A Novara un anno ‘Gaudenziano’ per i giovani

Per la comunità cattolica della diocesi di Novara il 2018 è l’ ‘Anno Gaudenziano’, come hanno deciso il vescovo, mons. Franco Giulio Brambilla, e il Consiglio episcopale novarese per i 1600 anni dalla morte del primo vescovo della città, san Gaudenzio, che la tradizione fissa nel 418:

“In quest’anno giubilare, ha spiegato il vicario generale della diocesi, don Fausto Cossalter, siamo invitati, riscoprendo la figura del nostro patrono, a percorrere il cammino tracciato dal recente XXI Sinodo diocesano per costruire una ‘Chiesa di Pietre Vive’ che, accogliendo l’eredità che le è stata trasmessa, continui ad annunciare il Vangelo a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo con la stessa passione e fedeltà di Gaudenzio e dei suoi successori”.

L’invito è quello di compiere un pellegrinaggio alla basilica, dove sono custodite le reliquie del santo con la possibilità dell’indulgenza plenaria: “Per chi compirà questo gesto la Penitenzieria Apostolica ha concesso la possibilità di accogliere l’indulgenza plenaria, alle condizioni stabilite dalla Chiesa”. E aprendo l’anno giubilare in occasione della festa patronale mons. Brambilla ha dedicato il discorso alla città ai giovani ad essere protagonisti attivi nella città.

Infatti ha proposto ai giovani ‘il cammino dell’Esodo’: “Il primo momento del cammino dell’esodo è uscire dall’Egitto. E’ la partenza dalla terra di schiavitù. Oggi non si può dire che questa terra, il grembo familiare e la condizione dell’infanzia, sia una terra di schiavitù. E’ piuttosto il tempo del sogno e le nostre famiglie hanno intronizzato nelle loro case il ‘re-bambino’.

E’ un re che si trova così bene nella famiglia che, una volta diventato adolescente e giovane, fatica ad uscire di casa per diventare grande. Certo la prima età della vita è un tempo di minorità. L’affrancamento dai bisogni infantili contiene la scommessa della trasmissione delle forme pratiche della vita e della fede”.

Però il compito di trasmettere l’idea che la vita è ‘buona’ spetta alla famiglia: “La madre trasmette la fiducia, il padre trasmette la responsabilità. Il buon legame tra marito e moglie trasmette l’armonia tra fiducia e responsabilità, tra piacere e impegno, tra bontà e generosità, tra custodia dell’identità personale e rischio dell’apertura alla società.

Pensare agli adolescenti e ai giovani oggi vuol dire anzitutto restituire alla famiglia la sua vocazione di grembo generante, che non dona solo la vita, ma le dona anche la voglia di vivere, di rischiare, di slanciarsi nel mondo, che non riempie i ragazzi solo di beni, ma gli insegna a rischiare, gli dona il gusto e la curiosità di capire, di fare, di amare, di donarsi.

Perciò ai giovani occorre insegnare l’uscire; ed è un impegno importante quello di educare: uscire è in realtà un ‘far uscire’, un ‘trarre fuori’, come si è tirati fuori dal grembo materno, quando si nasce. Non è un’iniziativa propria, ma un evento in cui altri devono scendere come Dio stesso che ci viene incontro e ci soccorre”.

Quindi è un compito educativo mostrare che la vita è buona: “Vorrei spezzare una lancia a favore del compito dell’educazione: educare è tirar fuori la libertà, ma questa è un’opera di liberazione dai fantasmi dell’Egitto, dal paese dove si ricevono tutti i beni (la casa, la carne, le cipolle, ecc.) al prezzo della dipendenza e della soggezione.

L’educazione è diventato un compito arduo nella nostra società complessa. I genitori non hanno tempo perché lavorano entrambi, i nonni li sostituiscono magari concedendo ai nipoti ciò che non avevano dato ai loro figli, gli educatori e gli insegnanti non ricevono molta stima sociale, l’alleanza educativa tra famiglia e scuola è debole, il rapporto della famiglia con la comunità è spesso utilitaristico”.

Però chi esce dalle comodità (Egitto) è chiamato ad affrontare le prove (il deserto): “Il secondo momento del cammino dell’esodo descrive il tempo della prova nel deserto. Esso si riferisce più precisamente al tempo dell’adolescenza e della giovinezza: il tempo del deserto è il tempo della prova e dell’innamoramento, il tempo del timore e della legge, il tempo del bisogno e del dono, il tempo dell’attesa e dei legami.

Qui si gioca il rischio della prova per il cucciolo d’uomo: per diventar grandi bisogna tenere in tensione viva e vitale le coppie di temi appena ricordate. Le prove della vita devono far scoprire un nuovo amore, il timore del cammino ha bisogno dell’istruzione della legge, la mancanza di pane e acqua (gli elementi fondamentali) apre il cuore al dono, l’attesa per il domani crea nuovi legami”.

Quindi la famiglia non ha solamente il ‘compito’ della trasmissione’ ma anche quello più arduo dell’azione dell’ereditare da parte del giovane: “La trasmissione della vita e della fede, che è il tema del Sinodo dei giovani, suggerisce che la fede serve per costruire il progetto di vita di un adolescente che diventa giovane.

Per far questo non basta trasmettere valori, ma bisogna che le scelte e i gesti di una famiglia diventino eloquenti e capaci di plasmare gradualmente la capacità di ereditare. Non bisogna solo trasmettere, ma bisogna lasciare lo spazio e soprattutto il tempo per ereditare. L’atto dell’ereditare non è un obbligo, ma implica un vincolo, non è in imposizione, ma un legame che nutre e fa crescere la libertà proprio nell’atto di riconquistare quello che ci è stato donato”.

Ed il movimento dell’ereditare comporta tre ‘passi’ graduali: noviziato (introduzione alla vita ‘grande’), tirocinio e responsabilità. E compiuti tali passi è possibile ‘entrare nella terra della libertà’: “Infine, il terzo momento del cammino dell’esodo fa entrare nella terra promessa, dove scorrono latte e miele. Per gli adolescenti e giovani di oggi, che sono definiti i millennials, accedere alla vita adulta è diventato un vero sogno, quasi l’aspirazione a una terra promessa in cui è diventato impossibile entrare.

Tre fenomeni preoccupanti dalla nostra società sembrano rimandare sempre più il sogno di poter raggiungere la terra in cui abitare da adulti, dopo aver costruito buoni legami e per generare una storia familiare e sociale, in cui i giovani saranno protagonisti del loro domani”.

Ed in questa analisi preoccupano il vescovo le ‘crisi’ dell’Italia (denatalità, disoccupazione, indebitamento pubblico): “Bisogna però che vi sia uno scatto di generosità da parte del mondo adulto. Ciò che può fare la vita pubblica richiede una competente e disinteressata azione di intervento della politica: l’elezione del prossimo parlamento dovrebbe porre al centro il destino della generazione giovanile e la famiglia di domani”.

Di fronte a tali ‘necessità’ la diocesi ha cercato di essere presente alle necessità della comunità locale attraverso alcune proposte della Fondazione ‘San Gaudenzio’: “La Fondazione san Gaudenzio, oltre a continuare il progetto di microcredito (56 casi finanziati + 58 che hanno richiesto accompagnamento), nell’anno 2017, con i contributi volontari versati da molti sacerdoti della diocesi di Novara durante il Giubileo, ha dato avvio al ‘progetto di formazione e lavoro’, per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro.

In un solo anno 176 persone hanno chiesto consulenza: 47 hanno già trovato lavoro solo con l’orientamento e il supporto degli operatori della Fondazione, inoltre sono stati attivati e finanziati circa 20 tirocini. Di coloro che hanno trovato lavoro il 30% sono giovani entro i 35 anni, mentre il 50% dei tirocini si riferisce a questa fascia di età.

Per essere il primo anno di esercizio del Progetto il risultato è lusinghiero. Invito tutti a fare la loro parte e ringrazio quanti hanno dato il loro contributo”.

Al termine del discorso alla città ha sollecitato gli adulti ad ascoltare i giovani, come descritto nel capitolo 19 del libro dell’Esodo: “Diamo molto tempo ad ascoltare e stiamo vicino ai giovani, abitiamo i loro spazi e incontriamo i loro desideri. Perché possano compiere l’avventuroso cammino che esce da una terra di dipendenza, passa attraverso l’età meravigliosa e perigliosa della crescita, per entrare nel paese della maturità umana.

Bisogna che i giovani sperimentino ciò che la Scrittura dice a proposito del cammino che ha condotto Israele fuori dall’Egitto, percepito come un dono benefico e paragonato al primo volo dell’aquilotto sulle ali della madre, con cui prende sicurezza nel cielo”.

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