Don Primo Mazzolari: ‘la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana’ (Seconda parte)

Con ‘Il compagno Cristo. Vangelo del reduce’ (1945) si rivolge a chi torna dal fronte o dalla prigionia, per additare la via tracciata da Cristo. In quegli anni scrive molti articoli e collabora con giornali come ‘Democrazia’ e ‘L’Italia’. Incessantemente continua a interessarsi dei ‘lontani’, specialmente dei comunisti.

La sua critica del comunismo è molto dura, come dimostra il dibattito pubblico con un altro celebre cremonese, Guido Miglioli, ex sindacalista cattolico ed ex deputato del Partito Popolare, approdato alla collaborazione con il Partito Comunista. Lo slogan di don Mazzolari è: ‘Combatto il comunismo, amo i comunisti’.

Dopo le elezioni del 1948, nelle quali appoggia la DC, ammonisce i parlamentari e li invita alla coerenza e all’impegno. Il titolo di un suo articolo è chiarissimo: ‘Deputati e senatori vi hanno fatto i poveri’. Per creare un movimento di opinione più vasto, don Mazzolari progetta un giornale di battaglia. Nel gennaio 1949 esce il primo numero del quindicinale ‘Adesso’.

Il giornale tocca tutti i temi cari al suo fondatore: l’appello a un rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i lontani, il problema del comunismo, la promozione della pace in un’epoca di guerra fredda. Al giornale collaborano in molti: Bedeschi, Bergamaschi, Greppi (sindaco socialista di Milano) e tanti preti e laici più o meno noti: Bernstein, Vivarelli, Fabbretti…

Don Primo stringe rapporti stretti con le voci più libere e critiche del cattolicesimo italiano del tempo: diventa amico del fondatore di Nomadelfia, don Zeno Saltini, del poeta padre David Turoldo, del sindaco fiorentino Giorgio La Pira, dello scrittore Luigi Santucci e di molti altri.

Il carattere innovativo e coraggioso di ‘Adesso’ provoca l’intervento vaticano tanto che nel febbraio 1951 il giornale deve cessare le pubblicazioni. In luglio arrivano altre misure personali contro don Mazzolari: proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli senza preventiva revisione ecclesiastica.

Il giornale riparte nel novembre del 1951, ma con un direttore laico, Giulio Vaggi. Don Primo vi collabora utilizzando pseudonimi. In quegli anni si sviluppa un ampio dibattito sulla proposta del movimento dei Partigiani della Pace (a prevalenza comunista) di mettere al bando la bomba atomica e don Mazzolari si dichiara disponibile al dialogo. Ancora nel 1954 don Primo riceve da Roma l’ordine di predicare solo nella propria parrocchia e il divieto di scrivere articoli su ‘materie sociali’.

Con il suo caratteristico linguaggio, che punta a suscitare l’emozione nel cuore, senza voler indugiare nell’analisi scientifica o sociologica, don Mazzolari pubblica negli anni 50 altre opere significative. Nel 1952 esce ‘La pieve sull’argine’, un ampio racconto autobiografico, che ripercorre le vicende e le vicissitudini di un prete di campagna (don Stefano) negli anni del fascismo. Nel 1955 appare anonimo ‘Tu non uccidere’, che affronta il tema della guerra. Qui Mazzolari riprende un suo inedito del 1941, la ‘Risposta a un aviatore’, dove è già posto il problema della liceità della guerra.

Accetta l’obiezione di coscienza e pronuncia un duro atto di accusa contro tutte le guerre: “La guerra non è soltanto una calamità, è un peccato”, “Cristianamente e logicamente la guerra non si regge”. Spende le sue ultime energie per affrontare temi nuovi e conoscere problemi sociali anche lontani: nel 1951 visita il delta del Po, nel 1952 fa un viaggio in Sicilia, riportandone forti impressioni, e nel 1953 si reca in Sardegna.

Nella Chiesa italiana Mazzolari divide: da una parte le posizioni ufficiali, dall’altra tanti amici, ammiratori, discepoli che si riconoscono nelle sue battaglie e diffondono le sue idee. Lui rimane coerente al proposito di ‘ubbidire in piedi’, si sottomette ai superiori, ma tutela la propria dignità e coerenza. Alla fine della vita vede qualche gesto di distensione nei suoi confronti.

Nel novembre del 1957 l’arcivescovo di Milano mons. Montini lo chiama a predicare alla Missione di Milano, celebre iniziativa straordinaria di predicazioni e interventi pastorali. Infine, nel febbraio 1959, Giovanni XXIII, lo riceve in udienza in Vaticano, lasciando in don Primo un’intensa emozione. Ormai la sua salute è minata. Muore poco tempo dopo, il 12 aprile 1959.

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