Contro la pena di morte

Il 26 settembre 2007, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa decise di indire una ‘Giornata europea contro la pena di morte’, che da allora si celebra ogni anno il 10 ottobre. Il Consiglio d’Europa ha svolto un ruolo determinante nel processo che ha trasformato l’Europa in uno spazio libero dalla pena di morte sin dal 1997. Tale giornata costituisce un contributo europeo alla Giornata mondiale contro la pena di morte che si celebra ogni anno lo stesso giorno.

La dichiarazione europea afferma la forte opposizione delle due organizzazioni alla pena capitale in qualsiasi circostanza: “La pena di morte è un affronto alla dignità umana. Essa rappresenta un atto crudele, disumano e degradante, contrario al diritto alla vita. La pena di morte non ha nessun effetto deterrente accertato e rende ogni errore giudiziario irreversibile”.

E Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, ha affermato che i prigionieri condannati a morte devono essere trattati con umanità e dignità e detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani:

“A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione. Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione”.

In questa occasione, l’organizzazione per i diritti umani ha lanciato una campagna su cinque paesi (Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia) affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni detentive dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale. Inoltre Amnesty International ha documentato condizioni detentive agghiaccianti in molti paesi del mondo ma la sua campagna si concentra su Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia, dove la crudeltà del sistema della pena capitale è estrema.

In Ghana i condannati a morte denunciano che spesso non ricevono le cure mediche necessarie per curare malattie o disturbi di lunga durata. In Iran, Mohammad Reza Haddadi, nel braccio della morte da quando aveva 15 anni, ha dovuto subire la tortura di vedersi fissata e poi rinviata l’esecuzione almeno sei volte negli ultimi 14 anni.

Matsumoto Kenji, in Giappone, soffre di delirio molto probabilmente a causa del prolungato isolamento in cui trascorre l’attesa dell’esecuzione. Hoo Yew Wah ha presentato una richiesta di clemenza alle autorità della Malaysia nel 2014 ed è ancora in attesa di una risposta.

Il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte in Bielorussia fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati. Amnesty International si oppone sempre alla pena di morte, senza eccezione e a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dalla colpevolezza, dall’innocenza o da altre caratteristiche del condannato e dal metodo usato per eseguire le condanne a morte.

Nello scorso anno Amnesty International ha registrato 993 esecuzioni in 23 paesi, 4% in meno rispetto al 2016 e il 39% in meno rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan ma questo dato non tiene conto delle migliaia di esecuzioni avvenute in Cina, dove le informazioni sull’uso della pena di morte restano un segreto di stato.

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