Il card. Bassetti chiede all’Italia pacificazione

Si è chiusa mercoledì 21 marzo, a Roma, la sessione primaverile del Consiglio episcopale permanente della Cei: a tracciare le conclusioni è stato il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti che nel suo discorso ha ricordato anche le elezioni politiche del 4 marzo:

“Il 4 marzo gli italiani hanno votato. I partiti oggi hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di governare e orientare la società. Per questo il Parlamento deve esprimere una maggioranza che interpreti non soltanto le ambizioni delle forze politiche, ma i bisogni fondamentali della gente, a partire da quanti sono più in difficoltà”.

Nel documento conclusivo i vescovi italiani hanno chiesto un cammino di maturità per i giovani: “Il cammino verso il Sinodo dei Vescovi del prossimo ottobre (‘I giovani, la fede e il discernimento vocazionale’), si sta così rivelando un’opportunità che vede le Diocesi italiane dedicare un importante lavoro di ascolto delle nuove generazioni e, allo stesso tempo, di dialogo con le istituzioni locali formative e lavorative.

A tale riguardo, nella comunicazione offerta ai membri del Consiglio Permanente si è sottolineata la responsabilità degli adulti nel testimoniare ai giovani ragioni di vita; la centralità dei legami e degli affetti, quali via di un riconoscimento in forza del quale il Vangelo può ancora esprimere il fascino di qualcosa di autenticamente umano; la consapevolezza che la maturità verso la quale le nuove generazioni sono incamminate cresce nella disponibilità a restituire, a prendersi cura, al rinunciare a favore di altri”.

Inoltre hanno condiviso il progetto di una giornata di spiritualità per la pace nel Mediterraneo: “I Vescovi hanno sottolineato la necessità che tale iniziativa sia pensata secondo un progetto aperto e inclusivo, da svilupparsi nel tempo; un processo da avviare con la costituzione di un Comitato che possa elaborare contenuti e programmi, a partire innanzitutto da un censire e abbracciare con visione unitaria le iniziative già in atto.

Il Consiglio, che si è fatto interprete del dramma di decine di migliaia di morti nel Mediterraneo, intende valorizzare le Chiese che su questo mare si affacciano, ponendosi in ascolto attento della loro provata testimonianza. Lo scambio di informazioni, il dialogo e il servizio alla pace rimangono le finalità di un incontro che si vuole abbia la cifra della profezia”.

Il card. Bassetti ha invitato a non chiudersi nell’inverno ma a sentire il vento primaverile: “I segni dell’inverno parlano nella paura del futuro: paura legata al tasso di disoccupazione dei giovani, al livello di impoverimento delle famiglie, al senso di abbandono che umilia le periferie. L’inverno si esprime nella paura del diverso: una paura che spesso trova nell’immigrato il suo capro espiatorio. In realtà, questa paura è spesso indice di insicurezze e chiusure su cui rischia di attecchire una forma di involuzione del principio di nazionalità.

L’inverno si acutizza in un disagio che alla lunga diventa risentimento, litigiosità, rabbia sociale. Spira un vento gelido nella violenza intollerabile che si scatena sistematicamente sulle donne, vento di ignoranza, immaturità e presunzione di possesso. C’è inverno nella disaffezione profonda e diffusa che investe l’inadeguatezza della politica tradizionale, rispetto alla quale ha avuto buon gioco una nuova forma di protagonismo e di consenso dal basso, attivo e diffuso, anche se non è ancora prova di autentica partecipazione democratica”.

Riferendosi alle recenti elezioni politiche il presidente della Cei ha invitato ad una visione ‘ampia’ della società, a cui la Chiesa offre il suo impegno: “Per ripartire dobbiamo ritrovare una visione ampia, grande, condivisa; un progetto-Paese che, dalla risposta al bisogno immediato, consenta di elevarsi al piano di una cultura solidale. Su questo fronte come Chiesa ci siamo.

Ci siamo, con l’onestà di chi riconosce come l’inverno presenti a volte anche il volto di una fede che incide poco. Una fede che, sì, guarda al Cielo, ma che poi stenta a tenere i piedi per terra; una fede che talvolta diserta la strada, una fede che latita dove invece dovremmo trovarla impegnata a tradurre il Vangelo in segni di vita.

Una fede, in definitiva, spesso dissociata dal giudizio sulla realtà sociale e dalle scelte conseguenti, che invece dovrebbe generare. Se questo può accadere, come Chiesa abbiamo una ragione in più per rinnovare la nostra disponibilità a continuare a fare la nostra parte. Crediamo che la storia, anche la storia di oggi, la nostra storia, sia guidata dallo Spirito Santo, che suscita uomini ‘liberi e forti’.

Ci riconosciamo nella tradizione democratica del nostro Paese e sentiamo la responsabilità di contribuire a mantenerlo unito. Ci impegniamo ad ascoltare questa stagione, a ragionare insieme e in maniera organizzata sul cambiamento d’epoca in atto e a portare avanti con concretezza un lavoro educativo e formativo appassionato”.

Eppoi ha ricordato la bellezza della Carta costituzionale: “Non partiamo da zero. I segni di primavera fioriscono ancora in una Carta costituzionale bella e cara, con i suoi valori di lavoro, famiglia, giustizia, solidarietà, rispetto, educazione, merito. Con il valore essenziale della pace, senza la quale tutto è perduto: in casa nostra come in Europa, dove l’Europa, con le sue Istituzioni, rimane orizzonte da riscoprire proprio per poter abitare davvero la casa”.

Ed ha concluso il discorso ricordando Aldo Moro, Marco Biagi ed un pensiero di Alcide De Gasperi, chiedendo alla politica di interpretare le necessità del cittadino: “C’è una società da pacificare. C’è una speranza da ricostruire. C’è un Paese da ricucire. Chi è disponibile a misurarsi su questi orizzonti ci troverà a camminare al suo fianco”.

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