Monastero di Bose: dopo 50 anni ancora luogo di dialogo e di fraternità

Quando Enzo Bianchi nel 1965 è arrivato a Bose per dare inizio ad una comunità monastica, essa era una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, in Piemonte. Nel 1968, raggiunto dai primi fratelli e sorelle, ha scritto la regola della comunità. Oggi, a 50 anni dalla fondazione, il monastero di Bose conta circa 90 monaci che, come ha scritto papa Francesco in occasione di questa ricorrenza, rappresentano una “feconda presenza nella Chiesa e nella società mediante una peculiare forma di vita comunitaria sorta nel solco degli orientamenti del Concilio Vaticano II”.

Nella lettera il papa ha sottolineato come esso sia diventato un luogo di dialogo tra cristiani: “Il semplice inizio è divenuto una significativa missione che ha favorito il rinnovamento della vita religiosa, interpretata come Vangelo vissuto nella grande tradizione monastica.

All’interno di questa corrente di grazia, la vostra Comunità si è distinta nell’impegno per preparare la via dell’unità delle Chiese cristiane, diventando luogo di preghiera, di incontro e di dialogo tra cristiani, in vista della comunione di fede e di amore per la quale Gesù ha pregato”.

Ed anche un luogo di accoglienza e di discernimento per i giovani: “Desidero esprimere il mio apprezzamento specialmente per il ministero dell’ospitalità che vi contraddistingue: l’accoglienza verso tutti senza distinzione, credenti e non credenti; l’ascolto attento di quanti sono alla ricerca di confronto e consolazione; il servizio del discernimento per i giovani in cerca del loro ruolo nella società”.

Celebrando questa ricorrenza il priore, fratel Luciano Manicardi, ha ricordato questi anni come una storia fatta di volti e di relazioni: ““Non solo non siamo i protagonisti, ma noi siamo i primi testimoni, stupiti, di quel che il Signore ha compiuto… . Ogni storia è storia di grazia e di peccato, di fedeltà e di infedeltà. Anche la nostra la è.

E dunque oggi è anche l’occasione di chiedere perdono o di esprimere il desiderio di chiedere perdono a coloro che possiamo aver ferito, non capito, escluso, a cui possiamo aver fatto del male. L’anamnesi che il Magnificat fa del passato si apre, a un certo punto, al futuro: ‘d’ora in poi’. Per noi, ricordare i 50 anni di storia della comunità è anche prendere coscienza di un’eredità, di un lascito e dunque di una responsabilità.

Responsabilità, certo, a tanti livelli ma, anzitutto, responsabilità verso la vita, la vita della comunità, la vita delle persone che ne fanno parte, la vita dei giovani, di coloro che, entrando ora in comunità, entrano in una realtà che ha mezzo secolo di storia”.

Mentre fratel Enzo Bianchi ha ricordato le amicizie intessute negli anni dal card. Pellegrino, arcivescovo di Torino, a frére Schutz, priore di Taizè, al patriarca di Costantinopoli Athenagoras: “Al padre Michele Pellegrino va un ringraziamento soprattutto per l’inizio della vita a Bose. Fu il card. Pellegrino che volle prendersi cura di me ancora solo qui a Bose e in seguito chiese ai vescovi del Piemonte di lasciare a lui la responsabilità di questo esile inizio di vita monastica.

Fu lui che nel giugno 1968, qualche mese prima dell’inizio della vita comunitaria, volle venire qui, vivere con noi una giornata, farci il dono di una conferenza sulla ‘fede di Pietro in sant’Agostino’ e confermarci paternamente nel cammino che stavo percorrendo”.

Poi ha ricordato i primi anni del monastero: “Così nell’ottobre del 1968, dopo quasi tre anni di vita solitaria, anche se mai sono mancati amici e ospiti, ecco arrivare i primi fratelli per ‘vivere qui una vocazione monastica’… Eravamo senza elettricità, dunque vivevamo con lumi a petrolio e candele; l’acqua potabile era presente solo in cucina e in un antro fuori, nel cortile. Eravamo poveri, forse anche miseri, ma le case dovevano essere riparate, mancavano gli infissi, il freddo d’inverno ci prostrava.

E’ stato il nostro noviziato, molto ascetico. Ma la vita comune iniziò con convinzione, entusiasmo, vera passione per la sequela di Gesù e la via monastica. Il Signore ci sosteneva e ci accompagnava con segni, affinché potessimo confermare la nostra vocazione e le nostre scelte”.

Eppoi ha ricordato il momento in cui fu approvata la Regola di Bose nel capitolo del 4 ottobre 1971, celebrato a Sotto il Monte: “La comunità aveva così una regola che la inseriva nella grande tradizione monastica e subito ricevette i segni di una grande comunione da parte di alcuni monasteri che erano da noi frequentati: Bellefontaine, il cui abate mi consegnò l’abito monastico che ho ancora, la-Pierre-qui-Vire, Tamié, En Calcat, St. André de Clerlande, ma anche il monte Athos e il monastero copto di san Macario in Egitto rifondato da Matta el Meskin…

Non ci sentivamo più soli! Certo, non dimentichiamo che quelli erano gli anni difficili del post-concilio, epoca tanto travagliata e attraversata da contestazioni ecclesiali. Ma la comunità restò sempre fedele alle esigenze della comunione ecclesiale e fu ancora una grazia quella di non essere stati sballottati dal vento che tirava”.

Infine ha ringraziato il Signore per due doni che contraddistinguono la comunità: “Innanzitutto il grande dono di aver fatto di Bose un luogo ecumenico. Ecumenico per la composizione della comunità, ma ecumenico per ciò che viviamo in dialogo, in confronto, in ascolto, in solidarietà con le chiese cristiane d’oriente e d’occidente. Le chiese ortodosse hanno trovato qui a Bose un luogo d’incontro e di scambio dei doni, e la presenza in mezzo a noi di vescovi e monaci ortodossi lo attesta…

Tutti questi legami sono per noi una grande responsabilità verso le chiese ortodosse… L’altro grande dono che il Signore ci ha fatto è la vita di fratelli e sorelle insieme. Dopo 50 anni, confessiamo che è una vita non solo possibile ma feconda e ricca di doni, che condividiamo nel quotidiano della preghiera e del lavoro, del poter dire ‘quanto è bello vivere insieme come fratelli e sorelle’…

Oggi si fa più che mai urgente che le tradizioni monastiche si aiutino e si integrino, anche per non arrendersi alla precarietà di quest’ora per la vita monastica”.

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