Torino ricorda don Fornero e la stagione dei ‘preti operai’

“Oggi la pastorale del lavoro per dare speranza alla gente deve ispirare la vita di chi incrocia le nostre strade: evangelizzare il mondo del lavoro significa parlare all’uomo. La Chiesa anche nelle difficoltà del lavoro, nelle fatiche dell’uomo deve essere compagna di vita”:

così mons. Fabiano Longoni, direttore nazionale dell’Ufficio per i Problemi sociali e il lavoro, ha introdotto il suo intervento al convegno promosso dalla Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Torino e dalla Gioc sul tema ‘Avviare processi nuovi per l’evangelizzazione nel mondo del lavoro’ nel ricordo di don Gianni Fornero, sacerdote torinese che ha portato in Italia dall’esperienza francese la Gioventù operaia cristiana e che ha diretto la Pastorale del lavoro diocesana e regionale negli Anni ’90, lasciando un segno indelebile a Torino.

Un momento per fare memoria ma, come ha sottolineato l’Arcivescovo nel suo saluto anche per “risignificare e ridisegnare, il nostro impegno attuale per l’evangelizzazione nel mondo del lavoro, che affonda le radici in questa ricca storia torinese, di cui siamo figli, capaci di proiettarsi nel nuovo che si fa avanti. Sappiamo bene come la questione del lavoro oggi sia centrale, sia per lo sviluppo della persona umana sia per la crescita economica e sociale di una comunità.

Lo ricorda spesso papa Francesco, il quale non manca mai di sottolineare questa dimensione. Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella, in occasione del tradizionale messaggio di fine anno, quando ha affermato che il lavoro è la prima e più grave questione sociale. Ma lo ha ribadito recentemente il Consiglio permanente della Cei, quando ha affermato che il lavoro degno rimane la priorità”.

Quindi nella mattinata di sabato 10 febbraio il teologo don Roberto Repole ha tenuto una relazione su ‘La Chiesa missionaria oggi e la pastorale in uscita’ a cui è seguita la tavola rotonda moderata da Marina Lomunno, giornalista de ‘La Voce e il Tempo’ sulla figura di don Gianni Fornero in relazione all’educazione alla fede dei giovani, a cui sono intervenuti quattro amici di don Fornero che, in modi diversi hanno ricordato gli ambiti di impegno di don Gianni: suor Silvana Rasello, presidente del Ciofs, l’ente di formazione professionale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Arturo Faggio, già presidente della Gioc, Antonio Sansone, segretario regionale della Fim Cisl e don Giacomo Garbero, parroco a Piossasco, che con lui ha condiviso l’esperienza dei preti operai.

Ha concluso i lavori Alessandro Svaluto Ferro, direttore della Pastorale sociale e del lavoro della diocesi tracciando le linee e le sfide della pastorale: “Facciamo memoria di un’esperienza, perché non saremo quello che siamo senza preti come don Fornero che già 20 anni fa ci indicava che per affrontare le sfide del lavoro c’è bisogno di una alleanza generazionale. Questa è la strada per coniugare giustizia e promozione umana, per continuare ad essere sale della terra”.

Nell’intervento mons. Nosiglia ha ricordato don Gianni Fornero: “Mi preme ricordare come la nostra Chiesa locale abbia saputo sempre esprimere sacerdoti e laici capaci di testimoniare la propria fede nell’ambito sindacale, imprendito-riale e dell’associazionismo impegnato nel mondo del lavoro. La stagione dei cappellani del lavoro e dei preti operai ha segnato fortemente la sensibilità di questa comunità, già animata dal grande operato dei santi sociali.

Figure come quella di don Fornero, don Operti, don Esterino Bosco, don Lepori e di tutta l’esperienza dei preti operai, si sono impegnate a fondo per esprimere innanzitutto una vera amicizia evangelica con il mondo del lavoro, ispirati da una fede robusta e credibile, vivamente incarnata nelle situazioni”.

Ed ha ricordato l’operato di questi sacerdoti sensibili alle parole di papa Paolo VI (‘la Chiesa ha perso la classe operaia’): “Bisognava adoperarsi per ridurre questa distanza, per comprendere le situazioni, le ingiustizie, le sofferenze, ma anche le gioie e le bellezze che l’esperienza del lavoro offre all’uomo.

Fu proprio in questo contesto che fiorì l’esperienza dei preti operai, con la volontà di saltare il muro di incomprensione, per incontrare sul loro terreno gli operai e facendo sentire che la Chiesa era con loro. Nell’impegno condiviso di questi sacerdoti, un posto importante era riservato alla formazione dei laici.

In pieno spirito con il Concilio Vaticano II c’era il desiderio di una Chiesa abitata da un laicato robusto nella fede e capace di assumersi le proprie responsabilità specifiche: l’associazionismo, l’impegno sindacale e politico come ‘atto’ di fede, l’impegno per la costruzione di un’economia più giusta in linea con lo spirito evangelico.

Oggi, molti di questi credenti, cresciuti a questa scuola, sono ancora impegnati in prima linea sul territorio torinese, testimoni di come la fede cristiana possa illuminare la responsabilità in ambienti extraecclesiali”.

Ha invitato la comunità cristiana ad evangelizzare i giovani: “L’attenzione è quella di evangelizzare i giovani distanti dalle proposte ordinarie della pastorale giovanile. In don Fornero e nell’esperienza della Gioc (fu proprio don Gianni a far nascere l’esperienza in Italia) nel suo complesso non vi è solo un’importante attenzione a quei giovani che fanno fatica e rischiano di essere emarginati da ogni tipo ti proposta educativa, ma è viva la sfida di coinvolgerli come soggetti protagonisti della propria vita e della propria fede. Niente paternalismi e prediche, dunque, ma formazione e assunzione di responsabilità per vivere la fede nella vita quotidiana”.

Ricordando le Settimane Sociali di Cagliari, ha ribadito la centralità della pastorale sociale e del lavoro: “La prima sfida è aiutare le comunità ecclesiali ad essere autenticamente solidali con il mondo del lavoro: troppo spesso le questioni relative all’economia e al lavoro rimangono temi per esperti o di nicchia, all’interno dei nostri circuiti.

Dobbiamo sforzarci tutti insieme, anche attraverso l’azione dell’Agorà del sociale, di innestare nella pastorale ordinaria i temi sociali. La seconda sfida riguarda invece il rapporto tra l’impegno della Chiesa e quello delle istituzioni ed è in qualche modo collegata alla sfida precedente.

Se le nostre comunità sono chiamate ad esprimere gesti di solidarietà concreta con il mondo del lavoro, questo non significa né rincorrere le emergenze, né tantomeno costruire percorsi autoreferenziali, in cui tutte le risposte ai problemi sociali vanno ricondotte nell’alveo ecclesiale. Il nostro impegno è insieme alle istituzioni, al mondo del lavoro, alle imprese, alle associazioni per tentare di costruire strade di dialogo”.

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