Lorenzo Galliani racconta il desiderio divino in Ligabue

Nella prefazione al libro di Lorenzo Galliani (collaboratore di Avvenire e di Verona fedele), ‘Hai un momento Dio? Ligabue tra rock e cielo’, l’arcivescovo di Bologna, mons. Matteo M. Zuppi, ha scritto: “Qui a Bologna ho incontrato una terra di grandi cantautori, come Lucio Dalla. Ha dato molto a questa città, la sua Piazza Grande ci fa pensare ai tanti che sono ancora sulle panchine delle Piazze Grandi e che hanno bisogno di carezze. E non le carezze qualsiasi, ma ‘a modo mio’. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che sappia trovare il modo giusto, quello ‘mio’.

E’ questa la misericordia e la tenerezza di cui parla con insistenza papa Francesco: non un amore impersonale, burocratico, ma quello che viene solo dal riconoscere l’altro e il suo bisogno originale di amore. E forse proprio tutti abbiamo bisogno ‘di pregare Dio’. Carezze, quindi, e apertura al mondo. La teologia dialoga con l’arte, la letteratura, il cinema: mondi dai quali, non di rado, emergono profonde domande spirituali.

Bisogna mettersi in ascolto, costruire ponti. Il cristiano (prete compreso, ovviamente) non può starsene seduto ad aspettare, riducendo la comunità a un salotto. La Chiesa è, deve essere, apostolica, stare sulla strada con servizio e umiltà. Deve essere quel ‘suono della campana’ di cui parlava Paolo VI, che arriva a tutti. E se il suono di una campana arriva a tutti, figuriamoci cosa può fare una canzone.

Per questo dobbiamo ringraziare Lorenzo Galliani che con intelligenza e sapienza evangelica ha saputo penetrare i testi di Ligabue e svelare in essi la presenza di quella domanda intima dell’uomo che sant’Agostino chiama ‘desiderio’ e riconoscere in essa la presenza di Dio”.

Il libro di Galliani è il frutto del lavoro della sua tesi di laurea per l’Istituto superiore di Scienze Religiose. Nel libro c’è anche spazio per un viaggio nella canzone degli ultimi 30 anni alla scoperta di un Dio lontano e di uno vicino: Pezzali, Capossela, Bersani, Finardi, Masini e De Gregori, solo per elencarne alcuni ed un’intervista proprio a Ligabue.

Quindi proprio a Lorenzo Galliani chiediamo di spiegarci come è nata la tesi su Luciano Ligabue: “Grazie a una supplenza di religione in una scuola media del Bolognese, due anni fa. Un ragazzo di terza, quello che giocava un po’ a fare il ribelle del gruppo, mi disse che era un fan di Ligabue. Era il suo modo per andare controcorrente, visto che i suoi compagni ascoltavano musica dance o giù di lì.

Faceva tanto l’anticonformista, ma alla fine in quanto a musica la pensava esattamente come me. Così la settimana successiva in classe parlai di messaggi positivi (e ce ne sono tanti) trasmessi dalle canzoni di Ligabue: se il mio alunno avesse voluto fare il contestatore della lezione, avrebbe dovuto criticare il suo (e mio) mito. Non lo fece.

Quando poco tempo dopo, al termine del triennio all’Istituto Superiore di Scienze Religiose, ho dovuto pensare a una tema per la tesina, non ho fatto troppa fatica. D’altra parte la cosiddetta ‘Teologia pop’, che indaga le radici del senso religioso nei fenomeni della cultura di vasto consumo (musica, cinema, telefilm) non l’ho inventata io. A chi mi chiede se i miei professori di teologia non si siano scandalizzati per una tesina su un cantante rock, rispondo che uno di loro ha scritto un libro sui Simpson…”.

Secondo Ligabue Dio ha un momento?
“La domanda non ha una risposta. O almeno, nelle canzoni non la trovo. C’è quel desiderio di un Dio vicino, e non è poca cosa. In ‘Il cielo è vuoto o il cielo è pieno’ Ligabue ammette: ‘Certi giorni non mi basta ciò che vedo, sento e tocco’. E nella più famosa ‘Hai un momento, Dio?’ non si limita a chiedersi se Dio ci sia o no, ma esprime (anche in modo scherzoso) il bisogno di avere a che fare con un Dio ‘a misura d’uomo’, con il quale scambiare quattro chiacchiere. Un amico.

‘Uno di noi’, per citare una canzone di Eugenio Finardi sullo stesso tema che ribalta un po’ la prospettiva: Dio lo tiriamo in ballo solo per riversargli addosso le nostre richieste, ma chi di noi lo chiama ‘solo per dire: come stai?’. Ligabue immagina anche un Paradiso a misura d’uomo, in ‘Chissà se in cielo passano gli Who’, dove l’immagine dell’eterno riposo (che oggi, ammettiamolo, non fa molta presa) è sostituita da quella più allegra di una grande discoteca. Una grande festa”.

Quale è il suo atteggiamento nei confronti della Chiesa?
“In ‘Vivo morto X’ dice: ‘Ti han detto cosa è bene, e ti han spiegato il male. Si sappia regolare prima o poi c’è l’aldilà’. Ed in ‘Libera nos a malo’, sul tema della sessualità, il protagonista si chiede: ‘Però il mio male qual è?’. E’ una presa distanza –netta, sincera e direi comune a tantissime persone– da parte di chi sente nella Chiesa un’istituzione che condanna e ti dice cosa non devi fare, iniettando nei fedeli un potente senso di colpa.

E’ un dato polemico ma credo anche molto stimolante. Andare nelle periferie non vuol dire essere accomodanti a tutti i costi, ma aprirsi a un dialogo vero, senza dribblare nessuna domanda che può generare imbarazzo, senza chiudersi nella formula ‘è così perché è così’”.

Cosa ha detto Ligabue di questa tesi?
“Ha avuto belle parole nei miei confronti, e ne sono felice. Sulla sua pagina facebook (seguita da oltre tre milioni di fan!) ha poi condiviso una recensione del libro, facendomi un regalo enorme”.

Ad ottobre si apre il sinodo sui giovani, con il quale la Chiesa chiede loro di raccontarla. Quale linguaggio usare con i giovani per raccontare Dio?
“La musica può aiutare, lo dico da (scarso) strimpellatore di chitarra. Ma non penso esistano ricette preconfezionate: dipende dalla nostra sensibilità e soprattutto da quelle dei ragazzi che si hanno davanti. La storia della salvezza, e il modo in cui Dio si rivela nella nostre vite, è però talmente appassionante che credo uno dei peccati più grandi sia quello di essere noiosi.

Può succedere, per carità, e a me è accaduto diverse volte. Ma in quel caso non si può dare la colpa ai ragazzi e cavarsela con un ‘ai miei tempi i giovani ascoltavano di più…’. Sembrano le scuse di quei calciatori che, dopo aver perso una partita per 5 a 0, si lamentano dell’arbitraggio o del terreno scivoloso. Se manca l’entusiasmo in chi la racconta, la buona notizia non sembra neanche tanto buona!”

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