Sandro Baldoni racconta il terremoto del Centro Italia al cinema

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Il regista Sandro Baldoni ci mette la faccia nel documentario ‘La botta grossa’, che sta avendo successo nei cinema italiani, sulla tragedia del terremoto che ha colpito il Centro Italia nell’ottobre del 2016. Infatti il regista racconta in prima persona cosa resta della sua casa crollata, delle sue radici, della sua identità:

‘Ti spacca il cervello!’, dice Baldoni di fronte alle immagini di devastazione che riprende con il suo cellulare, nell’impresa di raccogliere frammenti di realtà che sembrano tirati fuori da un reportage del dopoguerra. Baldoni si trova a Campi di Norcia, il paese dove ha trascorso le vacanze, dove sono cresciuti i suoi figli;

ora lo guarda con gli occhi di chi sente il bisogno di raccontare una storia troppo profonda per non entrarci dentro con tutto il cuore, stavolta senza necessità di curarsi troppo di tecnica e convenzioni, perché la realtà dei fatti è più importante, come lo sono le persone del posto, i loro sguardi smarriti, i loro racconti intrisi di paura e dignità in un viaggio tra i paesi degli Appennini feriti con un racconto fatto di quotidianità: da Campi si passa a Castelluccio di Norcia, da Visso ad Ussita, dalla vita in tenda al paese fantasma.

Baldoni, come in un pellegrinaggio, si spinge poi a visitare i cittadini di Visso e Ussita, trasferiti temporaneamente negli alberghi delle località marittime. Il passaggio dallo spazio di montagna a quello di mare ha costituito il secondo livello di sradicamento subìto dai terremotati: dal semicerchio ricreato in spiaggia, alla ricerca di un confronto collettivo, alla voglia di condividere le più umili soddisfazioni di giornata, trapela sensibilmente una paura certo mai cessata, ma di più il desiderio ardente di fare qualcosa di questa vita rimasta a mezz’aria, rinascere è il motto con cui il pasticcere etichetta il suo dolce.

Infine il regista chiude il percorso filmico con l’intervista all’eremita, aprendo ad un finale di speranza, seppure nella consapevolezza della lotta perenne che attende queste popolazioni.

Al termine di una proiezione al multiplex ‘Giometti’ di Tolentino gli abbiamo chiesto di raccontare le impressioni del pubblico: “La prima cosa che generalmente dice il pubblico, nelle domande e risposte serali dopo la proiezione de ‘La Botta Grossa’, è: mi hai commosso. Da giorni giro per l’Italia accompagnando le proiezioni del film, da Milano a Roma, a Brescia, ad Ancona, a Perugia, a Pescara, a Genova, a Firenze. La prima cosa che balza agli occhi, soprattutto dopo le proiezioni nelle città più lontane dall’Umbria e dalle Marche, è che gli italiani non hanno capito la portata di quello che è successo dalle nostre parti. ‘Non pensavamo fosse così grave’, mi dicono, quando le luci si sono riaccese”.

Quale è stata la scintilla per cui è nato il film ‘La botta grossa’?
“La scintilla è stata casa mia a Campi di Norcia, in cui non vivevo, che è stata distrutta. Io sono cresciuto lì e da quel sentimento di privazione ho cercato di farmi raccontare dalle persone quale era il loro stato d’anima, soprattutto le persone che hanno perso casa e lavoro. Da queste testimonianze ho iniziato a girare con una piccola telecamera; poi ho messo su una troupe, girando nelle Marche ed in Umbria, raccogliendo le testimonianze delle persone”.

Eppoi precisa ciò che i terremotati sanno, perché lo vivono sulla propria pelle: “Pur essendo il terremoto più potente in Italia negli ultimi 40 anni, la nostra Botta del 30 ottobre non ha fatto morti come ad Amatrice, Accumoli, Arquata: un po’ per fortuna (alcune benedette scosse di avvertimento), un po’ perché le case erano costruite meglio. Ma ci sono stati più di 40.000 sfollati, e una vastissima area a cavallo tra le due regioni si è trasformata in una sorta di gigantesco centro psichiatrico a cielo aperto. L’uso degli psicofarmaci è aumentato del 70%, la depressione striscia subdola tra le montagne, i suicidi sono in aumento, la mortalità degli anziani si è alzata in modo esponenziale”.

Perché hai fatto un film sul terremoto?
“Il perché non lo so, ma è come se mi si fosse imposto silenziosamente: sono partito come una specie di sonnambulo dalla mia casa crollata, da quello stato d’animo di taglio netto delle radici e di crollo rovinoso delle sicurezze (il tetto), e poi ho cominciato a vagare per il paese di Campi di Norcia con il cellulare in mano, chiedendo alle persone come stavano, se anche loro provavano quello che provavo io.

Rosina che mi diceva: ‘la guerra, peggio della guerra, fiju mia!’Ed allora mi sono messo a girare cercando la traccia di un racconto: posato il cellulare accendevo la macchina da presa e andavo a braccio, seguendo un filo esilissimo, impressioni, una verità di fondo che mi sfuggiva continuamente e poi riemergeva diversa e più interessante”.

Quali comunità ha trovato?
“Ho trovato in gran parte comunità in grado di reagire; infatti nel film si raccontano tante storie di persone che reagiscono alla catastrofe, reinventando la loro vita. Quando capita qualcosa del genere, bisogna essere in grado di reagire e molte comunità umbro-marchigiane hanno reagito bene”.

Il film è in programmazione nei cinema italiani: quale è la reazione del pubblico?
“Spesso la reazione è stata quella dell’incredulità, perché non c’è coscienza di quello che è successo nel nostro territorio; la gente non conosce lo stato di distruzione né quanto sia stato grande il cratere, soprattutto nelle Marche. Nelle grandi città, dove il film è stato presentato, c’è proprio un senso di incredulità. Non si rendono conto del disastro e chiedono in cosa si può essere utili”.

Tra le molte testimonianze ha raccolto anche quella di padre Taddeo, un eremita polacco che vive in Umbria: ci racconta la storia?
“Padre Taddeo è un eremita che vive da solo nelle montagne umbre e da solo ha affrontato il terremoto. Mi interessava capire come una comunità coesa può affrontare il terremoto, come quella umbra; ed al contempo capire il comportamento di una comunità che viene ‘sparpagliata’ lungo la costa, come quella marchigiana; ed infine mi interessava capire come un individuo da solo può affrontare una catastrofe così grande; e lui l’ha affrontata, in parte affidandosi a Dio ed in parte ricostruendosi quello che aveva già costruito ed il terremoto gli ha distrutto”.

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