Padre Cantalamessa chiede il digiuno dalle immagini

“Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”: con questo passo tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, ha svolto la prima predica di Quaresima nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico.

Proponendo ai presenti ‘un’introduzione generale alla quaresima’ senza entrare nel tema specifico delle predicazioni (‘Rivestitevi del Signore Gesù Cristo. La santità cristiana nella parenesi paolina’), il religioso ha ricordato che gli antichi avevano coniato il motto: ‘Digiunare dal mondo’.

Oggi, secondo padre Cantalamessa, esso ‘andrebbe inteso nel senso di digiunare dalle immagini del mondo’: “L’atteggiamento verso il mondo che Gesú propone ai suoi discepoli racchiuso in due preposizioni: essere nel mondo, ma non essere del mondo… Nei primi tre secoli i discepoli si mostrano ben consapevoli di questa loro posizione unica.

La Lettera a Diogneto, uno scritto anonimo della fine del II secolo, così descrive il sentimento che i cristiani avevano di se stessi nel mondo: ‘I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita’…

Quando il cristianesimo diventa religione tollerata e poi ben presto protetta e favorita, la tensione tra il cristiano e il mondo tende inevitabilmente ad attenuarsi, perché il mondo ormai è diventato, o almeno è ritenuto, ‘un mondo cristiano’. Si assiste così a un duplice fenomeno. Da una parte schiere di credenti desiderosi di rimanere il sale della terra e non perdere il sapore, fuggono, anche fisicamente, dal mondo e si ritirano nel deserto”.

Richiamando il compito del cristiano il predicatore ha sottolineato che compito del cristiano è non ‘conformarsi al mondo’: “Sappiamo già qual è, per il Nuovo Testamento, il mondo al quale non dobbiamo conformarci: non il mondo creato e amato da Dio, non gli uomini del mondo ai quali, anzi, dobbiamo andare sempre incontro, specialmente i poveri, gli ultimi, i sofferenti.

Il ‘mescolarsi’ con questo mondo della sofferenza e dell’emarginazione è, paradossalmente, il miglior modo di ‘separarsi’ dal mondo, perché è andare là, da dove il mondo rifugge con tutte le sue forze. E’ separarsi dal principio stesso che regge il mondo, che è l’egoismo”.

Però la non conformatizzazione al mondo deve avvenire nella mente: “Prima che nelle opere, il cambiamento deve avvenire dunque nel modo di pensare, cioè nella fede. All’origine della mondanizzazione ci sono tante cause, ma la principale è la crisi di fede. In questo senso l’esortazione dell’Apostolo non fa che rilanciare quella di Cristo all’inizio del suo Vangelo: ‘Convertitevi e credete’, convertitevi, cioè credete! Cambiate modo di pensare; smettete di pensare ‘secondo gli uomini’ e cominciate a pensare ‘secondo Dio’”.

In questa situazione avviene lo scontro tra il cristiano ed il mondo: “E’ la fede il terreno di scontro primario tra il cristiano e il mondo. E’ per la fede che il cristiano non è più ‘del’ mondo.

Quando leggo le conclusioni che tirano gli scienziati non credenti dall’osservazione dell’universo, la visione del mondo che ci danno scrittori e cineasti, dove, nel migliore dei casi, Dio è ridotto a una vago e soggettivo senso del mistero e Gesù Cristo non è neppure preso in considerazione, sento di appartenere, grazie alla fede, a un altro mondo.

Sperimento la verità di quelle parole di Gesù: ‘Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete’ e resto attonito nel costatare come Gesù ha preveduto questa situazione e ne dato in anticipo la spiegazione: ‘Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli’”.

Padre Cantalamessa infine ha sottolineato il passo del Vangelo per cui nessuno cibo è impuro, invitando alla vigilanza: “Se in qualche momento ci sentiamo turbati da immagini impure, sia per imprudenza propria, sia per l’invadenza del mondo che caccia a forza le sue immagini negli occhi della gente, imitiamo quello che fecero nel deserto gli ebrei che erano morsi dai serpenti.

Anziché perderci in sterili rimpianti, o cercare scuse nella nostra solitudine e nell’incomprensione degli altri, guardiamo un Crocifisso o andiamo davanti al Santissimo… Che il rimedio passi per dove è passato il veleno, cioè dagli occhi”.

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