Sermig: un ‘Progetto’ sempre ‘Nuovo’ dopo 40 anni

Nel primo numero del 1978 il gruppo redazionale del mensile ‘Progetto’ del Sermig di Torino così scriveva: “Noi del Sermig in questi anni abbiamo imparato a credere in alcune ‘follie’: continuare a sperare, dire la verità, voler attuare la giustizia, essere la voce dei deboli, far sì che non vi siano più nel mondo né ricchi né miserabili, far coesistere libertà ed eguaglianza…

Ma queste sono veramente delle follie o non sono piuttosto valori in cui non si vuole più credere? Noi crediamo fermamente in questi valori e vogliamo realizzarli stando in mezzo alla gente, lavorando insieme con la gente. Abbiamo vissuto esperienze numerose e disparate: dall’incontro con personaggi famosi a quello con tanta gente comune, con tanti miseri, prendendo coscienza delle ingiustizie che li opprimono e impegnandoci nel combatterle.

Queste esperienze vorremmo ora realizzarle insieme con tanti altri… Per questo gli articoli di ‘Progetto’ saranno brevi, essenziali, facili, così che tutti li possano comprendere. Si chiederà a quanti scriveranno di essere semplici e lineari, perché la verità ha bisogno di essere compresa. Le espressioni difficili sono spesso un modo per non far capire le cose, un modo furbo ed elegante per nascondere la verità o per non dover confessare che non la si conosce”.

Nel corso degli anni il ‘Progetto’ è diventato ‘Nuovo Progetto’, ma i contenuti sono rimasti fedeli all’impegno assunto nel 1978. Per questo ad AnnaMaria Gobbato, componente del gruppo redazionale del mensile, abbiamo chiesto di raccontare le sensazioni dopo 40 anni di ‘Nuovo Progetto’:

“Un senso di gratitudine per i lettori e di riconoscenza per i giornalisti e i collaboratori che gratuitamente redigono un periodico mensile rivolto a giovani, gruppi e famiglie. La nostra narrazione della realtà cerca di cogliere i ‘segni dei tempi’: pace, giovani, spiritualità, immigrazione, sport, tecnologia, economia, sviluppo… La storia è maestra di vita. Negli anni a NP si è affiancata l’ ‘Università del Dialogo’, uno spazio di cultura rivolto in particolare alle nuove generazioni”.

Per quale motivo era sorto ‘Progetto’?
“Per sostenere l’idea di un ‘nuovo progetto’ di umanità libera da schemi precostituiti, slogan, schieramenti (era l’epoca della guerra fredda che divideva il mondo in due), capace di dialogare, di unire, di costruire insieme: credenti e non credenti, giovani e anziani, intellettuali e gente comune, neri e bianchi.

Questi ideali sono diventati realtà in tanti scenari di guerra e di povertà, dal Libano alla Polonia, dal Vietnam al Ruanda, all’Iraq, all’India… ‘Progetto’è nato senza finanziatori e senza padrini e continua ad essere sostenuto da amici generosi che condividono la stessa fiducia nell’uomo, la stessa speranza nel futuro”.

Perché NP racconta sempre notizie belle?
“Perché intende dare risalto alla ‘cronaca bianca’ (protagonista per anni di una specifica rubrica) piuttosto che il negativo, la foresta che cresce, anche se l’albero che cade fa più rumore. Tutto questo non significa ignorare la realtà ma, come scrivemmo nel primo editoriale, ‘Per continuare a vivere bisogna saper credere nella vita che nasce nuova ogni giorno, bisogna saper cogliere il positivo presente anche nel nostro tempo’”.

Nell’editoriale del primo numero dell’anno Ernesto Olivero ha scritto ‘amo l’oggi, perché amo il futuro’. Come trasmettere speranza attraverso un giornale?
“Abitiamo un mondo sempre più schiacciato sul presente, uno modo di vivere questo che a tutte le latitudini preferisce l’immediatezza alla responsabilità della visione, del sogno.

‘Nuovo Progetto’ dà voce alla speranza intesa come attesa di un senso, di una pienezza che ci appartiene e che possiamo costruire giorno dopo giorno, uno stile di vita simboleggiato dalla scritta che campeggia sul muro al centro del cortile dell’Arsenale di Torino, ‘La bontà é disarmante’.

Costruito con mattoni recuperati dalle macerie del vecchio arsenale militare trasformato in Arsenale della pace, reca su un fianco i nomi del Paesi dove la solidarietà inarrestabile della gente ha portato cibo, medicine, scuole, lavoro, sviluppo: buone pratiche che si trasformano in buone notizie”.

Ad ottobre il sinodo dei vescovi per i giovani: essi sanno raccontare buone notizie?
“Lo scorso anno a Padova si è tenuto il quinto ‘Mondiale dei giovani della pace’. In una piazza stracolma i giovani hanno raccontato il loro vissuto e i loro sogni. Ad ascoltarli gli adulti, in particolare quelli che hanno responsabilità nei vari ambiti della politica, dell’economia, della cultura, della scienza, dell’arte… delle religioni. Un segnale significativo di dialogo fra le generazioni.

La buona notizia sono loro, i giovani, quando ci ‘mettono la faccia’ e si mettono in gioco, quando danno voce e rappresentanza a chi non ha voce, ad esempio a quei bambini e ragazzi figli di immigrati che aspettano di essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo”.

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