Educatori ACR: lottatori di speranza

Week end intenso per gli educatori dell’Azione Cattolica Ragazzi per il convegno nazionale, come ha sottolineato il responsabile nazionale dell’Azione cattolica dei Ragazzi, Luca Marcelli: “Ogni esperienza gastronomicamente coinvolgente nasce dall’assaporare un Mistero. E’ un Mistero ogni cibo assaggiato per la prima volta…

La vocazione educativa ha come presupposto l’apertura alla novità della Parola di Dio, il saperne gustare il Mistero. E poi l’immagine del geraseno, l’uomo indemoniato che viveva in mezzo alle tombe e che gridava a Gesù: ‘Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo?’ E il Signore per tutta risposta, lo esorta a restare lì dov’è e a raccontare a tutti quello che ha fatto per lui liberandolo dai demoni”.

L’invito forte e deciso per superare “l’individualismo che ci isola dal contesto trasformandoci nell’unità di misura di ogni cosa e a incarnare la fede tenendo gli occhi aperti sulla vita, sulle sue fragilità, perché è lì che nasce la vocazione al servizio educativo”.

uca Marcelli ha sottolineato l’importanza di tenere gli occhi aperti sulla vita: “Spesso ci lasciamo vincere dalla tentazione di seguire cose che non hanno vita, perché di esse è possibile avere il controllo. Qui affonda le radici

Ed allora l’esortazione ad aprirsi alla vita e all’incontro con l’altro, anche e soprattutto nel servizio educativo: “Parlare di cura educativa deve spingerci a tuffarci nel mistero dell’incontro tra l’amore di Dio e la libertà umana. Abbiamo l’illusione che siamo noi a trovare il Signore, ma è il mistero stesso che viene da noi. Il mistero è l’altro, che fa irruzione nel nostro quotidiano, ci sconvolge i piani e ci richiama alla vita come un dono. Il mistero passa e ci chiede il nostro nome”.

Infine, l’ultima provocazione sull’importanza di sentirsi parte della Chiesa e dell’intera associazione e non legati a doppio filo esclusivamente all’Acr: “Non esiste la vocazione dell’educatore Acr, esiste la vocazione dell’educatore di Ac a servizio di tutta la Chiesa…

Chiamati a scoprire il sapore, la cura educativa come vocazione per ripercorrere e ricostruire il processo grazie al quale le vocazioni educative nascono, a partire dal gruppo, dall’associazione, dalla Chiesa, nella convinzione che tutto questo avvenga attraverso la vita”.

L’apertura dei lavori ha ruotato intorno all’intervento di don Luigi Ciotti, presidente di Libera, chiamato a raccontare e testimoniare come nasce una vocazione al bene comune, che ha preso spunto dalll’ultimo rapporto Censis, fotografando “una situazione allarmante come mai prima d’ora che restituisce l’immagine di una società disgregata, impaurita, incattivita, dunque una società debole che si crede forte e che non riconosce che la vera forza, invece, risiede nell’accoglienza della fragilità…

Gli altri sono il termometro della nostra umanità ed è per questo che l’educazione deve essere il primo e più prezioso investimento di una società che vuole essere aperta al futuro, poiché educare significa intervenire nel processo esistenziale di un essere umano”.

Ed infine un’esortazione come augurio: “Siate orgogliosi dell’Azione cattolica e non scoraggiatevi perché quello che state facendo è una meraviglia… Siate lottatori di speranza!”.

L’assistente nazionale di Azione Cattolica, mons. Gualtiero Sigismondi ha incentrato l’omelia su Giovanni Battista, che è ‘una figura possente, che tuttavia impallidisce al confronto con Cristo’. Il tratto fondamentale di Giovanni, il cui nome significa ‘il Signore fa grazia’, è quello di essere dono di Dio.

Il profilo del Battista è quello delineato da Gesù, che lo presenta come ‘un profeta, anzi, più che un profeta. Vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi’, ed essenziale persino nella dieta, fatta di cavallette e miele selvatico, egli esorta alla conversione e predica la penitenza: “Sebbene la fisionomia di Giovanni sia segnata dalla sua austerità, tuttavia il ritratto più completo è quello tracciato dal suo sguardo incantato e dal suo indice orientato verso Cristo, l’Agnello di Dio”.

Secondo il vescovo di Foligno nei lineamenti del Precursore è possibile scorgere il profilo di un educatore affidabile, cioè consapevole che unica autorità ammessa è quella della testimonianza e unico approccio possibile è quello di camminare a fianco.: “L’educatore è un compagno di strada che non rimanda a se stesso, ma indica la via da percorrere e condivide la meta verso cui procedere; è un allenatore consapevole che la disciplina ha la funzione di irrobustire il carattere, addestrando la libertà a cercare la luce della verità e a dare voce alla carità.

L’educatore è un medico che sa coinvolgersi senza farsi travolgere; è un padre non possessivo, che non lega a sé i propri figli, ma segue le loro prove di volo godendo nel vederli crescere in ‘sapienza, età e grazia’. L’educatore è una sentinella che attende la pienezza del tempo di ognuno: è capace di farsi da parte senza mettersi in disparte.

In sostanza, l’educatore è un testimone della verità e del bene: è uno che, vigilando sulla propria fragilità, sa distinguere l’azione dello Spirito dai movimenti del cuore, scossi dalle emozioni più che sostenuti dalle ragioni. Pertanto, ogni relazione educativa esige pazienza, gradualità, reciprocità, audacia; ha bisogno di stabilità, impegno, progettualità coraggiosa: non può ridursi a interventi frammentari.

L’opera educativa, secondo San Giovanni Bosco, è ‘cosa del cuore’, richiede una reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo affettivo, tra intelligenza e sensibilità. La gratuità del gesto educativo domanda di recuperare il senso profondamente umano di un’azione intenzionale e non occasionale che, come non può essere ridotta ad una tecnica di animazione, così non può rinunciare al carattere asimmetrico della responsabilità generativa. I giovani hanno bisogno di figure autorevoli, agli amici ci pensano da soli!”

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