Don Marco Pozza racconta l’amore di Dio

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Anche se è ‘finito’ in televisione per un’intervista con papa Francesco sul ‘Padre Nostro’ (che ora è anche un libro) don Marco Pozza ama incontrare i giovani, a cui augura un buon anno nel nome della Madre: “Ogni preghiera cristiana, inizia nel nome del Padre; l’anno nuovo, invece, principia nel nome della Madre. Del resto, in tante lingue l’anno è grammaticalmente di genere femminile, quasi a sottolineare la fertilità intrinseca del nuovo che inizia, carico di attese e aspettative.

Perché è inutile: nonostante, a fine anno, il bilancio, non sia mai computo esclusivo di cose belle, è inevitabile che pensare che l’anno nuovo possa portare con sé possibilità ‘tutte nuove’, ancora da sperimentare. Magari, all’insegna dell’arte dell’arrangiarsi e dell’operosità creativa, pur sempre, però, con la prospettiva di non arrendersi di fronte alle avversità.

Il primo giorno dell’anno, anche se spesso ce lo dimentichiamo (attribuendogli, unicamente, la funzione ‘laica’ di dare principio ad un nuovo periodo dell’anno civile), è la più antica festa dedicata alla Madonna, come Madre di Dio: in lei, Gesù è concepito come uomo e come Dio e, a partire dall’Annunciazione, diventa anche madre nostra, riferimento costante della nostra vita e tramite privilegiato per arrivare a Cristo”.

Però don Marco Pozza è anche parroco di una parrocchia ‘speciale’, quella del carcere ‘Due Palazzi’ di Padova; inoltre ha conseguito il Dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana con una dissertazione su ‘Cittadella’, opera postuma dello scrittore-aviatore francese, Antoine de Saint-Exupéry. Ha già scritto alcuni libri, che presto si sono tramutati in ‘successi’ letterali, quali ‘Penultima lucertola a destra’, ‘Contropiede’, ‘L’imbarazzo di Dio’, seguito da ‘L’agguato di Dio’ e ‘L’iradiddìo’, che stanno facendo di lui uno degli scrittori più promettenti e seguiti del panorama nazionale.

Incontratolo al termine di un incontro con i ragazzi, dopo un’estenuante firma di autografi, ha raccontato come una parrocchia può vivere l’esperienza del carcere: “La parrocchia del carcere è una parrocchia che cerca di vivere come tutte le altre parrocchie. Certamente vivere l’esperienza di fede in carcere paradossalmente è più difficile, ma sotto un punto di vista è molto più semplice, perché incontrando i poveri si riesce a capire alcune pagine del Vangelo, in quanto sembrano che quegli avvenimenti ti accadessero davanti.

Di conseguenza se qualcuno mi chiede ‘come vivo l’esperienza del carcere’ rispondo che la vivo nella maniera più semplice, raccontando vicendevolmente di come l’incontro di Cristo ha cambiato la nostra vita. E con il racconto c’è sempre qualcuno che non avendo conosciuto Gesù, si avvicina alla nostra esperienza di fede”.

In quale modo un sacerdote vive la frontiera che divide il carcere e la società civile?
“A me piace definirmi ‘parroco del carcere’, perché cerco di darci l’esperienza di normalità a quelle situazioni in cui il carcerato vive. Quindi vivo una situazione da ‘privilegiato’, perché mi rendo conto che alcune pagine dei Vangeli che la gente a volte confonde come storie inventate, sono fatti che continuano ad accadere di fronte ai miei occhi. Quindi mi sento profondamente privilegiato di poter vivere dentro questa esperienza”.

Ha scritto molti libri di ‘successo’, tra cui ‘L’iradidio’. Con quale significato?
“L’iradidio è un’espressione che nella mia terra veneta, quando una persona torna a casa dall’osteria, magari un po’ ‘brilla’, c’è sempre qualcuno che domanda: ‘Ma quanto ha bevuto questa persona!’ Qualcun altro risponde: ‘L’iradidio’. Quindi, da bambino, non riuscivo mai a capire quanti bicchieri fossero l’ ‘iradidio’!

Ad un certo punto ho letto nel vangelo di san Giovanni un’espressione che dice: ‘Dio ha tanto amato il mondo’. Ma tanto, quanto? Probabilmente è ‘l’iradidio’ come diceva mio nonno. Quindi ho messo questo titolo, perché sembra una provocazione, ma in realtà è la misura dell’amore di Dio, cioè Dio ama senza misura e quindi il ‘senza misura’ diventa la misura dell’amore che Dio ci dona”.

Durante gli incontri spesso fa riferimento alla preghiera del ‘Padre Nostro’: quale è il motivo?
“Con questa preghiera Cristo sta cercando di dire loro che fra poco s’accorgeranno di ciò che già vedono, senza accorgersi: ‘Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio’. E’ grammatica umana quella di risalire al padre tramite il figlio: ‘Guardalo: è tutto suo padre. Quando cammina, quando gesticola, anche quando sale in macchina’.

Filippo è un esagerato, o forse si è innamorato troppo del Figlio da voler conoscere tutta la famiglia sua, sopratutto il Padre: ‘Mostraci il Padre e ci basta, Signore’. Quegli amici erano diventati intimi con Lui. Mano a mano che la loro intimità cresceva, l’amore dettò le sue condizioni: voleva avere una visione chiara di chi fosse il Padre di cui parlava.

Ciò che non calcolarono fu quella di vedere il Padre stesso all’opera, nascosto nelle opere del Figlio suo: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre’. Tutto così chiaro, tutto così oscuro, così denso di mistero e di luce. Disumano per degli umani”.

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