Sud Sudan: porre fine alla crisi umanitaria

Ad ottobre il Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici del Kenya (KCCB), Mons. Philip Anyolo, Vescovo di Homabay, aveva inviato un messaggio di solidarietà alla Chiesa del Sudan e Sud Sudan per chiedere pace in questo territorio: “Vi scrivo questa lettera dalla Repubblica del Sud Sudan, nata nel 2011 come paese indipendente e entrata nel proprio circolo di violenza nel 2013… Mentre sto scrivendo non abbiamo trovato una soluzione né questa è in vista”.

E nelle settimane scorse frère Alois, priore della comunità di Taizè, ha visitato le popolazioni in Sud Sudan e Sudan ed ha avuto contatti con la popolazione profondamente provata. Tra le altre cose, ha visitato un campo per gli sfollati, che opera sotto la protezione dell’ONU, che accoglie molti bambini persi e mai ritrovati dai loro genitori nel corso dei violenti eventi del paese.

Attraverso questa visita, frère Alois ha anche voluto esprimere la propria gratitudine a tante persone impegnate sul posto: operatori umanitari, personale della Chiesa e diplomatici, che servono le comunità locali e lo sviluppo dell’istruzione, dell’agricoltura, delle infrastrutture e dei servizi e la promozione della cultura:

“Sono stato particolarmente impressionato dalla situazione delle donne e dei bambini. Le madri, spesso molto giovani, portano gran parte delle sofferenze causate dalla violenza. Molti sono fuggiti nell’emergenza. Loro rimangono decise al servizio della vita. I bambini fin dai primi anni devono svolgere un’importante parte del lavoro quotidiano, ma aspirano a frequentare la scuola. Il coraggio e la speranza delle madri e dei bambini è una testimonianza eccezionale”.

Il priore di Taizé ha tratto da questa visita in Africa alcune proposte concrete che pubblicherà durante il 40^ incontro europeo dei giovani animato da Taizé a Basilea dal 28 dicembre al 1 gennaio. Ed in occasione dell’inizio del quinto anno di conflitto armato nel Sud Sudan, Amnesty International ha sollecitato un’urgente iniziativa globale per porre fine alle terribili violazioni dei diritti umani in corso nel paese africano.

Infatti dal 15 dicembre 2013 decine di migliaia di persone sono state uccise e altre migliaia hanno subito violenza sessuale; gli sfollati sono quasi 4.000.000, come ha dichiarato Sarah Jackson, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa orientale, il Corno d’Africa e i Grandi Laghi:

“Un’iniziativa forte e coordinata è oggi più che mai necessaria per porre fine alla sofferenza della popolazione sudsudanese, soprattutto col passaggio dalla stagione delle piogge a quella secca, che solitamente favorisce un aumento delle ostilità. Gli stati africani e la comunità internazionale devono lavorare insieme per trovare una soluzione definitiva alla crisi e porre fine alle violazioni dei diritti umani”.

Nella regione di Equatoria Amnesty International ha verificato che il governo e l’opposizione hanno bloccato le forniture di cibo dirette verso alcune zone, hanno sistematicamente saccheggiato il cibo dalle abitazioni e dai mercati e preso di mira chiunque attraversasse la linea del fronte portando con sé anche la minima scorta di cibo:

“Il cibo è usato come arma di guerra e l’insicurezza alimentare riguarda ormai 4.800.000 persone. La situazione peggiorerà se non saranno assunte iniziative rapide per porre fine alla crisi umanitaria. Le iniziative per porre fine al conflitto dovranno comprendere l’imposizione di un embargo sulle armi rispetto a tutte le parti coinvolte e misure concrete per fornire giustizia alle vittime di gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto attivando finalmente la Corte ibrida per il Sud Sudan.

Le autorità del Sud Sudan devono consentire alle agenzie umanitarie di distribuire senza alcun ostacolo le indispensabili forniture di cibo e di medicinali e devono permettere agli attori della società civile di agire liberamente”.

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