Dopo 50 anni da Medellín partono segni di rinnovamento

Fare proprie ‘la conversione e la riforma della Chiesa’ promosse da papa Francesco; ‘lasciare da parte l’autoreferenzialità per essere una Chiesa povera per i poveri e gli scartati’; ‘superare la sporcizia all’interno della Chiesa e condannare con coraggio gli abusi sessuali, di potere e di coscienza’:

questo è stato l’appello del card. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo e vicepresidente della Rete ecclesiale pan-amazzonica, durante il suo intervento al congresso latinoamericano ‘Medellín cinquant’anni: profezia, comunione, partecipazione’, promosso dal Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), dall’arcidiocesi di Medellín, dal Coordinamento latinoamericano dei religiosi e delle religiose (Clar) e dalla Caritas latinoamericana, a cui hanno preso parte di più di 70 vescovi dell’America latina e dei Caraibi, comunità religiose, rappresentanti del clero e laici provenienti da diversi paesi della regione.

Secondo il cardinale venezuelano Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida e amministratore apostolico di Caracas, “i documenti di Medellín sono stati una pietra miliare nel cammino post-conciliare, poiché fummo i primi ad assumere il clima nuovo del concilio Vaticano II. E tutto questo ha portato il suo influsso al di là delle nostre frontiere… Questi cinquant’anni sono stati caratterizzati da alti e bassi, ma la Chiesa del nostro continente è maturata, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, interni ed esterni”.

Ora la sfida principale, secondo il card. Cardozo “è assumere, sulla linea di Papa Francesco, l’urgente necessità di prendere sul serio il concilio Vaticano II e dare alla Chiesa, in questo momento, un volto di speranza e gioia. E’ consolante, per noi venezuelani la fraternità dei vescovi con i quali ci stiamo incontrando”.

Nell’edizione del 21 agosto scorso sull’Osservatore Romano frére Alois ha ricordato il pellegrinaggio di papa Paolo VI accompagnato da frére Roger: “Primo Pontefice a visitare l’America latina, al suo arrivo nella capitale Montini incontrò in cattedrale i vescovi e i preti del paese; quindi, nel campo eucaristico sede del congresso, conferì l’ordinazione a duecento sacerdoti e diaconi colombiani.

Il giorno dopo, durante la messa per la ‘giornata dello sviluppo’ nel campo San José alla presenza di trecentomila campesinos, il Papa rinnovò la severa denuncia degli squilibri e delle ingiustizie sociali già contenuta nell’enciclica ‘Populorum progressio’ dell’anno precedente, ribadendo l’ ‘affezione preferenziale’ della Chiesa per i più poveri ed esortando, al tempo stesso, a evitare il ricorso alla violenza per promuovere le legittime aspirazioni della popolazione”.

Ha spiegato il motivo per cui frére Roger lo accompagnò: “L’idea di accompagnare il Santo Padre in quell’esercizio nuovo del suo ministero, che è un grande viaggio, avvince fratel Roger. In seguito, con Giovanni Paolo II, le visite apostoliche in tutto il mondo diventeranno parte integrante della vita di un Papa. Ma ai tempi di Paolo VI uno spostamento intercontinentale era ancora un fatto eccezionale.

Fratel Roger è grato di potervi partecipare poiché, dopo gli incontri con Giovanni XXIII che l’hanno profondamente colpito, prosegue nel silenzio del suo cuore una meditazione sul significato del ministero di un pastore universale nel cuore della Chiesa. Ne parla poco pubblicamente, sa che è una questione scottante nei rapporti tra i cristiani separati. Ma vedere da vicino Papa Paolo VI esercitare la sua missione universale lo interessa e lo affascina…

Accompagnare il Papa, e per di più accompagnarlo in America latina, rappresenta per fratel Roger un evento importantissimo. Da dieci anni il continente latinoamericano, ed in particolare la Colombia, occupa molto i suoi pensieri e la sua preghiera a Taizé. La sua attenzione verso quel continente lontano è stata risvegliata da un incontro che ha avuto dieci anni prima, a Roma, nel 1958, con il vescovo cileno Larraín Errázuriz.

Quell’anno fratel Roger assiste all’incoronazione di Giovanni XXIII poiché l’arcivescovo di Lione, cardinale Gerlier, ha chiesto al nuovo Papa, subito dopo la sua elezione, di ricevere il fondatore di Taizé per sensibilizzarlo sin dall’inizio al tema dell’ecumenismo. Papa Giovanni XXIII accetta e, il 7 novembre, tre giorni dopo la sua incoronazione, riceve fratel Roger e fratel Max, che si ritrovano così in cima alla lista delle udienze del nuovo Pontefice…

Per tutte queste ragioni, quando nel 1968 fratel Roger riceve l’invito di Paolo VI ad accompagnarlo in Colombia, si rallegra infinitamente di poter passare alcuni giorni in quel continente tanto amato, dove non si è ancora mai recato. Gioisce anche al pensiero di ritrovarvi tanti vescovi divenuti suoi amici durante il concilio.

Di fatto uno degli obiettivi del pellegrinaggio apostolico è di inaugurare a Bogotá la conferenza dei vescovi dell’America latina, che si terrà poi nella città di Medellín”.

Il racconto di frére Alois ha ricordato l’omelia inaugurale sui ‘Tre indirizzi’ di papa Paolo VI alla Seconda Conferenza generale degli episcopati dell’America Latina: “Anche i Pastori della Chiesa, non è vero?, fanno propria l’ansia dei popoli in questa fase della storia della civiltà; ed anch’essi, le guide, i maestri, i profeti della fede e della grazia, avvertono l’instabilità, che tutti ci minaccia.

Noi condividiamo la vostra pena, Fratelli, il vostro timore. Dall’alto della mistica barca della Chiesa, Noi pure, e non certo in grado minore, sentiamo la tempesta che ci avvolge e che ci assale… Questa per la Chiesa è un’ora di coraggio e di fiducia nel Signore.

Lasciate che Noi condensiamo brevemente in alcuni paragrafi le molte cose che abbiamo nel cuore per il vostro momento presente e per il vostro prossimo avvenire. Voi non aspettate da Noi trattazioni complete; le riunioni di questa vostra seconda Assemblea Generale dell’Episcopato Latino Americano, che sappiamo preparate con tanta cura e con tanta competenza, tratteranno più a fondo i vostri problemi.

Noi Ci limitiamo a indicarvi un triplice indirizzo alla vostra attività di Vescovi, successori degli Apostoli, custodi e maestri della fede e pastori del Popolo di Dio”.

Dapprima papa Paolo VI descrive l’indirizzo spirituale: “Non possiamo esimerci della pratica d’un’intensa vita interiore. Non possiamo annunciare la parola di Dio senza averla meditata nel silenzio dell’anima. Non possiamo essere fedeli dispensatori dei misteri divini, senza averne a noi stessi assicurata la ricchezza.

Non dobbiamo dedicarci all’apostolato, se non- lo sappiamo suffragare con l’esempio delle virtù cristiane e sacerdotali… Parlate, parlate, predicate, scrivete, prendete posizione, come si dice, in armonia di piani e di intenti a difesa e ad illustrazione delle verità della fede, sull’attualità del Vangelo, sulle questioni che interessano la vita dei fedeli e la tutela del costume cristiano, sulle vie che conducono al dialogo con i Fratelli separati, sui drammi, ora grandi e belli, ora tristi e pericolosi, della civiltà contemporanea”.

Nell’indirizzo pastorale ha chiesto l’osservanza al Concilio Vaticano II: “Si veda di dare ai Consigli presbiterali e pastorali la consistenza e la funzionalità, volute dal Concilio; si prevenga prudentemente e con paterna comprensione e carità, per quanto è possibile, ogni pronunciamento irregolare e indisciplinato del Clero; si veda di interessarlo alle questioni del ministero diocesano; si procuri di sostenerlo nelle sue necessità, si ponga ogni cura nel reclutamento e nella formazione degli Alunni seminaristi; si associno anche i Religiosi e le Religiose, secondo le loro attitudini e possibilità, all’attività pastorale. Cosi, concentrando sul Clero le cure migliori, Noi siamo sicuri che questo metodo darà il frutto sperato, quello d’una Chiesa viva, santa, ordinata e fiorente in tutta l’America Latina”.

Ed infine nell’indirizzo sociale ha richiamato i documenti della Dottrina Sociale della Chiesa: “In ogni modo, la Chiesa oggi si trova davanti alla vocazione della Povertà di Cristo. Vi è nella Chiesa chi già ne sperimenta i disagi inerenti, per insufficienza talvolta di pane e sovente di mezzi: sia confortato, aiutato dai fratelli e dai buoni fedeli, e sia benedetto.

E’ l’indigenza della Chiesa, con la decorosa semplicità delle sue forme, un attestato di fedeltà evangelica; è la condizione, talvolta indispensabile, per dare credito alla propria missione; è un esercizio talora sovrumano di quella libertà di spirito, rispetto ai vincoli della ricchezza, che accresce la forza alla missione dell’apostolo…

Se noi dobbiamo favorire ogni onesto sforzo per promuovere il rinnovamento e l’elevazione dei Poveri e di quanti vivono in condizioni d’inferiorità umana e sociale, e se noi non possiamo essere solidali con sistemi e strutture che coprono e favoriscono gravi ed opprimenti sperequazioni fra le classi e i cittadini d’un medesimo Paese, senza porre in atto un piano effettivo per rimediare alle condizioni insopportabili d’inferiorità di cui spesso soffre la popolazione meno abbiente. Noi ripetiamo ancora una volta a questo proposito: non l’odio, non la violenza sono la forza della nostra carità”.

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