Il papa ai missionari della misericordia: testimoniare Gesù

Nella settimana scorso papa Francessco ha incontrato i missionari della misericordia e concludendo l’incontro mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ha sottolineato: “Per racchiudere l’insegnamento di Papa Francesco sulla misericordia si potrebbe dire che esistono tanti volti della misericordia”.

Nella sua riflessione il presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione ha sottolineato in particolare ‘l’impossibilità a poter definire la misericordia’. Come l’amore, anch’essa è infatti “qualcosa di totalmente inesauribile; una definizione la distruggerebbe…

La misericordia la si descrive, la si narra e, in un tempo come il nostro la si fotografa, ma non la si definisce… In alcuni termini per dare certezza alla ragione di averla posseduta e classificata, non darebbe più spazio per dar corpo alla sua infinita espressività”.

Quindi l’arcivescovo Fisichella ha concluso invitando a recuperare l’esigenza di essere ‘profeti di misericordia’. I profeti sono stati a ‘fondamento della prima comunità cristiana’: “La misericordia è una profezia permanente nella Chiesa. Essa scuote gli animi indifferenti, riscalda quelli tiepidi e rinfranca quelli che credono perché riscoprano la bellezza del volto del Figlio di Dio, rivelatore dell’amore del Padre”.

E nella celebrazione eucaristica papa Francesco ha fornito alcune indicazioni per seguire la ‘logica di Dio’: “Questo significa lasciare veramente il primato al Padre, a Gesù e allo Spirito Santo nella nostra vita. Attenzione: non si tratta di diventare preti ‘invasati’, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi, anzitutto da sé stessi, perché mossi dal ‘vento’ dello Spirito che soffia dove vuole”.

L’altra indicazione riguarda il servizio alla comunità: “essere preti capaci di ‘innalzare’ nel ‘deserto’ del mondo il segno della salvezza, cioè la Croce di Cristo, come fonte di conversione e di rinnovamento per tutta la comunità e per il mondo stesso. In particolare, vorrei sottolineare che il Signore morto e risorto è la forza che crea la comunione nella Chiesa e, tramite la Chiesa, nell’intera umanità…

Ma questo stile di vita della comunità era anche ‘contagioso’ verso l’esterno: la presenza viva del Signore Risorto produce una forza di attrazione che, attraverso la testimonianza della Chiesa e attraverso le diverse forme di annuncio della Buona Notizia, tende a raggiungere tutti, nessuno escluso. Voi, cari fratelli, ponete al servizio di questo dinamismo anche il vostro specifico ministero di Missionari della Misericordia”.

Mentre nell’incontro con loro ha ancora una volta sottolineato il valore del neologismo ‘primear’: “Come il fiore del mandorlo, così si definisce il Signore: ‘Io sono come il fiore del mandorlo’. Primerear. La primavera, primerear. E amo questo neologismo per esprimere proprio la dinamica del primo atto con il quale Dio ci viene incontro.

Il primerear di Dio non può essere mai dimenticato né dato come ovvio, altrimenti non si comprende a pieno il mistero della salvezza realizzato con l’atto della riconciliazione che Dio compie attraverso il mistero pasquale di Gesù Cristo. La riconciliazione non è, come spesso si pensa, una nostra iniziativa privata o il frutto del nostro impegno.

Se così fosse, cadremmo in quella forma di neo-pelagianesimo che tende a sopravvalutare l’uomo e i suoi progetti, dimenticando che il Salvatore è Dio e non noi. Dobbiamo ribadire sempre, ma soprattutto riguardo al sacramento della Riconciliazione, che la prima iniziativa è del Signore; è Lui che ci precede nell’amore, ma non in forma universale: caso per caso. In ogni caso Lui precede, con ogni persona.

Per questo, la Chiesa sa fare il primo passo, deve farlo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Il Vangelo ci dice che la festa è stata fatta con loro”.

L’impegno dei ‘missionari della misericordia’ consiste a sostenere la grazia di Dio: “Riconoscere il pentimento del peccatore equivale ad accoglierlo a braccia spalancate, per imitare il padre della parabola che accoglie il figlio quando ritorna a casa (cfr Lc 15,20); significa non fargli terminare neppure le parole. A me questo ha sempre colpito: il papà neppure gli ha fatto terminare le parole, lo ha abbracciato.

Lui aveva il discorso preparato, ma [il padre] lo ha abbracciato. Significa non fargli terminare neppure le parole che aveva preparato per scusarsi, perché il confessore ha già compreso ogni cosa, forte della esperienza di essere lui pure un peccatore”.

Perciò il missionario della misericordia è chiamato ad alimentare la speranza: “E’ questa certezza tipica dell’amore che siamo chiamati a sostenere in quanti si avvicinano al confessionale, per dare loro la forza di credere e sperare. La capacità di saper ricominciare da capo, nonostante tutto, perché Dio prende ogni volta per mano e spinge a guardare avanti.

La misericordia prende per mano, e infonde la certezza che l’amore con cui Dio ama sconfigge ogni forma di solitudine e di abbandono. Di questa esperienza, che inserisce in una comunità che accoglie tutti e sempre senza alcuna distinzione, che sostiene chiunque è nel bisogno e nelle difficoltà, che vive la comunione come fonte di vita, i Missionari della misericordia sono chiamati a essere interpreti e testimoni”.

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