Mons. Pizzaballa: l’Eucarestia è un dono per il quale dobbiamo essere preparati

Giovedì 31 maggio i fedeli della Chiesa latina di Gerusalemme si sono raccolti nel Santo Sepolcro per commemorare la presenza di Cristo nel sacramento dell’Eucaristia in occasione della solennità del Corpus Domini.

Le lodi e la messa sono state presiedute da mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, con mons. Leopoldo Girelli, nunzio apostolico in Israele e delegato apostolico a Gerusalemme e in Palestina, mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale a Gerusalemme e in Palestina, don Hanna Kildani, vicario patriarcale in Israele, padre Rafic Nahra, vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica, mons. Kamal Bathish, vescovo emerito, e molti altri sacerdoti della diocesi.

Nel’omelia, mons. Pizzaballa ha ricordato che “Gesù offre il suo corpo e il suo sangue in un gesto estremo di amore, come segno di alleanza, come cibo di salvezza, come principio di vita nuova per tutti”. Ha proseguito dicendo che “l’Eucaristia è un dono per il quale dobbiamo prepararci, ci vuole tempo e preparazione per comprendere questo dono…

La perseveranza che i giubilei dimostrano ci esorta a seguire il loro esempio, a celebrare nella vita il dono di amore dato e ricevuto. Rinnoviamo oggi, per loro e per tutti noi, il nostro impegno per realizzare e comprendere, ogni giorno, il mistero dell’Amore che sempre ci precede e che noi sempre attendiamo”.

E nell’omelia domenicale della solennità l’amministratore apostolica ha sottolineato l’istituzione eucaristica del Giovedì Santo: “Nella solennità di oggi leggiamo lo stesso Vangelo che la Chiesa proclama nella sera del Giovedì Santo, nel ricordo dell’ultima cena, che ci riporta ai giorni della Passione: Gesù offre il suo corpo e il suo sangue, cioè la sua vita; lo offre in un estremo gesto d’amore, come segno di alleanza, come cibo di salvezza, come principio di vita nuova, per tutti.

Letto oggi, dopo l’Ascensione e la Pentecoste, alla luce quindi della pienezza del mistero pasquale, questo Vangelo assume una luce e un significato nuovo, e viene in qualche modo dilatato all’infinito”.

Mons. Pizzaballa ha sottolineato i gesti che Gesù compie per rendere il proprio corpo eterno: “Nel nostro brano Gesù dedica molta attenzione ai preparativi: sono accurati. In qualche modo è Gesù stesso che prepara questa cena, che la rende possibile. L’iniziativa sembra dei discepoli: ‘Dove vuoi che andiamo a preparare…?’

Ma non è così: essi scoprono che c’è già una stanza pronta, una stanza che qualcuno ha già arredato e preparato, e che a loro spetta solo di portare il necessario per la cena, ovvero l’agnello, le erbe amare, il pane e il vino per ricordare l’uscita di Israele dall’Egitto”.

In effetti i discepoli sono chiamati ad accoglierLo: “I discepoli, inoltre, chiedono a Gesù dove preparare perché Lui possa mangiare la Pasqua. In realtà, neanche questo accadrà secondo le loro attese, perché non sarà Lui a mangiare la pasqua, ma sarà Lui ad offrirsi in cibo, affinché i discepoli possano mangiare un cibo di vita eterna, un cibo completamente nuovo. I discepoli, insomma, sono chiamati semplicemente ad accogliere il compimento di un dono preparato da sempre. Ma è anche un dono al quale ci si deve preparare”.

Quindi i discepoli assistono ad un dono inaspettato, che richiede però preparazione: “E’ un dono così grande, da richiedere tempo e preparazione perché possa essere compreso. Ha bisogno di un cammino che poco alla volta faccia prendere coscienza della grandezza di questo mistero.

Per questa ragione la Chiesa, anche se altrove vi sono tradizioni diverse, fa accedere al dono dell’Eucarestia solo dopo una certa preparazione e solo quando vi può essere la comprensione del dono dell’Eucarestia. Anche nei nostri giorni, in cui l’immediato e il ‘subito e ora’ sono apparentemente una conquista sociale, l’Eucarestia rimane un mistero che ha bisogno di tempo, di accoglienza e comprensione”.

L’Eucarestia è senza dubbio un dono, ma soprattutto una ‘esperienza di comunione’: “L’Eucarestia è innanzitutto un’esperienza di comunione: quello che stanno per vivere i discepoli non è solo un momento conviviale, non è solo il ricordo di una notte di salvezza, ma è il dono della vita che rende possibile l’amore: è la sorgente a cui attingere ogni possibilità di comunione.

E questo è il compimento dell’alleanza. Nell’Eucarestia, l’amore è cibo vero. Senza questo dono, non c’è comunione possibile, perché è dentro il mistero di questa cena che l’uomo ritrova il perdono che lo fa vivere e lo rende di nuovo capace di amare. Non c’è comunione possibile senza partecipare a questo corpo spezzato e donato, senza questo corpo che ci unisce a sé in un unico corpo”.

Solo attraverso il Corpus Domini il fedele comprende il valore del Regno di Dio: “In questo modo, l’Eucaristia non è solo un gesto occasionale, un momento della vita di Gesù: ne è piuttosto lo stile, il modo abituale di vivere. Un modo di stare nella vita prendendola tra le mani, così com’è, per offrirla in dono, per restituirla…

Perché oggi capiamo ancor meglio cosa significhino queste parole e come il regno di Dio si è fatto vicino: è vicino, è presente nella Chiesa che vive l’Eucaristia; è presente quando la chiesa vive dell’Eucaristia, cioè se ne lascia impregnare al punto che l’Eucaristia diventa stile di vita, modo di amare e di servire”.

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