Don Lorenzo Milani e l’emergenza educativa

Figlio di una famiglia dell’alta borghesia intellettuale fiorentina, Lorenzo Milani nacque a Firenze il 27 maggio 1923. Il padre era laureato in chimica, poeta, filologo, conosceva sei lingue. La madre, Alice Weiss, era una donna colta di origine ebrea. Nel 1930 la famiglia, sostanzialmente agnostica, si trasferì a Milano.

Nel 1933, per timore delle leggi razziali, i coniugi Milani, che erano sposati solo civilmente, celebrarono il matrimonio in chiesa e battezzarono i loro tre figli. Nel 1934 Lorenzo si iscrisse al Liceo Berchet per poi passare all’istituto Zaccaria, dei barnabiti. Successivamente ritornò al Berchet. Pur cambiando scuola, egli non è mai stato uno studente modello.

Dopo il diploma, Lorenzo decise di dedicarsi alla pittura. Era il tempo della Seconda Guerra Mondiale, tempo di fame, e vicino a piazza Pitti si verificò un episodio che lo segnò profondamente: mentre dipingeva, si mise a mangiare un panino; subito una donna lo criticò: “Non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri!”.

Attraverso una ricerca sui colori della liturgia cattolica si avvicina alla fede. Nel 1942 trovò un vecchio messale e scrisse all’amico Oreste Del Buono: “Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei ‘Sei personaggi in cerca d’autore’?” Nel 1943 l’incontro con don Raffaele Bensi favorì la sua conversione e la decisione di farsi prete. Presso il suo capezzale, Lorenzo dichiarò a don Bensi: ‘Io prenderò il suo posto’.

Una settimana dopo ricevette la Cresima dal card. Elia Dalla Costa e il 9 novembre 1943 entrò in seminario. Gli anni del seminario non furono facili: dal carattere schietto e ironico Lorenzo si scontrò spesso con il rettore, cioè con colui che, una volta diventato prete, fu suo vicario generale e lo confinò a Barbiana. Il 13 luglio 1947 a Santa Maria del Fiore fu ordinato prete dal card. Dalla Costa.

Nell’ottobre 1947, don Milani fu nominato cappellano nel borgo operaio di San Donato di Calenzano, in aiuto al vecchio parroco don Pugi. Qui gli venne l’idea di creare una scuola popolare e in questo contesto elaborò il suo libro più critico ‘Esperienze pastorali’. Fin dai primi anni del ministero sacerdotale, notò la fragilità della vita parrocchiale, il carattere formale della pratica liturgica (routine dell’amministrazione dei sacramenti, carattere folkloristico delle processioni ecc.), l’inutilità formativa del catechismo insegnato in quel modo.

Lorenzo provò ad avvicinare i giovani con le attività dell’oratorio (partite di calcio, tornei di ping-pong, ecc.) ma ben presto abbandonò questo stile ritenendo che questi mezzi attiravano i giovani ma non li conducevano alla fede, perché non li aiutava a maturare una coscienza evangelica, anzi, ne addormentava quasi la coscienza.

Nell’esperienza della scuola popolare serale per i giovani operai, propose incontri dove invitava a parlare personalità della cultura, della politica, del sindacato per esempio; voleva offrire ai giovani strumenti culturali per emanciparli dal loro stato di inferiorità. Questo stile pastorale fu oggetto di stima, ma anche di aspre critiche.

Quando morì don Pugi, fu mandato a Barbiana, tra i monti del Mugello, sopra Firenze. Lì, all’epoca, non c’era strada, né luce elettrica, né acqua in casa. La parrocchia era formata da un piccolo gruppo di famiglie sparse tra i monti. Nel marzo del 1958 è pubblicato ‘Esperienze pastorali’ con l’imprimatur del cardinal Dalla Costa. Il tema di fondo è una pastorale in grado di costruire un rapporto con i poveri. Tra i suoi estimatori ci furono Luigi Einaudi e don Primo Mazzolari.

Il libro suscitò un ginepraio di polemiche: il 15 dicembre 1958 il Sant’Uffizio ordinò il ritiro dal commercio dell’opera e ne proibì la ristampa e la traduzione. ‘Esperienze pastorali’ metteva in discussione pratiche ecclesiali consolidate e, allo stesso tempo, proponeva nuovi metodi di indagine: per esempio, facendo ricorso alla statistica per criticare, numeri alla mano, l’inefficacia dell’allora pastorale. Centrale, nell’opera, era il tema dell’evangelizzazione.

Don Lorenzo era fortemente convinto che il riscatto dei poveri dovesse passare attraverso l’offerta di mezzi culturali adeguati: senza cultura era precluso anche l’accesso al Vangelo, poiché non lo si comprendeva e, dunque, non lo si praticava. Anche a Barbiana don Milani fondò una scuola per ‘i ragazzi di montagna’ dove potessero imparare la lingua che li poteva rendere uguali ai ‘ragazzi di città’.

Nonostante la tubercolosi contratta nel 1951, insieme ai suoi ragazzi preparò la celebre ‘Lettera a una professoressa’, pubblicata nel maggio 1967 e subito tradotta in varie lingue. I giudizi sulla scuola italiana sono pesanti: veniva criticata la scuola elitaria che bocciava i figli dei poveri e promuoveva quelli dei ricchi, una scuola accusata di ‘far parti eguali tra diseguali’.

La scuola di Barbiana era impostata su di un nuovo metodo: senza gioco né ricreazione; scuola di lingua, di scrittura e di pensiero; scuola ‘laica’ perché cristiana nelle midolla. Nell’esperienze pastorali scrisse: “Ad apprendere una tecnica basta una notte. A fare un maestro non basta una vita…

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi solo di come bisogna fare per fare scuola, ma anche di come bisogna essere per poter fare scuola. Bisogna essere… Non è questione di metodi, ma solo di modo di essere e di pensare… Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che quel che non si ha”.

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