La misericordia al centro del Rinnovamento nello Spirito

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A Pesaro si è svolto la 41^ Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito, aperta dalla celebrazione eucaristica officiata dal card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, che ha messo al centro della sua omelia alcune tematiche che partono dalla domanda che Filippo, come tanti giovani di oggi, rivolge a Gesù, ‘Signore, tu ci parli di Dio, ma com’è Dio?… Mostraci il Padre e ci basta’:

“Come il giovane discepolo, oggi tanti giovani si rivolgono a Gesù per conoscere il vero volto del Padre, per passare dal vedere ‘fisico’ alla trascendenza. In questo passaggio, c’è di mezzo la fede, la fiducia, l’abbandono incondizionato. Il progresso della scienza e del sapere umano, sebbene abbia aperto nuove prospettive alla vita, ha allo stesso tempo indebolito la fede…

Allora dobbiamo domandarci: ‘La Chiesa oggi risponde alle domande dei giovani? E che tipo di riposte essa sta dando loro? ’. Il prossimo Sinodo dei Vescovi sui giovani sarà proprio una preziosa occasione di confronto e dialogo aperta a tutti, nessun giovane deve sentirsi escluso. Il Sinodo è il Sinodo per e di tutti i giovani!”.

E nella conclusione omilitica il card. Baldisseri ha chiesto che l’occasione è la sequela di Gesù, che ci mostra il Padre: “Un cuore buono, semplice e fiducioso diviene allora la lente che ci svela, in modo eccezionale, come scorgere in Gesù il Padre. Dalla fiducia prende vita la prova, la certezza che davvero Gesù ha dato la sua vita per mostrarci il volto del Padre. Con Gesù abbiamo imparato che Dio ha ‘un cuore di papà!’; è un padre misericordioso, con le braccia aperte per accogliere i suoi figli, sempre, anche se si allontanano dalla sua Casa”.

Al termine della celebrazione eucaristica il presidente di Rns, Salvatore Martinez, ha ringraziato il segretario generale del Sinodo dei vescovi per le parole di fiducia espresse: “Lei ci ha parlato del Padre e questa è una famiglia di famiglie che l’accoglie, dove i giovani hanno un posto privilegiato”.

Poi, sottolineando l’importanza di una Chiesa giovane e attenta ai giovani, il Presidente RnS ha ricordato come “il Papa buono, san Giovanni XXIII, diceva: ‘Finché vivo sono parte di una Chiesa giovane e voglio essere ‘calorifico’ e non ‘frigorifero’!’. Anche Paolo VI, di cui è stata annunciata la prossima canonizzazione, salutando il RnS ci diede una consegna importante: ‘Ringiovanire la Chiesa riportando nelle labbra mute la lode e il canto a Dio, come sanno fare i nostri giovani, la nostra corale’… Grazie per la sua presenza, grazie per questo lavoro prezioso che sta facendo prima con le famiglie e adesso con i giovani in questi preziosi Sinodi”.

Nelle giornate di lavoro padre Ermes Ronchi ha parlato di Gesù come maestro dell’amore felice, partendo dalla parabola del buon Samaritano: “Cinque sole parole, che di colpo ci proiettano al cuore delle scelte dell’uomo. Perché la più radicale alternativa nell’esistenza umana, la discriminante della vita si colloca qui: vivere accolti in questo mondo da qualcuno, affidati alle sue cure; oppure essere come uno scarto, ignorato come un rifiuto, affidato solo a se stesso”.

Lo scrittore p. Ronchi ha attualizzato i protagonisti della parabola, definendola “uno dei racconti più belli del mondo, in cui è condensato il dramma della storia umana e insieme la sua soluzione… Per primo, è un sacerdote a incontrare quell’uomo ferito. Sta scendendo dal tempio, e dunque ha il profumo dell’incenso sulle vesti, negli orecchi i salmi dei pellegrini. In un bozzolo di religione sterile.

E capisco che è detto a me, che non mi è lecito cantare il gregoriano a Dio, e non prendermi cura delle piaghe dell’uomo. Che non puoi accogliere in te una utopia bella e potente come quella di Gesù, e non seminarla nel terreno ingombro di macerie della storia. Il sacerdote passa oltre, ma oltre l’uomo non c’è nulla, tantomeno Dio. Dopo di lui, arriva il levita, che pure passa oltre.

Forse pensa: ‘Perché Dio non interviene lui con la sua onnipotenza? Perché dovrei farlo io?’. Perché la risposta di Dio al dolore del mondo sei tu… Infine, irrompe sulla scena la compassione del buon Samaritano, che sceglie di fermarsi, perché la compassione non è un istinto ma una conquista. Forse al levita fa un po’ ribrezzo quell’uomo che trema tra polvere e sangue, e le mosche del deserto sono già arrivate sulle sue piaghe”.

Infine p. Ronchi ha ricordato il ‘sogno’ di papa Francesco: “Una Chiesa ‘ospedale da campo’, che come in tutti gli ospedali incontra persone ferite, infezioni, sangue, sporco, rabbia, perfino bestemmie, ma non giudica nessuno, e si prende cura di tutti”. Ed ha consegnato i tre verbi del buon samaritano, ‘vedere’, ‘fermarsi’ e ‘toccare’:

“I verbi del buon Samaritano, i verbi di Gesù, che ogni volta che si commuove, tocca e guarisce… Per liberarci dalla paura dei giudizi ricordiamo che non siamo al mondo per essere perfetti, ma per essere veri. Non siamo cristiani per essere immacolati, ma incamminati. Noi insieme agli altri”.

Concludendo ha sottolineato la straordinaria eredità di Gesù: “Nel mio nome imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Ma il Vangelo letteralmente non dice che ‘guariranno’, ma che ‘ne avranno del bene’. Capacità straordinaria della fede: far stare bene gli altri, dare un luogo di protezione e di riparo alle persone, ascoltarle, consolarle, incoraggiarle, prendersi cura della loro felicità, guarirle… Al centro della parabola un uomo, e un verbo: Tu ‘amerai’. Fai così, e troverai la vita”.

Mentre padre Giulio Michelini, preside dell’Istituto teologico di Assisi, ha incentrato la relazione sulla compassione: “Si può non fermarsi a soccorrere chi ha bisogno anche per la fretta, come scriveva il cardinale Martini commentando la parabola evangelica: ‘Il buon Samaritano è innanzitutto uno che trova il tempo di fermarsi’.

Poi, ci si può non fermare per quello che sempre Martini definiva ‘l’atteggiamento della delega’: ‘Tanti cristiani, scriveva il cardinale, ritengono l’esercizio concreto della carità verso chi è nel bisogno come un fatto facoltativo, che va delegato a chi ha tempo o inclinazione a far questo. E ancora, il sacerdote e il levita potrebbero aver pensato che fermarsi non sarebbe servito a nulla.

Eppure il greco di Luca è preciso: quell’uomo non è morto, è hēmithanēs, ‘mezzo morto’… Non saremo giudicati perché avremo finalmente sconfitto la povertà o risolto il problema dell’immigrazione. Nel Vangelo Gesù invita a dare da mangiare e da bere anche a uno solo dei piccoli che ne hanno bisogno; chiede di ospitare almeno un forestiero, di dare i vestiti almeno a un povero, di visitare una persona malata, di andare a trovare un carcerato. Gesù ci chiede di fare almeno qualcosa, anche per una sola persona”.

Ed ha concluso invitando i presenti ad applicare la ‘regola d’oro’ del cristianesimo: “La regola d’oro è quella trasformata da Gesù: ‘Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro’. Gesù, l’uomo della compassione… E’ l’avere compassione, l’impietosirsi, a fare la differenza. Il verbo usato da Luca nella parabola è lo stesso che dice la compassione di Gesù per il lebbroso, per la madre vedova di Nain, per le folle.

Non per caso il Samaritano si ferma, ma perché quella era la sua vocazione. La parabola ci insegna che l’incontro con Dio arriva quando meno te l’aspetti, quando hai meno voglia e quando pensi che non sei in grado di aiutare nessuno. E’ la logica dell’incarnazione. Ci aiuti Dio a non perdere più occasioni di amare lui e il prossimo”.

Ed a corredo di quanto esposto ci sono state le testimonianze di chi ha vissuto la misericordia di Dio, come quella di Anna, madre di una bambina affetta dalla Sindrome di Angelman: “Un grande regalo è stata la conversione di mio marito Salvatore, totalmente cambiato da quando ha incontrato il Signore, ma la cosa più bella e grande è stata comprendere che mia figlia Dora è un dono prezioso di Dio che io devo custodire con tutto il mio amore. Mi sono finalmente resa conto che Gesù ci è stato sempre vicino e ci ha sostenuto nella sofferenza per poi trasformarla in gioia. Il buon Samaritano si è preso cura di noi e ci ha condotti nella locanda del RnS per darci gioia e fraternità”.

Concludendo il raduno Salvatore Martinez ha richiamato l’immagine di Mosè a cui Dio chiede di cercare uomini generosi per edificare il suo tempio: “Il Rinnovamento ha bisogno di uomini generosi, ha bisogno di cuore, il cuore che abbiamo visto esplicitarsi nei gesti del buon Samaritano, nell’Amen silenzioso del locandiere. La locanda della Chiesa non chiuderà mai, gli inferi non prevarranno”.

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