La Cei approva la traduzione del Padre Nostro e le linee guida contro gli abusi

Concludendo i lavori l’Assemblea generale della Cei ha approvato la traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano, a conclusione di un percorso durato oltre 16 anni.

In tale arco di tempo, si legge nel comunicato finale dell’Assemblea generale straordinaria della Cei, svoltasi fino al 15 novembre, vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico, nonché alla messa a punto della Presentazione del Messale, che aiuterà non solo a una sua proficua recezione, ma anche a sostenere la pastorale liturgica.

Il testo della nuova edizione sarà ora sottoposto alla Santa Sede per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore anche la nuova versione del Padre nostro (‘non abbandonarci alla tentazione’) e dell’inizio del Gloria (‘pace in terra agli uomini, amati dal Signore’).

Nell’intento dei vescovi, la pubblicazione della nuova edizione costituisce l’occasione per contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica: “A fronte della complessità che un cambiamento d’epoca porta con sé, nei Pastori è emersa la consapevolezza di dover investire con convinzione in proposte formative, che superino la tentazione di fermarsi a qualche presa di posizione occasionale.

Come è stato evidenziato in Assemblea, si tratta innanzitutto di formare la comunità alla fede, al respiro del Vangelo, alla sostanza dell’esperienza cristiana, nell’avvertenza che una coscienza formata sa farsi attenta e capace di assumersi responsabilità, quindi di spendersi per il bene comune”.

Riguardo alla lotta alla pedofilia, dall’Assemblea generale è emerso che le Linee guida che la Commissione della Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili sta formulando ‘chiederanno di rafforzare la promozione della trasparenza e anche una comunicazione attenta a rispondere alle legittime domande di informazioni’:

“Le scelte che la Chiesa italiana sta assumendo su questo tema vanno nella direzione della promozione della sensibilizzazione e della formazione di tutto il popolo di Dio a vivere in maniera matura il valore della corporeità e della sessualità. Sul fronte del clero, vengono ribaditi criteri chiari nella selezione iniziale dei candidati al ministero ordinato o alla professione religiosa, insieme a una formazione che punti alla maturità nelle relazioni affettive e nella gestione della sessualità; si avverte quanto sia essenziale educarsi a un uso controllato e critico di internet, come coinvolgersi i percorsi di formazione permanente”.

I vescovi hanno approvato due proposte, che consentono di dare concretezza al cammino: “E’ stata condivisa, innanzitutto, la creazione presso la Cei di un Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, con un proprio Statuto, un regolamento e una segreteria stabile, in cui laiche e laici, presbiteri e religiosi esperti saranno a disposizione dei vescovi diocesani. Il Servizio sosterrà nel compito di avviare i percorsi e le realtà diocesani, o inter-diocesani o regionali, di formazione e prevenzione”.

La seconda proposta approvata riguarda le Conferenze episcopali regionali: “Si tratta di individuare, diocesi per diocesi, uno o più referenti, da avviare a un percorso di formazione specifica a livello regionale o interregionale, con l’aiuto del Centro per la tutela dei minori dell’Università Gregoriana”.

Durante l’Assemblea generale dei vescovi italiani, il card. Marc Oullet, prefetto della Congregazione per i vescovi, ha celebrato la messa con i presuli della Conferenza episcopale italiana, ricordando la figura di Paolo VI a proposito della liturgia: “I lavori della vostra assemblea straordinaria, richiamano una delle principali direttrici del pontificato di san Paolo VI: la riforma liturgica e i passaggi travagliati della sua graduale e delicata attuazione a beneficio del popolo di Dio.

Sono note le difficoltà di questa riforma, da un lato abusata per la ricerca a tutti costi di novità, dall’altro sofferta o rifiutata per attaccamento a valori tradizionali o per una male intesa interpretazione della tradizione. Il santo Pontefice ha allora saputo dosare, nei confronti della liturgia come in altri campi, la fermezza e la pazienza, salvaguardando l’essenziale e tollerando certe disordinate ricerche del post-concilio”.

Secondo il prefetto della Congregazione per i vescovi, san Paolo VI ha aperto la Chiesa al mondo: “Un uomo appassionato di comunicazione, che era convinto dell’impatto che il cristianesimo dovesse avere sulla cultura e la società, ma che preferiva la logica evangelica della testimonianza alla rigida difesa di un’identità ereditata dal passato.

Sacerdote pieno di zelo e creativo, egli fu un formatore di coscienze e un saggio consigliere di tutta una generazione che ha in seguito diretto i destini politici del dopoguerra in Italia. Curiale discreto ma efficace, la sua competenza gli guadagnò la fiducia di Pio XI e soprattutto di Pio XII, che ebbe a servire a lungo e fedelmente alla Segreteria di Stato, fino al suo invio a Milano come arcivescovo, un passaggio provvidenziale per la sua esperienza pastorale, ma tuttavia doloroso a causa del groviglio di certe rivalità ecclesiastiche”.

Ed ha terminato l’omelia chiedendo ai vescovi di imparare la fedeltà a Dio ed alla Chiesa da papa Paolo VI: “Giovanni Battista Montini ci viene oggi incontro per ricordarci la via di una santità episcopale ordinaria, fatta di umiltà e di tenerezza misericordiosa, senza gloria mondana, ma vibrante di una carità pastorale capace di soffrire e di servire nelle avversità…

San Paolo VI si è esposto e sacrificato per amore della Chiesa, a rischio di essere meno amato… Egli è ora ripagato continuando a insegnarci che la fedeltà a Cristo è la più bella ricompensa del battezzato e del ministro del Vangelo”.

Aprendo i lavori il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, si è soffermando sulle fragilità dell’Italia, ricordando il contributo della Chiesa attraverso il bene comune e la laicità: “La politica migliore è quella che opera in unità di mente e di cuore, senza cadere in faziosità.

Al riguardo, a cent’anni dalla morte, l’esempio del beato Giuseppe Toniolo ha ancora molte cose da dirci: in una situazione in cui i cattolici erano politicamente irrilevanti e comunque impediti, egli seppe riunirli attorno a un impegno per il lavoro, la giustizia e la pace sociale; con il suo servizio culturale divenne promotore di legislazioni e di opere sociali a favore delle classi più disagiate.

Così, la sua visione di un’economia per l’uomo, permeata dall’etica e governata dai principi di sussidiarietà e di solidarietà, rimane anch’essa una lezione estremamente attuale”.

L’altro tema riguarda la laicità della politica: “Ne sono stati interpreti uomini di fede che hanno fatto grande la nostra storia. Penso a un De Gasperi, che seppe lottare per difendere la propria fede con grande pudore, facendo gli interessi dei cittadini, in piena e sofferta autonomia di pensiero, di parola e di azione. Cari amici, guardiamo avanti con fiducia”.

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