Il contributo cattolico alla Resistenza italiana

La Resistenza italiana fu l’ultima a costituirsi in Europa: le sue prime formazioni nacquero nell’Italia centro-settentrionale ad opera di militanti antifascisti e di soldati che non si consegnarono alle truppe tedesche né entrarono nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (Rsi) dopo l’armistizio con gli Alleati (8 settembre 1943). Da quel momento, il Comitato di liberazione nazionale (Cln), presentatosi come guida dell’Italia democratica, invitò gli italiani ad unirsi nella lotta contro i nazifascisti.

In principio le iniziative ebbero più un valore politico che militare, ma il movimento partigiano crebbe rapidamente di numero e fra il 1944 e il 1945 riuscì a costituire numerosi gruppi armati o addirittura piccoli eserciti in grado di controllare intere aree territoriali (es. la Repubblica dell’Ossola, le Langhe, l’Oltrepo pavese).

Fin dall’inizio la Resistenza italiana si mostrò divisa in base all’orientamento politico. I partigiani di ispirazione comunista militavano nelle Brigate Garibaldi, quelli di orientamento socialista in quelle Matteotti; le formazioni cattoliche, numericamente più consistenti di quanto comunemente si ritenga, erano spesso definite Fiamme Verdi e le brigate di Giustizia e Libertà si rifacevano al Partito d’Azione; vi erano anche brigate di ispirazione liberale o di orientamento filomonarchico.

Al di là della partecipazione diretta alla ‘resistenza armata’ da parte di cattolici, singolarmente o in gruppi organizzati è necessario evidenziare quegli episodi di impegno e quotidiana disobbedienza rispetto all’occupante che sempre di più emergono dalla ricerca storica.

Passando, come osserva Maurilio Guasco nel volume ‘I cattolici e la Resistenza’, dallo studio della ‘resistenza dei cattolici al modo di essere cattolici nella Resistenza’, valutando la ‘qualità della partecipazione, il vissuto etico che viene prima delle scelte politiche’ si è potuto verificare sempre più puntualmente come, davanti ad una situazione di ingiustizia nei confronti della popolazione civile, la maggior parte dei vescovi, del clero, dei membri dell’associazionismo cattolico abbiano scelto di mettersi dalla parte delle vittime, qualunque esse fossero, con un atteggiamento di condivisione considerata doverosa, sulla base di un ethos maturato non tanto sul terreno politico o ideologico, quanto in virtù di un universo di valori umani e religiosi, assumendo spesso i caratteri della martyrìa cristiana.

Nel volume ‘La Resistenza senza fucile’ Giovanni Bianchi ha raccontato la resistenza dei cattolici dal 1943 al 1945: “I cattolici non è che fossero pacifisti, magari qualcuno sì. L’unico che ha partecipato a tutte le azioni disarmato è stato Giuseppe Dossetti sull’Appennino reggiano. Su quello modenese c’era Ermanno Gorrieri, sarà ministro del lavoro, che sparava cercando di mirare giusto. La differenza è in un’altra modalità di condurre la guerra, lo dice Gorrieri: ‘Noi cercavamo di non fare stragi inutili e fare morti inutili’.

Chi definisce meglio questa modalità dei cattolici, ma lo ripeto non è pacifismo, combattendo senza armi, a mani nude, è Ezio Franceschini (sarà rettore dell’Università Cattolica di Milano): ‘Noi cattolici abbiamo imparato a combattere senza odiare’. Non è che se prendi una pallottola da uno che non ti odia non ti fa secco, però è diversa la modalità, il modo di affrontare il nemico. Io avevo una grande amicizia con Sergio Zigliotti, uno dei capi sull’Appennino parmense, scomparso un anno fa e vice presidente dei partigiani cristiani.

Faceva il liceo a Genova e trovandosi sull’Appennino parmense si è aggregato ai partigiani. Farà la maturità classica alla fine della lotta di Liberazione con un tema, che avrei voluto leggere, intitolato: Dante partigiano cristiano. Questo per dire qual era l’animo. Vado alla conclusione con un altro episodio raccontato dall’amico ebreo Stefano Levi Della Torre, grande architetto, uno dei rappresentanti della comunità ebraica milanese.

Una volta mi spiegò, cosa che mi ha lasciato impressionato, che suo padre, partigiano in ‘Giustizia e Libertà’, dopo la Liberazione si trovava con un amico delle brigate Garibaldi una volta al mese. Sapete cosa facevano? Una volta al mese uno sosteneva le ragioni dell’altro! Un esempio stupendo di che cosa può essere la democrazia, l’ascolto, la comprensione. Una di quelle modalità che, comunque collocate nella Resistenza, ci spiegano come quelle persone abbiano provato a combattere senza odio”.

Inoltre nel testo Giovanni Bianchi si è soffermato sul valore della Resistenza da parte di molti italiani, che non hanno partecipato fisicamente alla Resistenza: “Non va dimenticato che, come bene ha chiarito Piero Scoppola, il fascismo è stato una grande macchina di consenso. La decrescita del consenso è stato un fatto graduale, cui hanno concorso più fattori: la guerra che ha messo a nudo le mascherature retoriche, i nazisti sul territorio…

La lotta partigiana è stata solo una parte della Resistenza, l’altra è maturata più gradualmente con il mutamento delle coscienze rispetto al fascismo, nella società, nei seminari. I partigiani non avrebbero retto se non avessero avuto intorno positive complicità dalla società, senza la lenta evoluzione delle coscienze l’elite non avrebbe potuto approdare alla Costituente. Questo è il tessuto comune, al di là degli eroismi, che resiste e che dobbiamo trattare con rispetto”.

Ed alcuni anni fa il prof. Giorgio Campanini precisava sul quotidiano ‘Avvenire’ il grande contributo della ‘resistenza passiva’ dei cattolici: “Fu l’opposizione silenziosa di vescovi e parroci che rifiutarono ogni compromissione e si chiusero in un eloquente silenzio. Fu il sostegno dato da monasteri, conventi e parrocchie ai partigiani e l’ospitalità accordata, spesso a rischio della vita, ad ebrei a prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, a persone ricercate dagli occupanti.

Fu la resistenza passiva di chi, come Giuseppe Lazzati, rifiutava le lusinghe degli occupanti e preferiva la via dei campi di concentramento, ove gran parte dei militari antifascisti avrebbe concluso la propria breve esistenza. Fu il sostegno dato da preti come don Mazzolari a quanti avevano compiuto la scelta dell’azione armata.

Fu, infine, il passaggio alla resistenza armata sull’Appennino, ora nella forma dell’attiva partecipazione ai combattimenti, ora (come fu per Giuseppe Dossetti, comandante partigiano nel Reggiano) nella funzione di animatore e di ispiratore ideale della Resistenza e di costruttore della democrazia post-bellica attraverso una prolungata e paziente opera di formazione politica”.

Ma soprattutto, ha sottolineato il professore, per la liberazione dell’Italia fu ‘l’altra Resistenza’: “Importante fu la guerra partigiana (e importante, al suo interno, la presenza dei cattolici) ma ancor più decisiva fu l’ ‘altra Resistenza’, quella che si espresse in negativo con l’isolamento in cui quasi ovunque furono lasciati tanto gli occupanti tedeschi quanto i loro alleati fascisti; in positivo con l’impegno profuso per salvare vite umane a rischio e per sostenere la resistenza armata:

emblematico il caso della partecipazione femminile, attraverso il rischioso lavoro delle ‘staffette partigiane’, sulla cui importanza solo di recente è stato sollevato il velo di silenzio che aveva sin qui impedito un’adeguata valutazione dell’apporto delle donne alla lotta partigiana (solo in rarissimi casi in veste di combattenti armate)”.

Infatti i partigiani cristiani, con qualsiasi contributo apportato, furono ‘ribelli per amore’, come ci ricorda la ‘preghiera dei partigiani’ del beato Teresio Olivelli: “Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti. Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare. Se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità”.

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