L’Italia invasa dalla pace

“Pace a tutte le persone e a tutte le nazioni della terra! La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale, è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza. Tra questi, che porto nei miei pensieri e nella mia preghiera, voglio ancora una volta ricordare gli oltre 250.000.000 migranti nel mondo, dei quali 22.500.000 sono rifugiati…

Con spirito di misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale. Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura”.

Partendo dalle parole del messaggio della pace del papa per la giornata mondiale della pace, in Italia, a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno, si sono svolte molte manifestazioni per ricordare i 50 anni del messaggio di papa Paolo VI. A Sotto il Monte, paese natale di papa Giovanni XXIII, Pax Christi, Azione Cattolica, Caritas e Cei hanno ricordato la ricorrenza, come ha affermato nell’omelia il vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi:

“La grande partecipazione a questa marcia, che va oltre le nostre aspettative, dimostra il superamento di forme di rassegnazione. Oggi, quando ci si trova di fronte a scelte che hanno a che fare con la pace, pare esserci una certa rassegnazione di fronte a poteri che ci sfuggono di mano. In realtà questa giornata, attraverso un percorso contrassegnato dal messaggio di papa Francesco, ha dimostrato che, partendo da nostre scelte, possiamo prendere parte anche noi a processi che possano portare poi alla pace… Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono le azioni che Papa Francesco ci invita a sostenere individualmente, socialmente e comunitariamente”.

A Torino il Sermig invece ha proposto ‘il cenone del digiuno’ ed una marcia fino al duomo della città, come ha raccontato il suo fondatore, Ernesto Olivero, chiarendo il significato di ‘Cantieri di pace’: “Il primo cantiere di pace sono io, siamo noi ognuno può decidere di passare dal disordine all’armonia, dall’indifferenza al dialogo, dall’odio al perdono, dal possesso alla libertà, dal potere al servizio, dall’individualismo alla fraternità”.

Nell’omelia, a conclusione della marcia, mons. Cesare Nosiglia ha sottolineato il significato della giornata: “Per questo vale il principio più volte ribadito nel Vangelo, secondo il quale amare veramente significa condividere: per cui, chi dona riceve e chi riceve dona, in un interscambio di valori umani e spirituali che arricchiscono entrambi. E’ quanto ci ha insegnato con la Parola e l’esempio Gesù, che cammina con noi e vive le nostre stesse esperienze di ogni giorno.

Il tempo che passa ed ogni suo momento sono dunque segnati dalla continua presenza del Verbo di Dio: Egli è la nostra pace, perché ha abbattuto con la sua croce il muro di inimicizia e di peccato che esisteva tra Dio e l’umanità e che a sua volta generava innumerevoli altri muri di divisione tra gli uomini. Per questo, gli angeli hanno salutato la nascita del Salvatore come fonte di pace per tutti gli uomini di buona volontà.

E’ per questa certezza di fede che il papa Paolo VI decise di proclamare il primo giorno dell’anno Giornata mondiale della pace. Quest’iniziativa è andata sempre più consolidandosi nell’animo e nella vita dei popoli e delle persone. La Giornata di questo 2018 è impostata sul tema scelto da papa Francesco: ‘Migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di pace’. Il papa ci invita ad abbracciare con misericordia tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare la loro terra a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale”.

A Bologna mons. Matteo Zuppi ha celebrato la giornata mondiale della pace con le associazioni diocesane in cattedrale: “La pace non è una preoccupazione accessoria. E’ una lotta drammatica per la vita, contro le terribili sorelle delle guerra che sono la povertà, le malattie, la distruzione, la disperazione, la fame. Nel benessere l’uomo non comprende e si illude.

Rischiamo di rendere la nostra pace stolto ottimismo se non affrontiamo i tanti pezzi della guerra mondiale e le epifanie drammatiche di dolore che ci raggiungono, come quei fratelli e sorelle che emergono dal grande abisso del terzo mondo alla ricerca di futuro. Sono ‘lottatori di speranza’ che vogliono solo scappare da veri inferni sulla terra. Questi ci riguardano… Noi possiamo essere come i pastori che hanno visto il principe della pace, quel Dio che mette pace tra terra e cielo, tra Abele e Caino, che è venuto a redimere, cioè a liberare dalla condanna, a portare la grazia del suo amore che non dobbiamo più rubare impadronendocene ma che troviamo regalandolo.

Essi furono i primi artigiani di pace. E tutto cantava quella notte. Il mondo canta quando siamo in pace e quando la costruiamo, quando non ce ne stiano in pace come diceva Mazzolari, ma siamo uomini di pace. Ci sono altri pastori che cercano ancora il bambino. Lo cercano disperatamente, perché portano nel loro cuore la notte profondissima della violenza e della guerra. Sono i migranti e i profughi, ai quali Papa Francesco ha voluto dedicare questa cinquantunesima giornata mondiale della pace ai migranti e rifugiati: ‘Uomini in cerca di pace’. Essi ci chiedono di essere guardati umanamente e di gestire con intelligenza e lungimiranza quello che abbiamo”.

A Como, mons. Oscar Cantoni ha invitato a lavorare insieme per costruire ‘strade nuove’: “Siamo tutti coinvolti in una medesima avventura, affascinante, da una parte, ma, dall’altra, anche piena di enigmi. Non possiamo permetterci di voltarci dall’altra parte, come se niente dipendesse da noi, come se le difficoltà, tuttora persistenti, fossero causate solo dagli altri; non possiamo ritirarci nel nostro ristretto orizzonte, dove tutto funzionerebbe secondo la nostra unica prospettiva. Non è più possibile delegare ad altri i doveri e le responsabilità di ciascuno.

A tutti il compito di partecipare, di prendere l’iniziativa, di aprirsi al futuro da persone coinvolte e non solo da spettatori. Solo lavorando insieme possiamo contribuire efficacemente alle soluzioni che affliggono l’umanità e che rendono la nostra società uno spazio accogliente e ospitale…

Il nostro compito consiste nel riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, riconoscere i valori fondamentali e ineludibili, che promuovono il bene dei singoli e insieme il bene comune, e nello stesso tempo, imparare a chiamare per nome ciò che condiziona l’uomo, lo degrada e gli fa rinunciare alla sua dignità regale, che deriva dalla comune appartenenza alla famiglia dei figli di Dio”.

A Perugia il card. Gualtiero Bassetti ha invitato a fare discernimento su tre verbi: “Il primo verbo è sciupare… Quanto tempo prezioso abbiamo sciupato in famiglia o sui luoghi di lavoro, nelle comunità ecclesiali o nelle istituzioni civili, per cercare di affermare il proprio punto di vista o il proprio interesse invece che cercare realmente il Bene comune e l’unico Signore della Storia?

Quante risorse abbiamo sciupato dimenticandoci di tutti coloro che stanno nella sofferenza e nella miseria? Quanti luoghi abbiamo rovinato con la nostra noncuranza e il nostro egoismo dimenticandoci che il Creato non è nostro ma ci è stato dato in custodia?” L’altro verbo su cui il presidente della Cei si è soffermato è amare: “Amare significa accogliere Gesù nella propria vita ed entrare profondamente nella dimensione della Croce: ovvero dare la propria vita per gli altri. Amare vuol dire anche servire e prendersi cura di chi ti sta vicino”.

L’ultimo verbo riguarda invece il ‘fare’: “Il cristianesimo è prima di tutto un fatto concreto, avvenuto nella Storia e che continua a ripetersi quotidianamente, che non può essere rinchiuso all’interno di norme morali o aspirazioni ideali. Alle parole devono seguire i fatti, perché così ha amato Gesù”.

Dalla diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno mons. Mariano Crociata ha analizzato il territorio affermando che i cittadini sono nella maggior parte immigrati: “Per qualcuno può non essere facile riconoscerlo, ma la realtà è che qui siamo tutti degli immigrati. Ciò non significa che bisogna accettare passivamente ciò che accade e che non ci vogliano criteri per affrontare le nuove ondate di immigrazione o che le istituzioni abbiano mancato di dare segnali importanti in tal senso.

Significa invece che più che chiudere gli occhi e pensare di alzare steccati e di trincerarsi entro recinti di fronte a ciò che avanza, illudendosi di proteggersi dal cambiamento e di trovare così sicurezza, bisogna affrontare la realtà. Anche perché, rimuovere i problemi è il modo migliore per farli diventare più grandi di quanto già non siano…

Non bisogna credere a quelli che dicono che se non ci fossero stranieri le cose andrebbero meglio; non ci vuol molto a rendersi conto che invece i problemi nel nostro Paese sarebbero ben maggiori, considerati anche solo due aspetti, come la produzione di ricchezza e la natalità. L’unica via da percorrere per vincere la paura e la logica del capro espiatorio è difficile e lunga, ma è quella giusta: capire, cercare insieme soluzioni, superare divisioni, promuovere collaborazioni…

La compassione, che in Dio è una dimensione della misericordia, è un tratto essenziale e tipico del cristiano: chi vuole essere come Gesù e suo discepolo, cominci con il sentire, come lui, pena e compassione per quanti si trovano nel dolore e nella disperazione. Non dimentichiamo che Gesù ha detto che quanto fatto a uno che sta male, egli lo prende come fatto a sé personalmente. Ebbene, il sintomo più grave del nostro malessere spirituale, che poi diventa anche disagio sociale e morale, è la perdita della capacità di provare compassione”.

Da Trento mons. Lauro Tisi ha sottolineato che tutti “apparentemente, vogliono la pace, la desiderano, è una parola magica, ma i dati ci dicono che questo desiderio non è una realtà così presente: forse più che essere tifosi della pace vogliamo essere lasciati in pace!..

Viviamo nell’epoca dell’innovazione scientifica e tecnologica ma se penso al lato umano, siamo più cavernicoli che innovatori: campi profughi dove incombe il peso della morte, bombardamenti, armi chimiche, venti di guerra nucleare e commercio di armi. Tutto ciò ci ricorda che non siamo così innovativi”.

E da Gerusalemme l’amministratore apostolico, mons. Pierbattista Pizzaballa, ha affermato che ognuno deve avere l’atteggiamento dei pastori verso la pace: “Nessuno è escluso dall’impegno per la pace. Essa appartiene a tutti e non solo ai capi di turno. Non serve chiedere la pace dai grandi e non costruirla nel nostro piccolo. Il destino di tutti è legato, quello degli uni con quello degli altri.

Ciò che io faccio nel mio piccolo contesto e in famiglia contribuisce, collabora e partecipa anche alla pace che i grandi sono chiamati a realizzare… Come i pastori, anche noi dobbiamo annunciare la pace, cioè dobbiamo condividerla, trasmetterla, comunicarla. Il dono della pace che è in noi, che è il Principe della Pace, se davvero è in noi, non può che essere annunciato, con i nostri atteggiamenti, con il nostro modo di costruire e vivere la famiglia, la società, i giovani, le nostre attività parrocchiali, la nostra azione politica…

I grandi non potranno mai realizzare la pace, se i piccoli non la vivono già. Per avere la pace, non basta denunciare la sua assenza, ma bisogna avere il coraggio costruirla nonostante tutto. Dobbiamo costruire, come i pastori, ciò che abbiamo visto e udito, ciò che già in noi è un’esperienza di vita”.

(Foto: Rizzato/NP)

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