Il papa: essere artigiani di unità

Nel terzo giorno cileno papa Francesco ha celebrato la messa nell’aerodromo Maquehue di Temuco, incontrando le popolazioni mapuche cilene e le popolazioni indigene, invitandoli ad essere ‘artigiani di unità’; a loro volta la popolazione mapuche lo ha accolto come ‘amigo’. Nell’omelia il papa ha ribadito il riconoscimento della Chiesa alle popolazioni indigene:

“E’ imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane. Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce solo maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta”.

L’aerodromo è stato luogo di violazioni dei diritti umani: “Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie. Il sacrificio di Gesù sulla croce è carico di tutto il peccato e il dolore dei nostri popoli, un dolore da riscattare”.

Il vangelo commentato dal papa invitava all’unità ed il papa ha affermato tale esigenza: “Questa unità, implorata da Gesù, è un dono che va chiesto con insistenza per il bene della nostra terra e dei suoi figli. Ed bisogna stare attenti a possibili tentazioni che possono apparire e ‘inquinare dalla radice’ questo dono che Dio ci vuole fare e con cui ci invita ad essere autentici protagonisti della storia”.

Però l’unità non deve far ‘tacere’ le differenze: “L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice. La ricchezza di una terra nasce proprio dal fatto che ogni componente sappia condividere la propria sapienza con le altre. Non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri”.

Bensì essa stessa tende alla diversità: “L’unità è una diversità riconciliata perché non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie. Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori o inferiori. Un bel chamal (manto) richiede tessitori che conoscano l’arte di armonizzare i diversi materiali e colori; che sappiano dare tempo ad ogni cosa e ad ogni fase. Potrà essere imitato in modo industriale, ma tutti riconosceremo che è un indumento confezionato sinteticamente”.

Però anche l’unità non deve essere raggiunta con ogni mezzo: “In primo luogo, dobbiamo essere attenti all’elaborazione di accordi ‘belli’ che non giungono mai a concretizzarsi. Belle parole, progetti conclusi sì (e necessari) ma che non diventando concreti finiscono per ‘cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano’. Anche questa è violenza, perché frustra la speranza”.

Poi l’unità richiede una visione di pace: “In secondo luogo, è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane. Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce solo maggiore violenza e divisione.

La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo ‘no alla violenza che distrugge’, in nessuna delle sue due forme”. Ed ha concluso l’omelia invitando a riscoprire il saggio detto dei Mapuche del ‘buon vivere’ con la richiesta di essere ‘artigiani di unità’:

“Tutti noi che, in una certa misura, siamo gente tratta dalla terra (Gen 2,7), siamo chiamati al buon vivere (Küme Mongen), come ci ricorda la saggezza ancestrale del popolo Mapuche. Quanta strada da percorrere, quanta strada per imparare!

‘Küme Mongen’, un anelito profondo che scaturisce non solo dai nostri cuori, ma risuona come un grido, come un canto in tutto il creato”. Terminata la celebrazione eucaristica il papa ha pranzato con 11 persone, di cui 8 mapuche, provenienti dall’Araucania nella Casa ‘Madre de la Santa Cruz’.

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