Camerino: le clarisse tornano ‘a casa’ e la speranza rinasce

Nell’ottobre di due anni fa il terremoto rese inagibile il monastero, intitolato a santa Chiara, ma non minò la forza d’animo e la speranza di una ‘rinascita’. E così è avvenuto per le monache clarisse di Camerino, centro marchigiano tra i più devastati dalle scosse del terremoto del 2016, che domenica 14 settembre hanno inaugurato una nuova struttura in legno grazie alla generosità di molte donazioni e del contributo da parte delle Caritas di Milano, Bergamo e Brescia assieme al sostegno dell’Ordine dei Frati minori.

Al centro dello stabile a navata unica sorge una cappella di quattrocento metri quadri complessivi per un centinaio di posti: è questo il ‘cuore’ pulsante della vita spirituale di una comunità fortemente colpita dal sisma e che, nonostante la maggior parte delle chiese distrutte in città, in questi spazi ritrova un punto di aggregazione e di preghiera. Nella chiesa sono custodite anche le spoglie della beata Camilla Battista da Varano, la mistica camerte di nobili origini morta nel 1524 e che fu abbadessa del monastero.

Alla badessa, madre Chiara Laura Serboli, abbiamo chiesto di raccontarci il sentimento che si prova nel ritorno a ‘casa’: “Ci viene in mente il salmo che canta ‘quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore ed ora i nostri piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme’. Quindi i sentimenti prevalenti sono quelli della gioia e della gratitudine immensa al Signore, prima di tutto, e a quei fratelli che ci hanno aiutato, sostenuto e incoraggiato.

Il giorno dell’inaugurazione, al termine della celebrazione. Questo è stato il nostro saluto: siamo qui per voi e voi per noi, e in questa grazia della comunione e condivisione lodiamo insieme il Signore e insieme speriamo nella rinascita della nostra città, di cui questa struttura vuole essere un piccolo segno”.

Cosa avete sperimentato in questi anni di lontananza?
“Anche qui è un salmo che ci consegna i sentimenti più veri del nostro cuore: ‘Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra avevamo appeso le nostre cetre. Come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera?’ Per quasi due anni siamo state ospiti delle Sorelle di S. Severino Marche. Siamo arrivate da loro nella notte del 26 ottobre 2016 quando, con il cuore pieno di tristezza e paura, abbiamo lasciato Camerino.

Ci sembrava una sistemazione temporanea, invece la terribile scossa del 30 ottobre ci ha tolto la speranza di rientrare al più presto nel nostro monastero di Camerino. Come per tutta la gente di qui il tempo della lontananza è stato un tempo di ‘esilio’. Umanamente e spiritualmente il terremoto ci ha fatto toccare la precarietà della nostra vita e la fragilità dei nostri progetti, ci ha fatto sperimentare paura e instabilità, sconforto, smarrimento e sgomento.

Tutto questo ha chiesto un cammino di fede ulteriore, per non farci schiacciare dalla sofferenza e dall’angoscia, radicandoci ancora di più in Cristo per trovare in Lui quella fiducia e speranza che aprono la via della comunione e della solidarietà. Certamente abbiamo sperimentato anche tanta gratitudine per il balsamo della consolazione e dell’aiuto fraterno che in tanti hanno riversato su di noi, in particolare le nostre sorelle di San Severino Marche che subito ci hanno accolte con amore e generosità, considerando che anche il loro monastero ha subito seri danni e le zone utilizzabili si sono ristrette notevolmente diminuendo così gli spazi a disposizione.

A questo però va aggiunto lo sconcerto per il fatto che la nostra comunità aveva appena terminato i lavori di ricostruzione del precedente terremoto del 1997, con tanti sacrifici e grandi fatiche fisiche ed economiche”.

Come annunciare nella precarietà il vangelo a tutti?
“Il terremoto che abbiamo vissuto è come un’onda d’urto dopo la quale niente e nessuno è più come prima. E’ un affronto alla vita, è una tabula rasa in cui tutto è azzerato. Ci si ritrova nudi, in tutti i sensi. Il terremoto provoca anche un nuovo inizio: riconduce all’essenziale, poche strutture esteriori equivalgono a più contatti relazionali.

Ci si gioca tutto nel ‘corpo a corpo’, che non elimina le dinamiche umane che sono fatte anche di rivendicazioni, contestazioni, lamentazioni. La stessa nostra fede è stata scaraventata in un vortice di sensazioni che rischiano di farci perdere l’orientamento. E allora l’unica vera risposta la possiamo attingere a quella Parola di Vita che è insieme lampada ai nostri passi e roccia incrollabile per il nostro rimanere.

In particolare nella risposta che Dio dà al profeta Ezechiele quando, dinanzi alla distruzione totale e ad una vallata piena di ossa umane, emerge spietata la domanda: ‘Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?’. Diremmo noi oggi: ‘Potranno queste macerie risorgere? Tornerà ad essere abitato questo nostro stupendo paese?’

E soprattutto: ‘Ma ne vale la pena?’ Sono le domande che abitano i nostri cuori e che ci costringono a chiederci se crediamo o no alla rinascita di questa terra in un momento in cui la tentazione di fuggire altrove è quasi inevitabile. Una parola irrevocabile Dio consegna a Ezechiele: ‘Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra’.

Di fronte alla fragilità della materia, quindi, c’è soltanto una possibilità di risurrezione: aggrapparsi all’impalpabile e sfuggente realtà dello spirito. Prima di tutto dobbiamo chiedere lo Spirito che viene da Dio, che è forza interiore, speranza contro ogni speranza, coraggio, tenacia… e poi radicarci nello spirito di questa terra che è unica, come i tanti piccoli centri dell’Appennino, abbandonati in nome di criteri spesso solo economici.

Ne vale la pena allora? Sì, solo nello Spirito possiamo rispondere ‘ne vale la pena’! Basta allargare lo sguardo oltre il presente, non vedere più solo macerie, ma gru! La via possibile allora è solo quella che passa attraverso l’aggrapparsi alla preghiera, il ritrovare il senso del nostro andare e del nostro restare in Gesù Cristo, riscoprire la bellezza delle nostre relazioni, della solidarietà, della collaborazione senza bandiere e schieramenti, attingendo alla speranza e al coraggio che solo Cristo può donarci perché il compito che ci aspetta è grande”.

A Roma si sta svolgendo il Sinodo dei vescovi sui giovani: essi cosa chiedono alla Chiesa?
“Papa Francesco ha scritto: ‘Abbiamo bisogno dei giovani per uscire dalle risacche della logica velenosa del ‘si è sempre fatto così’, e per cercare insieme nuove strade tenendo fisso lo sguardo su Gesù. A noi l’impegno di essere docili e avvicinare il mondo dei giovani con l’entusiasmo della fede, il gusto della ricerca, la fiducia nel futuro, la profezia dei sentieri nuovi’.

Penso che ci sia chiesta una buona dose di umiltà per accogliere le provocazioni nate dagli scandali subiti per la nostra incoerenza, la nostra non autenticità, non radicalità, non gratuità. E aggiungo che ci è chiesta una buona dose di umanità vera, liberata e liberante, in cui risplenda la bellezza dell’appartenenza a Cristo, la verità del Vangelo che rende la vita buona e una testimonianza che provochi alla sequela.

Insomma, i giovani, guardandoci, dovrebbero poter dire che è bello servire il Signore. Spesso, invece, si scontrano con cristiani poco credibili, ripiegati su se stessi e intrisi della logica del mondo!”

Nel messaggio per la giornata missionaria il papa ha invitato a portare il Vangelo a tutti. Come poter trasmettere la fede ai giovani, insieme a loro?
“Credo che, innanzitutto, dobbiamo chiederci dove siamo noi adulti, religiosi, credenti e come mai per tanto tempo abbiamo lasciato che le domande dei giovani ci rimbalzassero addosso scivolando via! Come mai abbiamo perso il contatto con loro e siamo stati incapaci di stare loro vicini nelle scelte importanti, di prenderci cura, di ascoltare e dare spazio alle loro provocazioni, ai loro sogni, alle loro istanze senza ‘riconoscere in essi l’eco e il sussurro della voce di Dio’, come scrive papa Francesco riprendendo la parola del profeta Gioele:

‘Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni’. Poi penso che il presupposto primo per ogni dialogo è l’accoglienza incondizionata, libera da ogni giudizio, gratuita, appassionata e sincera.

Accogliere non significa approvare, ma significa semplicemente chinarsi sull’altro, amarlo per quello che è, lì dove è, nella certezza che il sentirsi amato mette in circolo energie nuove, forze nuove, belle, magari sopite, e apre al bene. Siamo chiamati anche ad abbandonare un atteggiamento di sfiducia verso i giovani per ‘uscire verso le periferie dei loro cuori, prendendo sul serio ogni battito di chi con fatica ogni giorno costruisce la propria vita’.

E credo che se noi per primi facciamo l’esperienza di un Dio che è libero e liberante, che è amore e non precetti, sapremo testimoniarlo a loro con naturalezza: chi arde, accende! La bellezza, la gioia, la benevolenza sono ‘incendiarie’ in se stesse, sono diffusive di sé”.

(Tratto da Aci Stampa)

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