Dalla Siria con dolore

La foto simbolo del bambino in valigia in fuga dalla Ghouta orientale in Siria ha riacceso i fari dell’informazione su una guerra che in sette anni ha ucciso 27.000; 1.500.000 non ha più frequentato una scuola e su 5.600.000 persone in gravi necessità 663.000 sono sotto i cinque anni, tantochè Panos Moumtzis, coordinatore umanitario Onu per la crisi siriana, ha dichiarato:

“Solo nel 2017, il 25% di ragazzi e ragazze di età inferiore ai 15 anni, è stato reclutato e ingaggiato nei combattimenti da parte di tutte le fazioni in guerra: un crimine vietato dal diritto internazionale umanitario. Nove bambini su 10 hanno svolto ruoli cruciali nei combattimenti, vestendo le uniformi e usando le armi dopo un periodo di addestramento militare. L’infuriare del conflitto non ha lasciato loro scelte e alternative poiché avrebbero rischiato la morte o la detenzione”.

Cifre impressionanti ma purtroppo in Occidente non fanno più impressione, nonostante i disperati appelli che giungono dalla Siria, come ha ben descritto il dossier della Caritas, ‘Sulla loro pelle. Costretti a tutto per sopravvivere’: “La guerra in corso da sette anni, tra governo e opposizioni varie, sembra ormai volgere a favore del presidente-dittatore Bashar al-Assad, facciata di un potere sempre più affidato ad attori russi e iraniani, che con il loro sostegno aereo e con truppe di terra stanno decretando la vittoria del regime contro ogni tipo di opposizione, senza badare alle conseguenze per la popolazione civile.

Dopo gli orrori di Homs e Aleppo est, si assiste ora inermi e quasi indifferenti all’attacco definitivo contro uno degli ultimi bastioni della resistenza anti Assad: la Goutha orientale, nella periferia di Damasco. Per destabilizzare le ultime formazioni ribelli e i gruppi di terroristi jihadisti, sotto assedio dal 2013, l’aviazione siriana e russa hanno messo in atto a fine gennaio 2018 quella che sembra essere l’offensiva finale, bombardando per settimane i principali centri abitati.

I ribelli e gli jihadisti hanno risposto lanciando razzi a Damasco, indiscriminatamente, in un massacro che ai primi di marzo 2018 aveva già superato le 500 vittime civili. Al bombardamento aereo seguirà con tutta probabilità l’ingresso delle truppe di terra: un coacervo di formazioni ‘lealiste’, molte internazionali, non siriane, come i libanesi di Hezbollah, le truppe sciite irachene e afgane addestrate dall’Iran, formazioni palestinesi e gli stessi Pasdaran iraniani”.

Ed a conclusione del dossier la Caritas ha chiesto la messa al bando delle armi: “Vorremmo che le istituzioni internazionali si impegnassero maggiormente nel fermare la vendita di armi a Paesi in conflitto. In particolare, vorremmo vedere il futuro governo italiano coerente con i principi costituzionali e con la storia e la cultura del nostro Paese: si fermi la vendita di armi alle parti coinvolte nel conflitto e si taglino i finanziamenti destinati all’acquisto di armi a quei Paesi.

E’ uno scandalo che mentre milioni di persone soffrono la fame e non hanno accesso ai servizi di base, si continuino a spendere miliardi nell’acquisto di armi che causano queste stesse sofferenze”.

E dalla Siria sono giunte due testimonianze che chiedono di sospendere i combattimenti, come quella di p. Sabè, che è parte della Congregazione dei ‘Maristi blu’: “Prima di tutto, vorrei fare il punto della situazione ad Afrin, città nella Siria nordoccidentale la cui maggioranza di abitanti è curda, al confine con la Turchia.

Alcuni mesi fa, il presidente turco ha deciso di intraprendere una guerra contro i curdi. Il suo esercito ha invaso il territorio siriano e con incursioni aeree estremamente letali e un’offensiva sul terreno, occupa un centinaio di villaggi intorno ad Afrin e circonda la città. Non possiamo dimenticare che questo territorio fa parte della provincia di Aleppo e che gli abitanti di questa regione, certamente di etnia curda, sono cittadini siriani.

A Damasco, la situazione è molto grave. Da diversi anni, gli elementi armati del ‘Fronte al-Nusra’ e altre milizie occupano la campagna di Damasco, la Ghouta. Questi jihadisti hanno continuato a bombardare i quartieri di Damasco, uccidendo civili e causando distruzione”.

Anche le suore trappiste hanno chiesto un dialogo per la pace: “Quando taceranno le armi? E quando tacerà tanto giornalismo di parte? Noi che in Siria ci viviamo, siamo davvero stanchi, nauseati da questa indignazione generale che si leva a bacchetta per condannare chi difende la propria vita e la propria terra.

Più volte in questi mesi siamo andati a Damasco; siamo andati dopo che le bombe dei ribelli avevano fatto strage in una scuola, eravamo lì anche pochi giorni fa, il giorno dopo che erano caduti, lanciati dal Goutha, 90 missili sulla parte governativa della città. Abbiamo ascoltato i racconti dei bambini, la paura di uscire di casa e andare a scuola, il terrore di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, o saltare loro stessi… bambini che non riescono a dormire la notte, per la paura che un missile arrivi sul loro tetto.

Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono anche questi bambini degni della nostra attenzione? Perché l’opinione pubblica non ha battuto ciglio, perché nessuno si è indignato, perché non sono stati lanciati appelli umanitari o altro per questi innocenti? E perché solo e soltanto quando il Governo siriano interviene, suscitando gratitudine nei cittadini siriani che si sentono difesi da tanto orrore (come abbiamo constatato e ci raccontano), ci si indigna per la ferocia della guerra?”

Ed infine la lettera parla di ‘ferite da ricucire’: “Del resto, chi parla di una interessata riverenza della Chiesa siriana verso il presidente Assad come di una difesa degli interessi miopi dei cristiani, dimostra di non conoscere la Siria, perché in questa terra cristiani e musulmani vivono insieme.

E’ stata solo questa guerra a ferire in molte parti la convivenza, ma nelle zone messe in sicurezza dall’esercito (a differenza di quelle controllate dagli ‘altri’) si vive ancora insieme. Con profonde ferite da ricucire, oggi purtroppo anche con molta fatica a perdonare, ma comunque insieme. E il bene è il bene per tutti: ne sono testimonianza le tante opere di carità, soccorso, sviluppo gestite da cristiani e musulmani insieme”.

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