Ancona: festa di san Ciriaco per una Chiesa in uscita

Venerdì 4 maggio Ancona ha celebrato il suo patrono, san Ciriaco, vescovo di origine armena, che fu fatto martire nel secondo secolo. La celebrazione eucaristica mattutia è stata presieduta dal card. Edoardo Menichelli e concelebrata dall’arcivescovo, mons. Angelo Spina, dai vescovi originari dell’Arcidiocesi, mons. Giuseppe Orlandoni, mons. Claudio Giuliodori, mons. Luciano Paolucci Bedini, il nunzio apostolico, mons. Francesco Canalini.

Il cardinale, durante l’omelia, ha invitato i fedeli a guardare a san Ciriaco, martire e testimone della fede, mettendo in evidenza alcuni punti tra cui: la difesa della vita, sempre, l’impegno a vivere la legalità, a vivere i processi di accoglienza in un mondo multietnico non perdendo l’identità, a prestare attenzione ai poveri e a non ‘scartare’ gli ultimi:

“Guardare ai santi e averli come modelli non significa distogliersi dalla realtà e dagli impegni quotidiani, ma orientare il tutto, con la luce del Vangelo, verso un umanesimo integrale”. Nel pomeriggio presso il Palazzo degli Anziani è stata conferita la cittadinanza onoraria dal comune di Ancona al card. Edoardo Menichelli, a cui è seguita la solenne celebrazione eucaristica, presieduta per la prima volta da mons. Spina, che nell’omelia ha sottolineato l’importanza della città per il cristianesimo:

“Ancona con le tante testimonianza archeologiche paleocristiane può essere definita la porta d’ingresso del cristianesimo nelle Marche se pensiamo al culto tributato a santo Stefano sin dagli inizi del cristianesimo. Nel corso dei secoli grande venerazione ha ricevuto san Ciriaco che, nell’anno 326, rivelò all’Imperatrice Elena, madre di Costantino, il luogo in cui era nascosta la croce di Gesù Cristo.

Subì il processo e il martirio in Gerusalemme nel 363 e il corpo, prestando fede ad una antica tradizione, giunse ad Ancona nel 418 d.C., ad opera di Galla Placida, figlia di Teodosio. Sono trascorsi 1600 anni da quando il corpo di san Ciriaco è giunto ad Ancona”.

Eppoi ha evidenziato la figura del patrono per la vita sociale della città: “L’antichità del culto liturgico e delle testimonianze iconografiche, le risultanze scientifiche della ricognizione del suo corpo effettuata nel 1979, la viva devozione del popolo anconetano fanno sì che san Ciriaco ed Ancona sono un binomio inscindibile.

Il santo Patrono non è protettore solo per la vita ecclesiale, ma è anche intercessore per la vita civica. La Parola di Dio, che con fede abbiamo ascoltato, ci parla di credenti che di fronte alle persecuzioni hanno dato viva testimonianza al Signore Gesù e ‘non hanno amato la loro vita fino a morire’…

San Ciriaco, con tutta la sua vita, ha testimoniato l’amore di Dio che si è manifestato nella croce del suo Figlio. La croce è il tenero abbraccio. La croce è l’abisso dove Gesù dice a me e a te: ‘Ti amo da morire’. Le braccia di Gesù, inchiodate e distese in un abbraccio che non può rinnegarsi, sono le porte del paradiso spalancate per sempre, sono cuore dilatato fino a lacerarsi molto prima del colpo di lancia, sono accoglienza di ogni creatura, alleanza con tutto ciò che vive”.

Ed attraverso la croce Dio ha salvato l’umanità: “Ognuno di noi è stato salvato da quell’abbraccio sulla croce, siamo stati guariti dalle piaghe di Cristo e da questo impariamo che la vita non è possesso, ma un dono da donare agli altri. La croce è davvero la gloria di Dio, l’ora gloriosa della vita.

Contemplare la croce, è riconoscere che Gesù è venuto a cercarci nell’abisso più profondo della nostra fragilità, perché per il Signore non siamo uno qualunque. Siamo coloro che egli ha scelto di amare fino alla fine, fino alla perfezione. E se noi ci riconosciamo nel segno della croce è solo perché ci ricorda che l’amore con cui Dio ci ha amati non ci verrà mai più tolto”.

La croce è la presenza viva di un amore incondizionato: “Gesù non è salito in Croce per farci sentire in colpa, ma per ricordarci quanto siamo amati. La croce con le due assi, uno verticale e l’altro orizzontale ci invita ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze e il prossimo, come Gesù ci ha amati”.

In questo senso, ha sottolineato l’arcivescovo, la croce è apertura all’ospitalità: “Cari fratelli, siamo chiamati ad essere una Chiesa viva al servizio del Vangelo. Una Chiesa ospitale e generosa che con la sua testimonianza perseverante sappia rendere presente l’amore di Dio per ogni essere umano, specialmente per i poveri, i sofferenti ed i bisognosi.

La nostra Chiesa da questo punto di vista vive una primavera felice ma c’è bisogno di più impegno, di una maggiore creatività e rinnovata passione. La nostra bella cattedrale, che accoglie le sacre spoglie di san Ciriaco, a lui dedicata, vista dall’esterno, con la sua posizione elevata sulla Città, ben simboleggia la rassicurante presenza del Dio Trinità, che dall’alto orienta e protegge la vita degli uomini”.

Ma anche è apertura alla santità: “Allo stesso tempo, costituisce un forte richiamo a guardare in alto, a sollevarsi dalla quotidianità e da tutto ciò che appesantisce la vita terrena, per fissare gli occhi al cielo, in una continua tensione verso i valori spirituali. Essa è, per così dire, il punto d’incontro tra due movimenti: quello discendente dell’amore di Dio rivelato all’umanità e quello ascendente delle aspirazioni dell’uomo verso la comunione con Dio, fonte di gioia e di pace.

Celebrare i milleseicento anni dall’arrivo del corpo del Santo, che è qui custodito e venerato da tanti secoli, è quasi un toccare con mano la santità, come a voler dire: La santità è a portata di mano. Forte allora è l’invito a riscoprire la nostra chiamata alla santità”.

Poi ha sottolineato che la santità è l’essenza del cristianesimo: “Mentre gli eroi di questo mondo mostrano ciò che l’uomo sa fare, il santo mostra ciò che Dio sa fare. Tutti siamo chiamati alla santità se ogni giorno combattiamo la buona battaglia di morire al peccato, al male e risorgere alla vita nuova con Cristo, con le opere della fede.

I santi sono i campioni del bene, coloro che si sono lasciati abitare da Dio, coloro che hanno messo in pratica le parole che Gesù dice nel discorso delle Beatitudini, in cui si delinea il suo stesso volto. La felicità dei santi è il riflesso della morte e risurrezione di Cristo. E’ una pasqua. Hanno assaporato il pianto e hanno cantato la gioia.

Hanno sperimentato la difficile lotta contro il male e hanno avuto la forza della grazia per non soccombere. Si sono staccati dai beni materiali e sono stati radicati concretamente nelle vicende storiche, ricchi di fede, di speranza e di carità. I santi sono i mendicanti di Dio Trinità, artigiani della pace con il cuore in cielo e i piedi per terra. Sono amici di Dio e nostri intercessori”.

Citando l’esortazione apostolica ‘Gaudete et exultate’ mons. Spina ha concluso l’omelia invitando la Chiesa anconetana ad essere una chiesa ‘in uscita’: “La nostra bella città di Ancona si affaccia sul mare Adriatico, è la porta d’Oriente, via della pace con san Ciriaco e san Francesco di cui il prossimo anno ricorrono 800 anni da quando dal porto della città si recò a Damietta in Egitto’.

La storia di Ancona è intrisa di ardimento apostolico e di spirito missionario. Basti pensare a santo Stefano protomartire, a cui fu dedicata la prima Cattedrale, e a Primiano, di origine greca e primo vescovo della Città. E poi vi è san Ciriaco, che ricordiamo in modo speciale in questa celebrazione dei 1600 anni dalla venuta delle su sacre spoglie in Ancona da Gerusalemme.

Liberio era armeno ed i martiri di Osimo (Fiorenzo, Sisinio, Dioclezio) provenivano anche essi dall’Oriente. E’ un orizzonte davvero vastissimo quello su cui s’affaccia la vostra Città! Luogo di transito per commercianti e pellegrini, Ancona ha conosciuto per secoli la serena convivenza di comunità greche e armene, che hanno innalzato qui propri luoghi di culto ed hanno intessuto rapporti di reciproco rispetto e collaborazione con la comunità cattolica.

Che la nostra Chiesa si apra a nuove promettenti prospettive, imprimendo all’intero popolo cristiano di Ancona un rinnovato slancio apostolico al servizio del Vangelo, come Chiesa in uscita che accoglie, protegge, promuove e integra”.

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