Nosiglia ai giovani, la vocazione è una scelta

Il tema della vocazione è al centro della Lettera Pastorale che il vescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, ha scritto per indicare il cammino nell’anno 2018 – 2019.

“La vocazione non è questione anzitutto di scelta, ma di gioiosa scoperta del fatto che il Signore ci ha amati da sempre e ci ama ogni giorno. Per cui, la sua chiamata nasce da un atto di predilezione e d’amore gratuito, chiede una risposta d’amore e ci assicura che Egli sarà sempre al nostro fianco”: così scrive il vescovo nell’introduzione, condividendo la preoccupazione per il calo di vocazioni al matrimonio, al sacerdozio e alla vita consacrata a cui ultimamente si sta assistendo. Con questo documento intitolato “Vieni! Seguimi!” (scaricabile dal sito della Diocesi) Nosiglia si rivolge ai giovani e ai sacerdoti, agli educatori e ai formatori, alle famiglie e alle comunità cristiane esortando a restare saldi nell’amore di Cristo e a servire con gioia per testimoniare speranza e fede.

Una Lettera che segue quella del 2017 (“Maestro dove abiti?”) e che fa esplicito riferimento al Sinodo dei Vescovi e all’Assemblea diocesana dello scorso anno (di cui si riporta una sintesi per tavoli di discussione alla fine di ogni capitolo): “Non partiamo dunque da zero, ma da un patrimonio di impegno concreto dei giovani, dei loro educatori e delle comunità cristiane, che ha dato e sta dando frutti positivi, i quali vanno ora arricchiti e meglio orientati sul tema del discernimento vocazionale, su cui intendiamo riflettere ancora insieme e agire concretamente” si legge nella prima pagina.

Per illustrare il tema dell’anno, il vescovo inizia spiegando la chiamata da parte di Gesù a diverse figure che incontra: il giovane ricco, il pubblicano, i pescatori di Galilea, la Samaritana, i discepoli di Emmaus; quindi, invita i giovani a guardare in alto e a rispondere dopo essersi chiesti “come realizzare la propria vita in modo che i desideri, le aspirazioni e i sogni più grandi si avverino”. I tre capitoli centrali della Lettera aiutano a coniugare il tema in tre ambiti di azione: “Il primato della Grazia e risposta della comunità”; “L’animazione vocazionale di tutta l’azione pastorale”; “Il discernimento personale e l’accompagnamento spirituale”. 

Visitando le Unità Pastorali, in questi mesi, Nosiglia parla di vocazione con i giovani in modo chiaro e diretto, specificando che tutta la pastorale giovanile è vocazionale: “La vocazione è vita. Allora scoprite nella vostra esistenza i segni che pone Dio per compiere il progetto pensato per voi! – ha detto il vescovo a giovani ed educatori dell’Unità Pastorale 57 radunatisi a metà ottobre a Trofarello – I laici devono vivere da cristiani nel mondo, con i propri doni: questo è vocazione”.

Riprendendo la frase del beato Piergiorgio Frassati secondo cui bisogna vivere e non vivacchiare, monsignor Nosiglia è andato dritto al punto: “Bisogna stimolare la fede, frequentare Gesù Cristo così come si frequentano gli amici e condividere le esigenze della vita di ogni giorno. La fede si alimenta soprattutto andando alla messa la domenica. Senza Amore non si può vivere. Nell’Eucarestia troviamo la fonte primaria, quindi poi si riesce a dare testimonianza ai più giovani”. 

La vocazione si scopre attraverso le domande e non farsele può essere pericoloso: “Non è vero che Dio è muto, Dio ti parla, ma se il tuo cuore è un mercato come fai a sentirlo? – ha chiesto il vescovo – Papa Giovanni Paolo II diceva che bisogna vivere dentro e non solo fuori per capire il senso della vita. Se la voce di Dio non arriva al cuore, allora bisogna formarsi nella fede seguendo due vie del bene che spesso sono parallele: l’incontro con Cristo nella preghiera e l’incontro con Cristo nelle cose di ogni giorno come il lavoro, gli affetti e la sessualità. Così Gesù ha chiamato Zaccheo e la Samaritana. Senza queste due vie ci possono essere due rischi: peccare di spiritualismo o peccare di attivismo”.

Ancora, ricordando come papa Francesco richiami alla realizzazione di comunità in uscita passando da una pastorale della parrocchia a una pastorale del territorio, il vescovo di Torino sprona i giovani ad abbandonare l’autoreferenzialità che a volte abita alcuni gruppi e a sentirsi parte della comunità educante formata anche da adulti e famiglie per vivere una vera comunione: “Questo significa camminare insieme: il popolo di Dio si apre a una dimensione grande e deve essere segno di pace”. 

La vocazione è il tema anche della veglia che l’Ufficio Giovani porterà nelle parrocchie il prossimo anno, un’esperienza che alcuni hanno già vissuto (per informazioni scrivere all’Ufficio diocesano di pastorale giovanile: giovani@diocesi.torino.it).

I giovani dell’Unità Pastorale 57 si sono ritrovati insieme al vescovo e durante la celebrazione due di loro gli hanno posto domande sul tema. Come possiamo riconoscere i segni di una vocazione? Riprendendo la parabola del seminatore, illustrata nel primo capitolo della Lettera pastorale, Nosiglia ha puntualizzato che “la vocazione è volontà di Dio, non è una scelta nostra. È lui che semina la chiamata nel cuore, per qualunque vocazione” perché “vocazione significa restituire un dono. È il Signore che ci suggerisce nel cuore la nostra vocazione, ma il nostro cuore deve essere terreno fertile. Se gli orecchi non sentono non serve che qualcuno gridi. La voce di Dio è come la brezza del mattino. Pregare vuol dire ascoltare. È il Signore che per primo ci desidera e vuole entrare nella nostra vita”.

Quanto coraggio ci vuole per seguire la propria vocazione? “La vita è un rischio. La strada che conduce alla vera vita ha delle difficoltà. È come quando si va in montagna: si arriva in cima con il fiatone. Ciò che non si conquista sembra che non si appartenga. Le difficoltà possono essere opportunità perché permettono di capire i limiti. Non bisogna mai scoraggiarsi! Lo scoraggiamento non fa parte della fede cristiana”.

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