Card. Parolin in Irak: illuminare le oscurità della paura

Fino al 28 dicembre il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha visitato l’Iraq in occasione delle celebrazioni per la Solennità di Natale, dove ha incontrato i rappresentanti delle chiese d’Oriente ed esponenti del governo, celebrando le messe insieme a Sua Beatitudine card. Louis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, nella Cattedrale caldea di San Giuseppe a Baghdad, la Santa Messa della Notte di Natale.

Nel messaggio alla nazione il card. Parolin ha esortato i cittadini “a illuminare le oscurità della paura e del non-senso, dell’irresponsabilità e dell’odio con parole e atti di luce, gettando a piene mani semi di pace, di verità, di giustizia, di libertà e di amore. Viviamo in spirito di umiltà e di rispetto dell’altro, accettando le persone con le loro diversità, non utilizzando tali differenze per metterci gli uni contro gli altri, ma scoprendo in esse una possibilità di arricchimento vicendevole, cercando sempre il bene comune. Quanto ci accomuna e ci lega l’uno all’altro è più grande di quanto ci separa”.

Il Natale è un dono da condividere per costruire la pace: “La gioia e la pace del Natale non sono un privilegio da tenere strettamente per ognuno di noi, ma sono un dono da condividere con gli altri e da vivere come responsabilità nella costruzione di un futuro di fraternità e di concordia. Il Dio della pace, che si è fatto nostro fratello, nostro compagno di strada, doni gioia e speranza per un futuro migliore a tutti gli abitanti dell’amato Iraq!”

Nell’omelia della messa celebrata nella notte di Natale a Baghdad il segretario di Stato vaticano ha sottolineato che Dio dona la pace: “E’ solo Dio che può donare pace e gioia non effimere, rafforzandole e consolidandole con il diritto e la giustizia! Lo fa ogni giorno: che cos’è il coraggio di affrontare la vita, quotidianamente, nei suoi lati belli e soprattutto nei suoi lati oscuri? Che cos’è la fede per guardare avanti e la speranza contro ogni speranza, che si manifesta là dove non c’è più speranza, dove non c’è più niente da sperare, proprio come avvenne per Abramo di fronte alla sua morte imminente e alla sterilità della moglie Sara?

Che cos’è l’amore che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e che ci fa vivere da fratelli, in comunione, che ci rende capaci di accogliere tutte le persone con i loro limiti e i loro pregi, come ha fatto Gesù, che accoglieva tutti coloro che andavano da lui e volevano seguirlo, prestando particolare attenzione ai malati e agli anziani, ai poveri e ai bisognosi?”

Davanti a tali domande il Figlio di Dio lascia agli uomini la ‘Sua’ pace, che non è quella del mondo: “Non è neppure la pace che si ottiene con le armi e la vittoria militare o con gli interessi dell’economia globale. E’ la pace di Dio: una pace che riflette l’amore di Lui verso di noi; una pace che si manifesta come capacità di volere il vero bene degli altri, superando quella che papa Francesco chiama la ‘cultura dello scarto’ e la ‘cultura dell’indifferenza’;

una pace che sa vedere nell’altro il fratello da amare e da aiutare anche quando si dimostra nostro nemico; una pace che passa per la purificazione del linguaggio da ogni espressione di odio e di violenza e per la riconciliazione delle menti e dei cuori: ‘Luce dona alle menti, pace infondi nei cuor’ canta la famosissima canzone natalizia ‘Stille nacht’, che è stata composta esattamente 200 anni fa in Austria e che si è diffusa in tutto il mondo, penso anche presso di voi”.

Questo è il significato del Natale per il cristiano: “Vivere il Natale è accogliere il potere di questo Bambino e lasciare che ci trasformi dal di dentro. Vivere il Natale è accettare di cambiare noi stessi e di condurre una vita nuova, trasfigurata dall’amore. E’ grazia e invito a tradurre in parole e in atti concreti la bellezza della luce divina che ci viene dalla grotta di Betlemme.

Come individui e come comunità, cristiani e musulmani, perché il Natale è una festa per tutti, il cui messaggio è accessibile a tutti, siamo chiamati a illuminare le oscurità della paura e del non-senso, dell’irresponsabilità e dell’odio con parole e atti di luce, gettando a piene mani semi di pace, di verità, di giustizia, di libertà e di amore.

Viviamo in spirito di umiltà e di rispetto dell’altro, accettiamo le persone con le loro diversità, non utilizzando tali differenze per metterci gli uni contro gli altri, ma scoprendo in esse una possibilità di arricchimento comune. Quanto ci accomuna e ci lega l’uno all’altro è più grande di quanto ci separa. La gioia e la pace del Natale non sono un privilegio da tenere strettamente per noi, ma un dono da condividere con gli altri e da vivere come responsabilità nella costruzione di un futuro di fraternità e di concordia”.

Poi, celebrando nella cattedrale siro cattolica della capitale il card. Parolin ha ricordato l’icona della Madonna della liberazione: “La vostra presenza qui, oggi, è segno della vostra fede, è segno della vostra perseveranza, è segno dell’amore che vince l’odio e il male. Voi avete accolto il Dio fedele che consola e rafforza il suo popolo e perciò siamo ancora qui. Siamo venuti ad attingere la forza di Dio, per vivere da figli e fratelli, per imparare a percorrere il cammino del perdono, della guarigione, della riconciliazione, della fraternità.

In questo ci sostiene la consolazione e la tenerezza di Dio… Ce lo ricorda l’icona di Maria della liberazione (Sayyidat al-Nağāt), alla quale è dedicata questa Cattedrale. Nello sguardo di Maria, la tenerezza si mescola a una certa tristezza e preoccupazione, nonostante porti tra le braccia il Verbo di Dio”.

Infine nella cattedrale latina il card. Parolin ha invitato ad accogliere la ‘buona Notizia’: “Proprio per questo abbiamo bisogno di accogliere la buona notizia del Natale. Come ci ha ricordato l’autore della lettera agli Ebrei, Dio stesso, che nei tempi antichi aveva accompagnato con tenerezza il popolo dell’elezione e aveva parlato per mezzo dei profeti, ha voluto parlare in modo definitivo a noi per mezzo di suo Figlio. E’ una Parola non astratta, ma molto concreta: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. E’ una parola di amore, una parola di riconciliazione, una parola di pace!”

Ed ha chiesto di lasciarsi ‘trasformare’ da Dio fattosi bambino: “Lasciamoci trasformare dalla presenza di questo bambino. La nascita del Figlio di Dio cambia tutto, rende nuova la nostra vita. Il Salvatore del mondo viene ad assumere la nostra natura umana: non siamo più soli e abbandonati. Dio è con noi, Egli è vicino… In questo bambino contempliamo la misericordia di Dio e il suo amore infinito nei nostri confronti. Di fronte alla sordità e al rifiuto di molti, noi vogliamo accogliere questa buona notizia, vogliamo accogliere Gesù nei nostri cuori”.

Concludendo l’omelia il card. Parolin ha invitato i fedeli a sperimentare la tenerezza di Dio: “Lasciamoci toccare dalla tenerezza di Dio che ci salva. Accostiamoci a Dio che si avvicina a noi. Viviamo con gratitudine il vero spirito del Natale: la bellezza dell’essere amati da Dio. La sua presenza ci trasformi dal di dentro per vivere da veri figli suoi e per fare l’esperienza della vita nuova che egli ci ha portato: una vita di amore, di perdono, di rispetto dell’altro, di pace e di concordia”.

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