Papa Francesco parla della teologia della tenerezza

“Teologia e tenerezza sembrano due parole distanti: la prima sembra richiamare l’ambito accademico, la seconda le relazioni interpersonali. In realtà la nostra fede le lega indissolubilmente. La teologia, infatti, non può essere astratta, se fosse astratta, sarebbe ideologia, perché nasce da una conoscenza esistenziale, nasce dall’incontro col Verbo fatto carne! La teologia è chiamata allora a comunicare la concretezza del Dio amore. E tenerezza è un buon ‘esistenziale concreto’, per tradurre ai nostri tempi l’affetto che il Signore nutre per noi”.

Con questo essenziale richiamo papa Francesco ha descritto, ricevendo i partecipanti al convegno ‘La teologia della tenerezza in Papa Francesco’, svoltosi ad Assisi fino al 16 settembre, questa forma di conoscenza della Parola di Dio. Il pontefice è partito dal dato che oggi ci si concentra molto meno sui concetti e molto più sul ‘sentire’ e sulle sensazioni:

“Può non piacere, ma è un dato di fatto: si parte da quello che si sente. La teologia non può certamente ridursi a sentimento, ma non può nemmeno ignorare che in molte parti del mondo l’approccio alle questioni vitali non inizia più dalle domande ultime o dalle esigenze sociali, ma da ciò che la persona avverte emotivamente.

La teologia è interpellata ad accompagnare questa ricerca esistenziale, apportando la luce che viene dalla Parola di Dio. E una buona teologia della tenerezza può declinare la carità divina in questo senso. E’ possibile, perché l’amore di Dio non è un principio generale astratto, ma personale e concreto, che lo Spirito Santo comunica nell’intimo.

Egli, infatti, raggiunge e trasforma i sentimenti e i pensieri dell’uomo. Quali contenuti potrebbe dunque avere una teologia della tenerezza? Due mi sembrano importanti, e sono gli altri due spunti che vorrei offrirvi: la bellezza di sentirci amati da Dio e la bellezza di sentirci di amare in nome di Dio”.

Il papa ha sottolineato il bisogno a ‘sentirci amati’: “E’ un messaggio che ci è pervenuto più forte negli ultimi tempi: dal Sacro Cuore, da Gesù misericordioso, dalla misericordia come proprietà essenziale della Trinità e della vita cristiana… La tenerezza può indicare proprio il nostro modo di recepire oggi la misericordia divina.

La tenerezza ci svela, accanto al volto paterno, quello materno di Dio, di un Dio innamorato dell’uomo, che ci ama di un amore infinitamente più grande di quello che ha una madre per il proprio figlio. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa facciamo, siamo certi che Dio è vicino, compassionevole, pronto a commuoversi per noi. Tenerezza è una parola benefica, è l’antidoto alla paura nei riguardi di Dio, perché ‘nell’amore non c’è timore’, perché la fiducia vince la paura”.

Ed ha sottolineato la necessità di una ‘teologia gustosa’: “Queste e altre considerazioni può approfondire la ricerca: per dare alla Chiesa una teologia ‘gustosa’; per aiutarci a vivere una fede consapevole, ardente di amore e di speranza; per esortarci a piegare le ginocchia, toccati e feriti dall’amore divino.

In questo senso la tenerezza rimanda alla Passione. La Croce è infatti il sigillo della tenerezza divina, che si attinge dalle piaghe del Signore. Le sue ferite visibili sono le finestre che spalancano il suo amore invisibile. La sua Passione ci invita a trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, ad appassionarci di Dio. E dell’uomo, per amore di Dio”.

In questi passaggi c’è perciò la chiave per comprendere che ‘la radice della nostra libertà non è mai autoreferenziale’: “La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana. La tenerezza di Dio ci porta a capire che l’amore è il senso della vita.

Comprendiamo così che la radice della nostra libertà non è mai autoreferenziale. E ci sentiamo chiamati a riversare nel mondo l’amore ricevuto dal Signore, a declinarlo nella Chiesa, nella famiglia, nella società, a coniugarlo nel servire e nel donarci. Tutto questo non per dovere, ma per amore, per amore di colui dal quale siamo teneramente amati”.

Ed ha concluso affermando che è necessario di una teologia ‘in cammino’, che conduce alla salvezza: “Questi brevi spunti indirizzano a una teologia in cammino: una teologia che esca dalle strettoie in cui talvolta si è rinchiusa e con dinamismo si rivolga a Dio, prendendo per mano l’uomo; una teologia non narcisistica, ma protesa al servizio della comunità; una teologia che non si accontenti di ripetere i paradigmi del passato, ma sia Parola incarnata.

Certamente la Parola di Dio non muta, ma la carne che essa è chiamata ad assumere, questa sì, cambia in ogni epoca. C’è tanto lavoro, dunque, per la teologia e per la sua missione oggi: incarnare la Parola di Dio per la Chiesa e per l’uomo del terzo millennio. Oggi più che mai ci vuole una rivoluzione della tenerezza. Questo ci salverà”.

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