La Chiesa di fronte alla nascita dello stato di Israele

Lo stato d’Israele fu proclamato dal leader David Ben Gurion il 14 maggio 1948 ed è ufficialmente entrato in essere il 15, quando, alla mezzanotte, terminò il mandato britannico. L’idea di restituire agli ebrei la loro terra promessa era già presente nel XVI secolo. I promotori di questa idea volevano fondare lo stato nella terra d’Israele, chiamata anche Palestina, dove gli Ebrei regnavano nei tempi biblici. Questa terra non ebbe mai dei confini storicamente ben definiti.

Nel XIX secolo, i politici inglesi videro un nuovo valore legato a questa terra: riuscire ad avere nel Medio Oriente una comunità ebraica in buoni rapporti con l’impero britannico. Due fenomeni resero reali e concrete le aspirazioni di ritorno per gli ebrei: il nazionalismo europeo che andava allora germogliando, culminato nei lager nazisti, e da cui gli ebrei si sentivano esclusi; ed i massacri, o pogrom, eseguiti dagli Zar russi contro gli ebrei, residenti soprattutto in Ucraina ed in Polonia. E con la dichiarazione di indipendenza dell’insediamento dello stato di Israele iniziarono in quella terra i conflitti arabo-israeliani.

Di fronte al conflitto papa Pio XII, alcuni mesi dopo la proclamazione dello stato di Israele, decise di scrivere l’enciclica ‘In Multiplicibus Curis’ (24 ottobre), per ottenere preghiere in favore della pace nella terra di Gesù: “Noi non Ci siamo rinchiusi nel Nostro dolore, ma abbiamo fatto quanto era in Nostro potere per cercare di apportarvi rimedio…

Senza discostarCi dall’attitudine di imparzialità impostaCi dal Nostro ministero apostolico che Ci colloca al di sopra dei conflitti dai quali è agitata la società umana, non mancammo di adoperarci, nella misura che dipendeva da Noi e secondo le possibilità che si sono offerte, per il trionfo della giustizia e della pace in Palestina e per il rispetto e la tutela dei luoghi santi”.

Papa Pio XII era preoccupato già prima del conflitto della situazione mediorientale, cercando ogni soluzione per ‘apportarvi rimedio’: “Parlando, prima ancora che il conflitto armato avesse inizio, a una delegazione di notabili arabi venuta a renderCi omaggio, manifestammo la Nostra viva sollecitudine per la pace in Palestina e, condannando ogni ricorso ad atti violenti, dichiarammo che essa non poteva realizzarsi se non nella verità e nella giustizia, cioè nel rispetto dei diritti di ognuno, delle tradizioni acquisite, specialmente nel campo religioso, come pure nello stretto adempimento dei doveri e degli obblighi di ciascun gruppo di abitanti.

Dichiarata la guerra, senza discostarCi dall’attitudine di imparzialità impostaCi dal Nostro ministero apostolico che Ci colloca al di sopra dei conflitti dai quali è agitata la società umana, non mancammo di adoperarci, nella misura che dipendeva da Noi e secondo le possibilità che si sono offerte, per il trionfo della giustizia e della pace in Palestina e per il rispetto e la tutela dei luoghi santi”.

Nell’enciclica il papa ha sottolineato la necessità della pace in quel territorio da parte dei cristiani: “Come dichiarammo il 2 giugno scorso ai membri del sacro collegio dei cardinali, mettendoli a parte delle Nostre ansietà per la Palestina, Noi non crediamo che il mondo cristiano potrebbe contemplare indifferente o in una sterile indignazione quella terra sacra, alla quale ognuno si accostava col più profondo rispetto per baciarla col più ardente amore, calpestata ancora da truppe in guerra e colpita da bombardamenti aerei;

non crediamo che esso potrebbe lasciar consumare la devastazione dei luoghi santi, sconvolgere il sepolcro di Gesù Cristo. Siamo pieni di fiducia che le fervide suppliche che si innalzano a Dio onnipotente e misericordioso dai cristiani sparsi nel vasto mondo, insieme con le aspirazioni di tanti nobili cuori ardentemente solleciti del vero e del bene, possano rendere meno arduo agli uomini che reggono i destini dei popoli il compito di far sì che la giustizia e la pace in Palestina divengano una benefica realtà e, con l’efficace cooperazione di tutti gli interessati, si crei un ordine che garantisca a ciascuna delle parti al presente in conflitto, la sicurezza dell’esistenza e insieme condizioni fisiche e morali di vita capaci di fondare normalmente uno stato di benessere spirituale e materiale”.

Inoltre papa Pio XII nell’enciclica rivolgeva un appello per una convivenza pacifica la libertà di culto: “Così pure occorrerà assicurare con garanzie internazionali sia il libero accesso ai luoghi santi disseminati nella Palestina, sia la libertà di culto e il rispetto dei costumi e delle tradizioni religiose.

E possa così sorgere presto il giorno in cui gli uomini abbiano di nuovo la possibilità di accorrere in pio pellegrinaggio ai luoghi santi per ritrovare svelato in quei monumenti viventi dell’Amore, che si sublima nel sacrificio della vita per i fratelli, il grande segreto della pacifica convivenza umana”.

Ed a distanza di 70 anni il Patriarcato di Gerusalemme preoccupazione per la promulgazione della Legge Fondamentale (Basic Law) che ha dichiarato ‘Israele Stato –Nazione del Popolo Ebraico’: “E’ inconcepibile che una Legge costituzionale ignori un intero segmento di popolazione, come se i suoi membri non fossero mai esistiti. Anche nel caso in cui tale legge non abbia effetti concreti, essa manda un segnale inequivocabile ai cittadini Palestinesi di Israele, comunicando loro che in questo Paese non sono a casa loro.

La lingua araba è stata degradata da lingua ufficiale a lingua ‘a statuto speciale’, e ci si è assunti l’impegno di lavorare per lo sviluppo dell’insediamento degli Ebrei sul territorio, senza nessuna menzione allo sviluppo del paese per il resto dei suoi abitanti. La Basic Law è esclusiva piuttosto che inclusiva, contestata più che consensuale, politicizzata più che fondata sulle norme fondamentali comuni e accettabili per tutte le componenti della popolazione”.

Ed elencando le numerose contraddizioni della legge nei confronti delle risoluzioni dell’Onu, ma soprattutto nei confronti della Dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele, il patriarcato di Gerusalemme ha sottolineato la mancanza di parità dei diritti tra abitanti di quella terra:

“Non è sufficiente avere e garantire diritti individuali. Ogni Stato con larghe minoranze dovrebbe riconoscere i diritti collettivi di queste minoranze, e garantire la difesa della loro identità collettiva, comprese le tradizioni religiose, etniche e sociali. I cittadini cristiani di Israele hanno la stessa preoccupazione di ogni altra comunità non-ebraica nei confronti di questa legge. Fanno appello a tutti gli appartenenti allo Stato di Israele che ancora credono nel concetto fondamentale dell’eguaglianza tra i cittadini di una stessa nazione, perché esprimano la loro obiezione a questa legge e ai pericoli derivanti da essa per il futuro di questo Paese”.

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