Mons. Castellucci: testimoniare la compassione di Gesù per l’uomo

Modena da sempre sa che il suo patrono, san Geminiano, ha viaggiato, come testimone della fede, come ha scritto mons. Erio Castellucci nella lettera alla città sul coraggioso tema della società multietnica e dell’incontro. Il tema del viaggio, quello di testimonianza di Gesù e dei discepoli, le fughe per la vita di chi attraversa il mare, il pellegrinaggio, la conoscenza, la missione, nell’omelia del vescovo Castellucci, che ha posto alla fine l’accento sul viaggio principale, quello di ciascuno di noi verso la santità:

“Più saranno i santi, i pellegrini del cuore e meno saranno gli operatori di iniquità e le vittime dell’ingiustizia. Questo è forse il viaggio più difficile di tutti, il viaggio interiore, che getta ponti tra le isole dell’egoismo, che scala le montagne della superbia, che attraversa le gallerie della paura.

E’ però un viaggio necessario, se vogliamo alimentare la nostra umanità, iniettare nel mondo i germi della pace, testimoniare la bellezza del messaggio di Gesù e la sua ‘compassione’ per l’uomo”.

Nell’omelia il vescovo di Modena ha sottolineato la figura del patrono cittadino: “Il vescovo Geminiano è stato fedele discepolo di Gesù anche nello stile del cammino; era spesso in viaggio: o per fuggire l’imminente elezione a pastore di Modena, una fuga inutile, o per andare in Oriente chiamato dall’imperatore o per recarsi al Concilio di Milano del 390.

E, dato che celebriamo in questa chiesa, si può ricordare come anche san Francesco abbia viaggiato, non solo in Italia, ma perfino nel lontano Egitto, andando ad incontrare il Sultano”.

Riprendendo la lettera scritta alla città mons. Castellucci ha spiegato perché Gesù e i suoi discepoli viaggiavano e perché oggi gli uomini viaggiano: “Nella Lettera alla città ho cercato di tenere davanti agli occhi la situazione dei migranti, specialmente dei profughi e dei rifugiati, che fuggono da condizioni di vita difficili o pericolose.

Qualche volta è per loro questione di vita o di morte: quando abbandonano i loro paesi in guerra, quando cercano scampo dalla fame e dalla violenza, quando subiscono condizioni climatiche impossibili, sono costretti di fatto a lasciare gli affetti e la terra. Alcuni parlano in proposito di ‘viaggi della speranza’, che però facilmente diventano ‘viaggi della disperazione’, compiuti in condizioni difficili, tra stenti e violenze.

Se questi viaggi, stampati nei volti di tante persone presenti tra noi, non ci interpellassero, dovremmo chiederci non solo quale livello di fede, ma quale livello di umanità stiamo vivendo”.

Ed ha ricordato le ‘leggi razziali’ emanate 80 anni orsono: “E’ opportuno poi ricordare che ottant’anni fa, in seguito alle leggi fasciste ‘per la difesa della razza’, molti italiani ebrei furono costretti a emigrare, specialmente negli Stati Uniti; e che molti altri, prima e dopo di loro, dovettero espatriare perché perseguitati politicamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione delle leggi razziali, e poche settimane prima di morire, papa Pio XI, che aveva già condannato le ideologie nazista e comunista, disse: ‘io non come papa, ma come italiano mi vergogno! (…) Mi preme il Concordato, ma più mi preme la coscienza’ (Udienza a p. Tacchi Venturi, 24 ottobre 1938).

E’ proprio la coscienza, la cifra fondamentale dell’umano, ad essere interpellata ogni volta che una persona è costretta a viaggiare per salvare la vita e la libertà”.

Indicando le cause dei viaggi nel ‘villaggio globale’ ha ricordato ai cristiani il significato del pellegrinaggio: “Il pellegrinaggio punta non tanto sulla meta, quanto sul cammino; in un certo senso nel pellegrino il percorso è più importante del traguardo, perché è la strada che fa maturare il pellegrino, lo sfida, lo interroga, gli manifesta i suoi limiti e le sue risorse, lo rende più disponibile all’ascolto della voce di Dio.

Fin dall’inizio della storia cristiana la Terra Santa è stata meta di pellegrinaggi; nel Medioevo lo furono anche Roma, Santiago, Gerusalemme e Canterbury e poi tanti altri luoghi, tra i quali anche la tomba di San Geminiano”.

Ha concluso l’omelia sottolineando il valore del pellegrinaggio verso la santità nel ricordo dei missionari perseguitati: “E’ un esercito pacifico, che provoca ciascuno di noi ad essere missionario, pur rimanendo nel nostro paese; perché la missione cristiana non è una questione di chilometri, ma una questione di santità.

Vorrei proprio concludere con quest’ultimo tipo di viaggio, comune a Gesù, a san Paolo, a san Geminiano, a san Francesco e a tutti quelli che prendono sul serio l’invito di Gesù a seguirlo: il viaggio della santità. Più persone intraprendono questo viaggio e meno persone intraprenderanno i viaggi della disperazione, i viaggi obbligati da condizioni difficili e proibitive e i viaggi mossi dalla voglia di sfruttare i deboli. Più saranno i santi, i pellegrini del cuore e meno saranno gli operatori di iniquità e le vittime dell’ingiustizia.

Questo è forse il viaggio più difficile di tutti, il viaggio interiore, che getta ponti tra le isole dell’egoismo, che scala le montagne della superbia, che attraversa le gallerie della paura. E’ però un viaggio necessario, se vogliamo alimentare la nostra umanità, iniettare nel mondo i germi della pace, testimoniare la bellezza del messaggio di Gesù e la sua ‘compassione’ per l’uomo”.

E nella lettera alla città, ‘Ma qual è il mio paese?’, ha sottolineato che occorre vincere la paura: “A volte purtroppo è la paura, alimentata ad arte, a prendere il sopravvento. Come favorire il passaggio dai legittimi timori, o dalle vere e proprie paure, all’incontro e all’inclusione? Credo che occorra passare attraverso la conoscenza della situazione. La paura infatti segnala un problema, ma non riesce a trovare la soluzione. Il primo passo per traghettare la paura verso l’incontro è il contrasto alla disinformazione”.

Per contrastare la disinformazione occorre alimentare la cultura: “Ma potrebbero testimoniarlo soprattutto coloro che operano quotidianamente negli spazi della socializzazione: famiglia, scuola, lavoro, sport, luoghi di svago, cura, cultura e dialogo, sono le principali esperienze di reciproca integrazione tra persone di origine italiana e di origine straniera.

Tutte le ‘agenzie educative’, parrocchie comprese, sono impegnate a fondo in quest’opera, nel rispetto della legalità e della Costituzione italiana, sui quali principi di libertà, responsabilità e democrazia non si può transigere.

Ma questo rispetto non è innato, si impara nel percorso educativo; e l’incontro con l’altro, con lo straniero, con chi proviene da una cultura e spesso da una religione diversa, non deve essere un’insidia, ma un confronto che aiuta a costruire con maggiore consapevolezza e ricchezza la propria identità.

Contrapporre identità e accoglienza è insensato, perché per noi occidentali e specialmente per i cristiani l’accoglienza è scritta nella carta di identità: ‘ero straniero e mi avete accolto’. L’incontro è l’antidoto della paura e dell’odio e il seme della pace”.

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