La Chiesa ha ricordato mons. Riboldi

Sono stati celebrati mercoledì 13 dicembre nella cattedrale di Acerra (Napoli), i funerali di mons. Antonio Riboldi, vescovo emerito della città dell’hinterland partenopeo, ricordato spesso come il ‘vescovo anticamorra’ per la sua lotta alla criminalità organizzata. Dopo una messa nella casa dei rosminiani a Stresa, dove il presule si è spento domenica 10 dicembre in seguito a una lunga malattia, la salma di mons. Riboldi è stata traslata nella cattedrale di Acerra, dove il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e presidente della Conferenza episcopale campana, ha presieduto un momento di preghiera.

Nato a Triuggio (Milano) il 16 gennaio 1923, monsignor Riboldi aveva 94 anni. Fu vescovo di Acerra dal 1978 al 2000. Prima di arrivare in Campania, nel 1968 diede voce ai terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle baracche. Nominato vescovo di Acerra il 25 gennaio 1978 dal beato papa Paolo VI, mons. Riboldi, che apparteneva all’ordine dei rosminiani, fece il suo ingresso in diocesi il 9 aprile dello stesso anno, occupando una sede vacante da 12 anni.

Vi trovò una situazione non facile, dovendo ‘rianimare la vita ecclesiale e sostenere l’intera comunità tra le problematiche di un momento che richiede la difesa della dignità della persona’. Ma le sue attenzioni si rivolsero soprattutto al contrasto alla camorra, tanto da essere messo sotto scorta, incontrando anche numerosi criminali in carcere, tra cui lo stesso Cutolo.

Anche la vita diocesana riprese vigore grazie al carisma e all’impegno di monsignor Riboldi, e lo stesso presule spesso ricordava lo stupore che gli aveva confessato l’arcivescovo di Milano, card. Martini, di fronte a tanta vitalità, nonostante le piccole dimensioni della diocesi. Curioso e aperto alla modernità, mons. Riboldi è stato uno dei primi vescovi a sbarcare su Internet nel 1997: fino a poco tempo fa le sue omelie arrivavano a migliaia di persone.

Mentre lunedì 11 dicembre mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, ha ricordato la figura di mons. Antonio Riboldi, durante i funerali che ha presieduto nella chiesa parrocchiale di Stresa, dove il vescovo emerito di Acerra era ospite, nella casa dei rosminiani, dalla scorsa estate:

“Il filo rosso del ministero di mons. Antonio Riboldi è stata l’eloquenza dei gesti attraverso i quali è stato un vero testimone del Vangelo. Ha incarnato una pratica della fede, che per tutta la sua vita da presbitero e da vescovo ha saputo coniugare l’evangelizzazione con la promozione umana”.

Nell’omelia mons. Brambilla ha voluto ripercorrere i momenti centrali del percorso di fede del vescovo Riboldi: “Anzitutto il suo cammino di discernimento vocazionale. Iniziato in Brianza, a Tregasio, dove è nato e dove si è alimentato di una fede pratica, fatta di gesti concreti, che non lo abbandonerà per tutta la vita.

Cammino che lo ha portato ad essere affasciato dalla spiritualità di Rosmini e a unirsi alla Famiglia rosminiana. Scelta che lo ha legato strettamente alla nostra diocesi, nella cui cattedrale venne ordinato sacerdote dall’allora vescovo Gilla Gremigni”. Poi la sua esperienza di prete, con il soprannome ‘don Terremoto’ ,“nella parrocchia di Santa Ninfa nella Valle del Belice, dove ha dovuto affrontare gli effetti del terribile terremoto del 1968, riuscendo ad essere un sostegno insostituibile e un faro di speranza per tanti parrocchiani…

Ricordo di questo tempo un evento molto bello, perché solo persone come don Antonio hanno l’intuizione del concreto e riescono a fare una cosa semplice: nel Natale del 1975 fece mandare 700 letterine dai bambini delle scuole elementari e medie ad altrettanti deputati e uomini di governo. Poiché solo 4 su 700 risposero, allora don Riboldi fece scrivere dai suoi piccoli amici al Papa, al Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, al Presidente della Camera, Sandro Pertini e al Presidente del Consiglio, Aldo Moro.

Così che il 24 febbraio del ’76 60 bambini furono ricevuti al Quirinale e il giorno seguente dal Papa, e poi avranno colloqui con tutti personaggi che ho ricordato. Questa è la prima grande immagine di don Antonio, di una persona che arriva e cerca di animare una parrocchia del Sud, in una zona svantaggiata, chiamato dal vescovo di Mazara del Vallo e, dopo un evento traumatico, riesce a rianimarla, tenendo alto il filo della speranza”.

Poi ha ricordato la sua passione civile: “Mi ha impressionato questo sguardo, abbastanza panoramico, sugli aspetti della vita cristiana e civile. Non trascurò e diede impulso alle Giornate diocesane per la vita; all’Archivio storico e alla Biblioteca diocesana, con oltre 10.000 volumi, e, finalmente, alla Casa dell’umana accoglienza, e fondò un polo medico per l’infanzia, che continuò anche una volta dimesso da vescovo, e a cui diede questo bel nome: Polo pediatrico mediterraneo!”

Infine, il suo ministero di vescovo, ad Acerra: “Anche la sua testimonianza da vescovo è stata all’insegna dell’impegno. Qualcuno lo ha chiamato vescovo anti-camorra. Io direi, piuttosto, che è stato un vescovo contraddistinto da una forte passione civile. E’ stato capace di mostrare la rilevanza civile della fede nel trasformare quelle servitù sociali, che soffocano l’Uomo e impediscono ogni ricerca sincera di fede”.

Un ricordo particolare è stato formulato da don Tonio Dell’Olio, redattore della rivista mensile di Pax Christi ‘Mosaico di Pace’: “E così avvenne che, ancora giovanissimo partecipai a un convegno sul tema delle condizioni di vita dei detenuti che si teneva nel carcere di Bellizzi Irpino (Av) dove Riboldi era stato invitato come relatore.

Sta di fatto che non riuscì a parlare perché bruscamente interrotto da fischi, urla e contestazioni degli stessi detenuti. E uno di questi dal palco lesse un documento (a quei tempi si usava così) dove si spiegavano le ragioni per cui la presenza di mons. Riboldi non era gradita. Un detenuto con cui ero in confidenza mi fece sapere che dall’esterno del carcere era arrivato l’ordine di non farlo parlare.

Sta di fatto che Riboldi salutò in buona maniera e andò via. In quel momento compresi che l’azione di quel vescovo era realmente efficace, colpiva nel segno, dava fastidio. Insomma era secondo il Vangelo di Cristo. Ringraziamo il Dio della vita per avercelo donato”.

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