Moni Ovadia spiega l’attualità di Histoire du soldat

Ad un secolo dalla prima rappresentazione, l’ ‘Histoire du soldat’ di Igor Stravinskij su testo di Charles Ferdinand Ramuz è stata proposta nelle Marche in un nuovo allestimento grazie ad una produzione di ‘Marche Concerti’, che è anche un debutto.

Moni Ovadia interpreta per la prima volta i tre ruoli di narratore, diavolo e soldato, con il ‘Mach Ensemble’, che riunisce alcune delle prime parti delle migliori orchestre italiane ed europee, quali Francesco Senese, violino concertante, elemento di punta dell’Orchestra del festival di Lucerna diretta da Riccardo Chailly e dell’Orchestra Mozart di Bologna fondata da Claudio Abbado, con Daniele Carnio contrabbasso, Anton Dressler clarinetto, Diego Chenna fagotto, Vincenzo Paratore trombone, Marco Braito tromba, Antonio Caggiano percussioni, grazie al riadattamento del testo da Guido Barbieri.

La storia dell’incontro tra il Soldato e il Diavolo nasce dalla suggestione di alcuni racconti di Afanasiev: siamo ancora in piena Prima Guerra Mondiale, e Stravinskji lontano dai fasti e dai successi parigini con i Ballets Russes, aveva riparato in Svizzera fuggendo dalla Rivoluzione Russa che lo aveva privato delle sue proprietà. La vita era difficile.

In Svizzera Stravinskji incontra Ramuz, anche lui virtualmente profugo. Il soldato di Afanasiev che fa il patto di faustiana memoria col diavolo, incarna quei giovani arruolati per forza da Nicola I contro i Turchi, e quei giovani sradicati e in gran parte massacrati nei fronti della Grande Guerra: il Soldato è alla fine l’uomo di tutti i tempi costretto a lasciare la sua terra e a viaggiare nella ‘no man’s land’.

L’idea di Stravinskji è quella di comporre uno spettacolo ‘povero’, portatile, messo su con mezzi essenziali: “Il pensiero di comporre uno spettacolo drammatico per un teatro ambulante m’era venuta parecchie volte alla mente fin dall’inizio della Prima Guerra Mondiale. Il genere di lavoro cui pensavo doveva esigere un organico di esecutori semplice e modesto al punto da permettere una serie di allestimenti in una tournée nelle piccole cittadine svizzere, ed essere altrettanto chiaro nel suo intreccio in modo che se ne afferrasse facilmente il senso”.

Il limite delle possibilità di allestimento della ‘Storia da leggere, recitare e danzare in due parti’ (sottotitolo dell’Histoire) non impedì a Stravinskji di scrivere un capolavoro rivoluzionario con suoni nuovi che provenivano da una terra in cui avrebbe poi vissuto dopo l’annuncio della seconda guerra che avrebbe stravolto il mondo, gli Stati Uniti d’America e i suoni del jazz.

Al termine delle ‘prove di allestimento’ tolentinate abbiamo incontrato Moni Ovadia, chiedendo spiegazione di questa ripresa a 100 anni dalla sua prima rappresentazione: “La ‘Storia del soldato’ è un’opera straordinaria di uno dei più grandi compositori del ‘900, Igor Stravinskji; ed è un classico. La parte musicale è veramente straordinario ed i classici non tramontano mai: sono sempre attuali. Il testo, che può essere allestito in molti modi, anche con più attori e ballerine, viene da una favola popolare russa ed è una parabola ‘faustiana’…

Su questa tentazione fra potere ed una vita autentica si svolge questa bella parabola, che parla anche del nostro ‘oggi’, perché il conflitto tra volontà di potenza e l’anima è esistenziale, perché non puoi avere l’anima ed anche il potere. O l’uno o l’altro. Per chi sente che senza anima non si può vivere, tutto il denaro del mondo non può bastare a soddisfare la sua naturale pulsione verso la vita, fatta di affetti verso la famiglia ed i figli”.

Il testo fu scritto durante la 1^ guerra mondiale; dopo 100 anni il messaggio è ancora attuale?
“Credo di sì, perché allude al fatto che la guerra è sempre scatenata dalla volontà di potenza. Oggi sono camuffate sotto il nome di ‘guerre umanitarie’, ma sono guerre per interessi geostrategici. C’è un ammaestramento decisamente autentico anche per il nostro tempo. Poi quest’opera è riuscita con una magnifica capacità musicale e narrativa, che sono piccoli miracoli dell’arte che raccontano la verità ultima degli uomini molto più di molti saggi polverosi”.

Anche la struttura dell’opera è originale, creata per favorire la visione da parte del popolo?
“Sì, è una struttura mobile! Secondo me quest’opera si potrebbe rappresentare anche in forma povera, come teatro di strada: musicisti e narratore e si può fare nelle piazze, perché Stravinskij l’aveva pensata da fare sul ‘carro di Tespi’, cioè con attori girovaghi che la mettono in scena. Chi lo sa, magari riusciremo a farlo fuori dai teatri”.

Ed allora è possibile costruire una memoria dell’anima migrante?
“Certamente, se noi ci rivolgiamo alle nuove generazioni e se le generazioni più cresciute che vengono a misurarsi con questo spettacolo ne fanno strumento di comprensione e di formazione. Noi abbiamo bisogno di educare le generazioni che stanno crescendo al riconoscimento dell’emigrazione come fenomeno che coinvolge umanità, la quale umanità ha lo statuto pieno di titolarità alla dignità e al diritto. Non si può evadere questa questione senza precipitare di nuovo nella barbarie nazionalista”.

(Pubblicato su Aci Stampa)

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