Papa Francesco: la speranza in Dio non delude

Papa Francesco ha iniziato con una giornata intensa la sua visita in Cile, che è stata definita eco-socio-economicamente sostenibile, perché gli organizzatori, animati dalla richiesta dell’enciclica ‘Laudato Si’, hanno inserito cinque misure per la sostenibilità ambientale, altre cinque per quella economica ed altrettante per quella sociale, con l’obiettivo di ‘fare un uso prudente delle risorse naturali ed evitare l’inquinamento nelle aree dove si realizzeranno gli eventi di massa’, come ha spiegato la Commissione organizzatrice presentando la visita.

E dopo una mattina intensa nel  pomeriggio della prima giornata papa Francesco ha visitato il ‘Centro Penitenciario Femenino’ di Santiago,  accolto dalla Comandante  della struttura carceraria e dai 5 Cappellani. Dopo l’omaggio floreale di due recluse insieme ai loro  bambini, papa Francesco ha salutato le detenute, ringraziando suor Nelly e Janeth:

“Madre: molte di voi sono madri e sapete cosa significa dare la vita. Avete saputo ‘portare’ nel vostro seno una vita e l’avete data alla luce. La maternità non è e non sarà mai un problema, è un dono, uno dei più meravigliosi  regali  che potete avere. Oggi siete di fronte a una sfida molto simile: si tratta ancora di generare vita. Oggi vi è chiesto di dare alla luce il futuro. Di farlo crescere, di aiutarlo a  svilupparsi. Non solo per voi, ma per i vostri figli e per tutta la società.

Voi, donne, avete una capacità incredibile di adattarvi alle situazioni e di andare avanti. Vorrei oggi fare appello alla capacità di generare futuro che vive in ognuna di voi. Quella capacità che vi permette di lottare contro i tanti determinismi ‘cosificatori’ che finiscono per uccidere la speranza”.

La seconda parola su cui si è soffermato il papa ha riguardato i figli: “La seconda parola è figli: essi sono forza, sono speranza, sono stimolo. Sono il ricordo vivo che la vita si costruisce guardando avanti e non indietro. Oggi siete private della libertà, ma ciò non vuol dire che questa situazione sia definitiva.

Niente affatto. Sempre guardare l’orizzonte, in avanti, verso il reinserimento nella vita ordinaria della società. Per questo, apprezzo e invito a intensificare tutti gli sforzi possibili affinché i progetti come ‘Espacio Mandela’ e ‘Fundación Mujer levántate’ possano crescere e rafforzarsi”.

L’ultima parola del papa è stata riservata ai fiori, sinonimo di speranza: “Credo che sia così che la vita fiorisce, che la vita riesce ad offrirci la sua più grande bellezza: quando riusciamo a lavorare insieme gli uni con gli altri per far sì che la vita vinca, che sia sempre più forte.

Con questo sentimento voglio benedire e salutare tutti gli operatori pastorali, i volontari, il personale e, in  modo speciale, i funzionari della Gendarmeria e le loro famiglie. Prego per voi. Voi avete un  compito delicato e complesso, e per questo auspico che le Autorità possano assicurarvi anche le  condizioni necessarie per svolgere il vostro lavoro con dignità. Dignità che genera dignità”.

Il Centro Penitenciario Femenino di Santiago è intitolato a ‘San Joaquín’. Per oltre 100 anni, la popolazione carceraria risulta composta da detenute che hanno commesso crimini minori, come il furto. Con l’aumento del traffico di droga e della tossicodipendenza, vengono detenute donne colpevoli di delitti gravi, tanto che la popolazione carceraria negli anni ‘90 diventa circa 600 e negli anni 2000, le prigioniere sono più di 1.400, in un carcere che dispone di 855 posti. Oggi accoglie circa il 45% delle donne detenute in tutto il Cile, con problemi di sovraffollamento che la Chiesa locale segue con molta attenzione, tramite il Servizio per la Pastorale Carceraria.

Terminata la visita il papa ha incontrato il clero, i religiosi, le religiose ed i vescovi, esortandoli alla vocazione ‘no selfie’: “Le nostre società stanno cambiando. Il Cile di oggi è molto diverso da quello che conobbi al tempo della mia giovinezza, quando mi formavo. Stanno nascendo nuove e varie forme culturali che non si adattano ai contorni conosciuti. E dobbiamo riconoscere che, tante volte, non  sappiamo come inserirci in queste nuove situazioni.

Spesso sogniamo le ‘cipolle d’Egitto’ e ci dimentichiamo che la terra promessa sta davanti. Che la promessa è di ieri, ma per domani. E possiamo cadere nella tentazione di chiuderci e isolarci per difendere le nostre posizioni che finiscono per essere nient’altro che bei monologhi. Possiamo essere tentati di pensare che tutto va  male, e invece di professare una ‘buona novella’, quello che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito no abbia nulla da dire.

Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo ‘degli altri’, ma anche nostra. Ci piaccia o no, siamo invitati ad affrontare la realtà così come ci si  presenta. La realtà personale, comunitaria e sociale. Le reti, dicono i discepoli, sono vuote, e possiamo comprendere i sentimenti che questo genera. Tornano a casa senza grandi avventure da raccontare; tornano a casa a mani vuote; tornano a casa abbattuti”.

A questo punto il papa ha rivolto a vedere Pietro ‘trasfigurato’: “Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare  un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone”.

Ed ai vescovi ha ricordato la missione di formare i laici: “La mancanza di consapevolezza del fatto che la missione è di tutta la Chiesa e non del prete o del vescovo limita l’orizzonte e, quello che è peggio, limita tutte le iniziative che lo Spirito può suscitare in mezzo a noi. Diciamolo chiaramente, i laici non sono i nostri servi, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come ‘pappagalli’ quello che diciamo”.

Ha anche ricordato che il sacerdote è il ministro di Cristo: “Il sacerdote è ministro di Cristo, il quale è il protagonista che si rende presente in tutto il Popolo di Dio. I sacerdoti di domani devono formarsi guardando al domani: il loro ministero si svilupperà in un mondo secolarizzato e, pertanto, chiede a noi pastori di discernere come prepararli a svolgere la loro missione in quello scenario concreto e non nei nostri ‘mondi o stati ideali’.

Una missione che avviene in unione fraterna con tutto il Popolo di Dio. Gomito a gomito, dando impulso e stimolando il laicato in un clima di discernimento e sinodalità, due caratteristiche essenziali del sacerdote di domani. No al clericalismo e a mondi ideali che entrano solo nei nostri schemi ma che non toccano la vita di nessuno”.

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