L’elogio della mistica di José Tolentino Mendonça

Alla conclusione degli esercizi spirituali predicati da padre José Tolentino Mendonça papa Francesco lo ha ringraziato: “Grazie, Padre, per averci parlato della Chiesa, per averci fatto sentire la Chiesa, questo piccolo gregge. E anche per averci ammonito a non ‘rimpicciolirlo’ con le nostre mondanità burocratiche!

Grazie per averci ricordato che la Chiesa non è una gabbia per lo Spirito Santo, che lo Spirito vola anche fuori e lavora fuori. E con le citazioni e le cose che Lei ci ha detto ci ha fatto vedere come lavora nei non credenti, nei ‘pagani’, nelle persone di altre confessioni religiose: è universale, è lo Spirito di Dio, che è per tutti.

Anche oggi ci sono dei ‘Cornelio’, dei ‘centurioni’, dei ‘guardiani del carcere di Pietro’ che vivono una ricerca interiore o anche sanno distinguere quando c’è qualcosa che chiama. Grazie per questa chiamata ad aprirci senza paure, senza rigidità, per essere morbidi nello Spirito e non mummificati nelle nostre strutture che ci chiudono. Grazie, padre. E continui a pregare per noi”.

Il teologo e poeta portoghese, vicedirettore dell’Università Cattolica di Lisbona, per gli esercizi spirituali papali aveva scelto come tema delle sue predicazioni l’ ‘Elogio della sete’ e nell’introduzione, intitolata ‘Apprendisti dello stupore’, aveva commentato la prima parte del racconto di Giovanni (Gv 4.5-24) sull’incontro tra Gesù e la samaritana al pozzo, perché ‘anche Dio è mendicante dell’uomo’.

Le sollecitazioni proposte dal poeta portoghese al papa possono essere approfondite nel suo libro ‘La mistica dell’istante – Tempo e Promessa’: “Esiste una mistica da praticare nel qui e ora della vita, che parte dall’uomo tutto intero, anima (certo) ma anche corpo, sensazioni, relazioni.

E’ la ‘mistica dell’istante’, che riconosce come portali d’ingresso del divino nella nostra vita i cinque sensi, quanto di più concreto e corporeo ci caratterizza. Perché l’istante è il contatto fra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole dell’umano. E’ il fango in cui la vita si modella e si scopre. E’ il fragile ponte di corda che unisce il tempo e la promessa”.

Questo libro di José Tolentino Mendonça guida il lettore verso una spiritualità del tempo presente, una mistica rinnovata per l’uomo contemporaneo. Non si tratta di tesi nuove, ma tutto rientra nell’alveo della rivalutazione del corpo, o meglio, dell’abbandono di quella netta separazione tra anima e corpo che aveva caratterizzato la cultura occidentale, e pure secoli di cristianesimo, dalla filosofia greca in poi.

Nulla nella Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento giustifica la divisione, anzi la concezione dell’uomo biblico prende di fatto le distanze da un eccesso di spiritualismo: il corpo è immagine e somiglianza di Dio, la ‘lingua materna di Dio’, scrive il teologo portoghese.

Nel libro lo scrittore si domanda quale è il contributo dell’esperienza religiosa al mondo: “Quando penso al contributo che l’esperienza religiosa dà nel presente e potrà dare, in un futuro prossimo, alla cultura, al tempo e al modo dell’esistenza umana, penso all’immenso patrimonio spirituale che nasce dall’amicizia con i poveri.

I poveri spesso si siedono alle porte delle chiese. In realtà, essi non sono seduti davanti alla porta, ma sono loro la porta per arrivare a Dio, questo Dio che ci chiede sempre: ‘Dov’è tuo fratello?’ (Gen 4,9). I poveri ci mostrano Dio. Essi sono testimoni e maestri della fede nella sua forma più concreta, perché sono gli ultimi, i piccoli, gli emarginati, i dimenticati, le vittime, quelli che senza voce gridano per la giustizia, gli affamati, quelli che possono contare solo su Dio. Le religioni non possono dimenticare mai la centralità dei poveri nella sua missione. I poveri sono la porta santa. Sono la più santa delle porte sante”.

La centralità della mistica tolentiniana è infatti il povero: “I poveri ci insegnano tanto sulla vita spirituale. Ci insegnano l’ascolto. L’ascolto non è soltanto apprendere il discorso verbale. Prima di tutto, è atteggiamento, chinarsi verso l’altro, è dedicargli la nostra attenzione, è disponibilità ad accogliere quello che è stato detto e non detto.

Ascoltare significa offrire una spalla dove l’altro possa poggiare la mano, per alzarsi rapidamente. Poter essere ascoltati ci rilancia nel cammino… I poveri ci insegnano la forza terapeutica della presenza: un semplice tocco aiuta a dissipare i turbamenti, tranquillizza un animo agitato e trasmette un conforto che nessuna macchina o farmaco può dare. Gesù, per esempio, va a toccare l’intoccabile.

Tende la mano a coloro che è proibito toccare. Un uomo malato di lebbra spezza il cordone sanitario e si avvicina a Gesù per dire: ‘Signore, se vuoi, puoi sanarmi’. Ebbene, Gesù non si limita alle parole: ‘Lo voglio’, ma tende la mano e lo tocca.

Preferisce correre il rischio del contagio, nel desiderio di toccare la ferita dell’altro; volendo condividere, come solo attraverso il tocco si condivide, quella sofferenza; aiutando a vincere l’ostracismo, interiorizzato con la separazione forzata…

La mistica non è uno stato di impermeabilità, ma esattamente il suo contrario: una radicale porosità nei confronti della vita e degli altri. Una pelle, una presenza, un battito del cuore, un incontro, un’allegria condivisa con i poveri”.

In questo senso per p. José Tolentino Mendonça “i poveri ci insegnano l’accoglienza di Dio… Non occorre separazione, estraniamento per incontrare il Padre dei cieli: la mistica non è altro che un’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva”.

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