Bologna: costruire ponti di pace nel ricordo di san Giovanni Paolo II

Con l’accensione dei candelabri e la firma dell’appello si è chiuso a Bologna il 32^ incontro internazionale di preghiera per la pace, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha dato appuntamento a Madrid. Però l’incontro si è chiuso con un minuto di silenzio per ricordare le vittime delle violenze e delle guerre, con i 300 rappresentanti delle religioni, che hanno accompagnato in processione i fedeli, attraverso le vie del centro, alla preghiera comune per la pace.

Nella cerimonia finale l’arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi, ha sottolineato che la costruzione di ponti di pace è un lavoro certosino: “Noi siamo i custodi del nostro fratello e della nostra sorella. La pace non è un gesto eroico per poi mettersi di nuovo a dormire con il soporifero e alienante sonno dell’indifferenza. La pace non è nemmeno affare per ingenui.

Anzi. E’ ingenuo l’ottimismo di chi non vuole vedere. I ponti richiedono pazienza, tempo, capacità, sistema, coraggio, tanto amore. Grazie, allora, alla Comunità di Sant’Egidio, grazie di questo regalo che ci mostra tante realtà di conoscenza e di pace possibile e grazie per la passione a continuare a farlo! Mettiamo da parte quello che divide: i ponti sono indispensabili per vivere i questa stanza bellissima ed unica che è il mondo. La pace è un portico che protegge tutti”.

Anche il presidente della Comunità di Sant’Egidio, prof. Marco Impagliazzo ha sottolineato il valore dello spirito di Assisi, che non può essere spento: “Non è un’esigenza estemporanea, quella di una cultura di pace e di una rete di pace che abbracci il mondo. Nei popoli, magari nel profondo, c’è una volontà di bene, che talvolta non trova strade per esprimersi. Siano le donne e gli uomini di religione quelli che mostrano come non è inutile bussare, chiedere, protestare, invocare, perché la pace è sempre possibile.

I popoli non sono duri e cattivi, destinati allo scontro, ma vanno accompagnati con amore e fiducia, costruendo ponti. Siamo troppo rassegnati a che non esistano energie buone nel cuore dei popoli. Bisogna chiamarle alla luce: esistono e sono una forza profonda e nascosta”.

Il vescovo cinese, mons. Joseph Shen Bin, ha sottolineato che nella lingua cinese la parola ‘pace’ ha significati precisi: “Per quanto riguarda la parola pace, la parola in lingua cinese contiene l’idea di riconciliazione e di negoziazione per risolvere le differenze e i conflitti tra persone, tra gruppi, tra etnie, tra paesi”.

Ed ha ricordato l’accordo firmato tra la Santa Sede e la Cina: “Attraverso il dialogo è stato costruito un ponte di pace che ha abbattuto un muro durato quasi 70 anni. Grazie a questo ponte, per la prima volta quest’anno abbiamo due vescovi cinesi che partecipano al Sinodo. Per la prima volta in settanta anni, l’universalità della Chiesa si è arricchita della loro presenza.

Questi sono tutti segni positivi, come luci che illuminano le tenebre donandoci una nuova speranza. Gesù ci ha insegnato che ‘dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive’, quindi per realizzare la pace occorre cambiare il nostro cuore, lasciarsi modellare dallo Spirito Santo, abbandonare ogni pregiudizio e condanna”.

Nell’appello finale i leaders religiosi hanno sottolineato il valore dello ‘spirito di Assisi’: “In questi anni, lo Spirito di Assisi, ha aiutato a incontrarsi, ha svelato come la guerra nel nome della religione è sempre guerra alla religione. La guerra è sempre una ‘inutile strage’, è contro l’uomo. Per questo, con la preghiera e con la solidarietà con quanti soffrono in tante parti del mondo, vogliamo dare il nostro contributo per costruire ‘ponti di pace’.

Il nostro è un tempo di grandi opportunità, ma anche di perdita di troppi ponti infranti e di nuovi muri. E’ un tempo di perdita di memoria e di spreco di aria, acqua, terra, risorse umane; questo spreco scarica sulle future generazioni pesi e conti insopportabili. Abbiamo ascoltato memorie dolorose da paesi in guerra e testimonianze da terre dove rinascono frontiere, muri e contrapposizioni”.

In questa costruzione le religioni sono chiamate a svolgere il compito di creare ‘comunità’: “Le religioni, come i popoli, hanno varie strade davanti. Lavorare all’unificazione spirituale che è mancata finora alla globalizzazione e a un destino comune dell’umanità. O, d’altra parte, seguire il tempo e lasciarsi utilizzare per rafforzare le resistenze alla globalizzazione, sacralizzando confini, differenze, identità e conflitti. O, infine, restare chiusi nei propri recinti di fronte a una globalizzazione tutta economica…

Le religioni sono legame, comunità, mettere insieme. Sono ponti, creano comunanza, ricreano la famiglia umana. Se si perde il senso di un destino comune è una sconfitta per l’umanità e per tutti i credenti. Le religioni, nella loro sapienza millenaria, levigate dalla preghiera e dal contatto con la sofferenza umana, sono laboratori viventi di unità e di umanità, rendono ogni uomo e ogni donna un artigiano di pace”.

Però in questo cambiamento occorre pregare Dio: “La preghiera è la radice della pace, aiuta a non schiacciarsi sul presente. Sì, la forza debole della preghiera è l’energia più potente per realizzare la pace anche laddove sembra impossibile. Per questo lo ripetiamo: non c’è futuro nella guerra. Possa Dio disarmare i cuori e aiutare ognuno a essere un ponte di pace. Possa Dio aiutarci a ricostruire la comune famiglia umana e ad amare ‘nostra madre terra’. Perché il nome di Dio è la pace”.

Ed è stato molto suggestivo che nell’ultimo incontro prima della celebrazione finale sia stato ricordato san Giovanni Paolo II dal giornalista Gianfranco Svidercoschi: “L’evento di Assisi, insomma, obbligò a ripensare le ragioni della pace, e cioè il destino comune che lega ormai indissolubilmente popoli e nazioni di tutta la terra…

Dunque, un Papa che gettò le basi per un nuovo umanesimo; costruì ‘ponti’, prima inimmaginabili, per il dialogo, per un impegno comune, tra le Chiese e le religioni. E riuscì a farlo, Giovanni Paolo II, per la straordinaria capacità che aveva, straordinaria perché così naturale, perché veniva da dentro, nel vivere la propria fede come testimonianza. Testimone di Dio, della sua verità, del suo ingresso nella storia umana”.

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