‘ Cibo negato’: per la Caritas è urgente invertire la rotta

fame in Africa

Nelle scorse settimane è stato pubblicato il dossier della Caritas dal titolo ‘Fame di pace: cibo negato da iniquità e guerre’, in cui si denuncia che aumentano il numero degli affamati nel mondo e le morti per fame soprattutto in Africa. Infatti secondo un rapporto dello scorso anno dell’Onu la denutrizione è di nuovo in aumento, così come la morte per fame: 815.000.000 di affamati, tra cui molti bambini, che rappresentano 38.000.000 in più rispetto all’anno precedente, il 23% dei quali concentrati nell’Africa sub-sahariana.

Il dossier della Caritas ha l’intento di dare evidenza delle contraddizioni che continuano a segnare il sistema economico globale e di rilanciare quanto denunciato e proposto nella Campagna ‘Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro’, promossa dalle Chiese di tutto il mondo nel 2015.

Ovvero è fondamentale rimettere a fuoco le cause del diritto al cibo negato e indagare le possibili soluzioni, con uno sguardo particolare all’Africa martoriata da conflitti e tensioni che contribuiscono ad affamare la popolazione. La questione irrisolta del ‘diritto al cibo’ è inscindibilmente legata al tema della violenza e a modelli economici basati sulla ‘cultura dello scarto’ che producono iniquità planetaria.

Solo in Africa orientale dall’inizio del 2017, la rete Caritas sta sostenendo più di 3.500.000 persone con oltre 120 programmi in Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan e Uganda, per un totale di € 114.000.000. Ma accanto agli indispensabili interventi su sicurezza alimentare e accesso all’acqua, la strada per invertire la rotta passa necessariamente attraverso il rispetto, il dialogo, la mediazione e ogni forma di pacifica risoluzione delle controversie, proprio come insegna Gandhi.

Nel dossier la Caritas ha sottolineato: “Il diritto al cibo è anche tema centrale degli Obiettivi del Millennio prima e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) poi, approvati dall’Assemblea generale dell’ONU del 2015. In particolare l’obiettivo n. 2 si prefigge entro il 2030 di ‘porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile’ con la definizione di obiettivi specifici in materia di denutrizione infantile e di altre fasce vulnerabili, incremento della produttività agricola e dei redditi dei produttori su piccola scala, sostenibilità ambientale, resilienza e capacità di adattamento alle crisi, tutela della biodiversità, investimenti in agricoltura, rapporti commerciali e corretto funzionamento dei mercati.

In Expo 2015 ‘Nutrire il pianeta’ gli Stati di tutto il mondo hanno assunto solenni dichiarazioni e impegni per un mondo senza più fame e la piena attuazione del diritto umano universale all’alimentazione come ‘diritto di ciascun individuo, solo o in comunità con altri, ad avere in ogni momento un accesso fisico ed economico sufficiente al cibo, che deve essere adeguato e culturalmente accettabile, oltre che prodotto e consumato in modo sostenibile, preservando l’accesso al cibo alle generazioni future’.

Eppure, all’indomani di tutto questo, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della sicurezza alimentare nel mondo, nel 2016 le persone cronicamente sottonutrite sono tornate ad aumentare, dopo un lungo periodo di decrescita, oltrepassando nuovamente la quota di 800.000.000, passando da 777.000.000 nel 2015 a 815.000.000 nel 2016, cifra maggiore dell’intera popolazione europea.

Di questi, è il continente africano a detenere il primato di maggiore incremento in valore assoluto e di maggiore quota percentuale sulla popolazione totale. E’ in Africa che nel 2016 e 2017 l’effetto combinato di siccità e guerre in contesti ad alta vulnerabilità, hanno provocato una tra le peggiori crisi alimentari degli ultimi decenni in una vasta area dell’Africa centrale e orientale e in Yemen”.

Per cercare di ‘invertire la rotta’ la Caritas in campo alcune strategie come testimonia l’esperienza di alcune Caritas africane, che hanno attivato processi innovativi, soprattutto in campo agro-pastorale, che puntano al coinvolgimento delle comunità nella sfida all’adattamento alla variabilità climatica senza il ricorso a tecniche lesive dell’ambiente, tenendo conto del diritto alla terra e all’acqua e di una migliore gestione di risorse e servizi.

Ad esempio, si è riusciti a diversificare la coltura del mais su circa 1.000.000 di ettari coltivati, introducendo 50 tipi diversi di semi che le ricerche hanno qualificato come più resistenti alla siccità. I semi piantati stanno producendo i loro frutti e il successo va sicuramente legato anche al fatto che centinaia di piccoli agricoltori locali hanno partecipato alla sperimentazione testando le nuove varietà poi introdotte.

O ancora l’iniziativa ‘New Rice for Africa’ che combina l’alta produttività del riso asiatico con la capacità del riso africano di tollerare condizioni di crescita difficili, con coltivazioni di 200.000 ettari in 30 Paesi africani. In tema di sicurezza alimentare, esiste un gruppo di lavoro internazionale per il Sahel che si riunisce una volta l’anno e affronta tematiche ad essa connesse. Vi partecipano le Caritas nazionali di Burkina Faso, Capo Verde, Gambia, Guinea Bissau, Mali, Mauritania, Niger, Senegal e Ciad insieme a partner internazionali della Confederazione Caritas, tra cui Caritas Italiana, impegnati in questi Paesi.

Tra i risultati raggiunti si possono annoverare la capitalizzazione delle esperienze nell’attuazione di meccanismi endogeni di sicurezza alimentare nei Paesi del Sahel; lo sviluppo di un’analisi della Caritas sulla situazione alimentare nei vari Paesi del Sahel e l’anticipazione di possibili crisi; formazione per il personale della Caritas e progetti regionali di emergenza, resilienza e sviluppo.

Per questo Caritas Italiana ha sostenuto progettualità in 12 Paesi dell’Africa centrale e orientale: Etiopia, Sudan, Sud-Sudan, Uganda, Niger, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Kenya, Camerun, Burundi e Somalia. In tutti i Paesi il focus principale di intervento è stato quello della sicurezza alimentare e dell’accesso all’acqua.

In alcune aree, come ad esempio nella regione del lago Ciad (Niger, Nigeria e Camerun), l’attenzione, oltre alle comunità colpite, è stata anche nei confronti degli sfollati provenienti dalle regioni in cui opera Boko Haram e hanno riguardato la fornitura di piccoli contributi economici alle donne per poter avviare attività generatrici di reddito e azioni per la sensibilizzazione delle comunità alla tutela dell’ambiente.

In regioni afflitte da condizioni di sicurezza gravi, come ad esempio in Sudan, nella regione dei Monti Nuba, gli interventi hanno riguardato anche l’accompagnamento delle comunità sul tema dell’abuso dei diritti umani. In Sud Sudan, grazie anche al contributo dell’otto per mille della Conferenza Episcopale Italiana, oltre alla distribuzione di derrate alimentari ai nuclei familiari bisognosi, si sono finanziate attività sia in campo medico, sia in campo sociale e educativo, con attività di assistenza ai bambini di strada, appoggiando gli insegnanti nei campi profughi e sostenendo iniziative di promozione della pace.

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