La Santa Sede e i Global Compact sulle migrazioni e sui rifugiati

258.000.000: questo il numero complessivo dei migranti nel 2017, accresciutosi del 50% a partire dal 2000. Nello stesso periodo, i rifugiati e i richiedenti asilo nel mondo sono passati da 16.000.000 a 26.000.000, quasi la metà dei quali bambini, spesso non accompagnati.

Allo scopo di definire un approccio adeguato a un fenomeno migratorio sempre più complesso e che coinvolge quasi tutti i paesi del mondo, nel 2015 il segretario generale delle Nazioni Unite ha avviato un processo di consultazione e negoziato, culminato, nel settembre 2016, nella Dichiarazione di New York per i migranti e rifugiati.

Per spiegare il contributo offerto dalla Santa Sede nel processo di elaborazione e per chiarire la sua prospettiva riguardo ai due Global Compact, venerdì 19 ottobre, si è svolto in Vaticano un incontro informativo dedicato ai rappresentanti del Corpo diplomatico accreditato residente a Roma. All’incontro, organizzato anche su richiesta di alcune delegazioni diplomatiche, hanno partecipato il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, il sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Antoine Camilleri, l’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, mons. Bernardito Auza, l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite ed istituzioni specializzate a Ginevra, mons. Ivan Jurkovič, il sotto-segretario della sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, padre Fabio Baggio.

L’incontro è valso a ribadire che, secondo la Santa Sede, i Global Compact sono strumenti, incentrati sul multilateralismo, per sottolineare la centralità della persona umana, i cui diritti inalienabili non devono mai essere negati. Soprattutto in una condizione di estrema vulnerabilità come è, prevalentemente, quella dei migranti e dei rifugiati. La centralità della persona umana nel Global Compact sulle migrazioni è stata quindi evidenziata dall’arcivescovo Auza.

La Santa Sede ha sottolineato questo concetto per anni e ‘goccia dopo goccia esso sembra farsi sempre più strada’, tanto che il paragrafo 15 del Global Compact sottolinea come la protezione degli individui sia al proprio nucleo. Ma l’accordo, ha evidenziato l’Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, contiene molti altri elementi positivi, come la necessità di salvaguardare le famiglie dei migranti, di vietare la detenzione dei bambini, di combattere il traffico di esseri umani.

Positivo è anche considerare le organizzazioni religiose come parti in causa nell’affrontare questa sfida epocale. Auza ha precisato, tuttavia, che la Santa Sede non ha mancato di esprimere chiaramente le proprie riserve circa i riferimenti nel Patto che riflettono un’impostazione ideologica e richiamano documenti non accettati a livello internazionale, che si riferiscono a pratiche non rispettose della dignità delle persone e del diritto alla vita.

Padre Fabio Baggio ha spiegato come, sotto la guida di papa Francesco, la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale abbia elaborato un documento intitolato ‘20 punti di azione per i Patti Globali’, che nel 2017 la Santa Sede ha ufficialmente proposto come contributo ai due processi delle Nazioni Unite.

I 20 punti sono raccolti sotto quattro voci principali che il Papa aveva suggerito per affrontare la realtà migratoria: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. ‘Accogliere’ significa offrire possibilità più ampie ai migranti e ai rifugiati per entrare nei paesi di destinazione, in sicurezza e legalmente; ‘proteggere’ vuol dire adottare misure concrete per sostenere i diritti e la dignità delle persone coinvolte; ‘promuovere’ corrisponde alla necessità di garantire uno sviluppo umano integrale; ‘integrare’ significa impegnarsi in un processo interculturale verso un arricchimento reciproco e verso la cittadinanza attiva.

I 20 punti di azione possono trovare applicazione pastorale nelle comunità locali. Per questo la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ha incoraggiato le conferenze episcopali a promuovere campagne di informazione, coinvolgendo anche le ong di ispirazione cattolica e i gruppi della società civile.

Anche per dare un segno dell’impegno della Santa Sede sui due Global Compact, la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ha in programma incontri con i rappresentanti degli episcopati e delle organizzazioni che si occupano degli aiuti ai migranti e ai rifugiati.

E in questi 60 anni le indicazioni della Chiesa hanno sempre ribadito l’accoglienza per i migranti, lì dove possibile, con l’obiettivo di sviluppare un atteggiamento che miri all’integrazione e a garantire il rispetto reciproco tra chi accoglie e chi è accolto, che deve integrarsi e rispettare il paese e la cultura che lo riceve.

Diritto dei governi ad avere un atteggiamento prudente nei confronti dei flussi migratori, diritto delle persone di potersi muovere dal paese di origine in cerca di migliori opportunità per se stessi e le proprie famiglie, come aveva sottolineato papa Giovanni XXIII nel 1962:

“L’emigrazione è principalmente un fatto umano di vaste proporzioni, di cui son protagonisti uomini e donne, cioè persone concrete, volitive, ciascuna con i suoi problemi; persone capaci di grandi sacrifici per provvedere ad una più decorosa sistemazione economica, pronte a tutti gli adattamenti ambientali ed alle assimilazioni culturali, secondo il piano della Provvidenza”.

In diverse occasioni anche papa Giovanni Paolo II si è riferito al tema dei migranti, ad esempio nell’enciclica ‘Laborem Exercens’ del 1982, afferma il diritto, per chi ne avesse necessità, di cercare migliori opportunità fuori dal proprio paese d’origine: “E tuttavia, anche se l’emigrazione è sotto certi aspetti un male, in determinate circostanze questo è, come si dice, un male necessario.

Si deve far di tutto – e certamente molto si fa a questo scopo – perché questo male in senso materiale non comporti maggiori danni in senso morale, anzi perché, in quanto possibile, esso porti perfino un bene nella vita personale, familiare e sociale dell’emigrato, per quanto riguarda sia il Paese nel quale arriva, sia la patria che lascia. In questo settore moltissimo dipende da una giusta legislazione, in particolare quando si tratta dei diritti dell’uomo del lavoro”.

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