scopriamo che la vita di Dio scorre nelle vene dell’umanità. Se la accogliamo, la storia cambia a partire da ciascuno di noi… A Betlemme, accanto a Gesù, vediamo gente che ha camminato, come Maria, Giuseppe e i pastori. Gesù è il Pane del cammino. Non gradisce digestioni pigre, lunghe e sedentarie, ma chiede di alzarsi svelti da tavola per servire, come pani spezzati per gli altri. Chiediamoci: a Natale spezzo il mio pane con chi ne è privo?”

Ma Betlemme è anche la città di Davide e la ‘casa del pane’ si intreccia con la storia degli ‘ultimi’, che non hanno paura di Dio: “Lì Davide, da ragazzo, faceva il pastore e come tale fu scelto da Dio, per essere pastore e guida del suo popolo. A Natale, nella città di Davide, ad accogliere Gesù ci sono proprio i pastori…

Betlemme è il rimedio alla paura, perché nonostante i ‘no’ dell’uomo, lì Dio dice per sempre ‘sì’: per sempre sarà Dio-con-noi. E perché la sua presenza non incuta timore, si fa tenero bambino. Non temete: non viene detto a dei santi, ma a dei pastori, gente semplice che al tempo non si distingueva certo per garbo e devozione”.

Concludendo l’omelia il papa ha invitato i fedeli ad essere vigili come i pastori per assaporare la fragranza del pane: “Pure noi, Signore, vogliamo venire a Betlemme. La strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell’egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo.

Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che Tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita. Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo. Prendimi sulle tue spalle, buon Pastore: da Te amato, potrò anch’io amare e prendere per mano i fratelli”.

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