Rieti: mons. Pompili invita all’allegria cristiana

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In occasione della festa di santa Barbara, protettrice dei Vigili del Fuoco e patrona della città di Rieti, mons. Domenico Pompili ha rivolto il tradizionale ‘discorso’ alla città, alla vigilia della festa, chiedendo ai cittadini di ‘essere allegri nel Signore’ anche nelle difficoltà.

Infatti mons. Pompili ha voluto riprendere l’insistente invito di san Paolo: ‘Siate sempre allegri nel Signore’, non senza notare che per i nostri tempi, questa prospettiva può sembrare ‘sopra le righe’. Anche se le statistiche mettono la città di Rieti tra le più vivibili del Lazio, mons. Pompili ha citato tre criticità: il lavoro, l’immigrazione, il post-terremoto.

Parlando dell’occupazione ha rimarcato come nell’ultimo decennio siano andati perduti circa 7000 posti di lavoro; un’emorragia che pesa soprattutto sui giovani, che sono destinati ad ingrossare le file dei Neet: ‘senza scuola, senza formazione, senza lavoro’. Di fronte a tale situazione mons. Pompili non ha offerto ricette, ma ha invitato a riconoscere ciò che resta alla portata della comunità:

“Convergere su alcuni obiettivi facendo attenzione a non dividersi per ceti sociali: i commercianti da un lato, gli impiegati e i professionisti dall’altro; gli operai da un’altra parte ancora… Quel che è certo è che nessuno può starsene tranquillo finché la gran parte dei nostri giovani resta a casa dai genitori e non fa alcuna scelta di vita”.

Anche per quanto riguarda il tema migratorio il vescovo reatino è partito dalla realtà dei numeri: “Nel nostro territorio provinciale sono accolte 798 persone, distribuite tra prima accoglienza, che garantisce vitto e alloggio, e seconda accoglienza, che punta ad una più completa integrazione sociale e culturale”.

La cifra aiuta a mettere a fuoco in modo realistico la proporzione tra nativi e immigrati, accompagnando l’invito a non ‘schierarsi tra buonisti e cattivissimi, tra furbetti e ingenui’, ma a ‘cogliere il fenomeno per quello che è oggettivamente’ e dentro quello ‘più ampio della mobilità umana’. L’ultima nota rivolta alla città riguarda la ricostruzione post sisma, chiedendo una dimensione progettuale:

“Una volta eliminate le macerie bisognerà pur dire come e dove si va”. Infatti non sempre i territori hanno conosciuto un miglioramento: “E’ facendo leva sulle risorse di ciascuno che si può stare allegri anche in mezzo alle difficoltà”, che non significa “essere spensierati, ma essere capaci di ripartire dall’essenziale”.

Nell’ultima parte del discorso, entrando nel tempo di Avvento, mons. Pompili ha spiegato alla città come l’allegria richiamata da Paolo si fondi sul fatto che ‘il Signore è vicino’: “L’incarnazione del Signore dice che non siamo abbandonati a noi stessi. Un messaggio di ‘perfetta letizia’ reso trasparente da san Francesco a Greccio, nella notte del primo presepe, e testimoniato alcuni secoli prima dalla patrona della diocesi di Rieti. Lasciamoci irrobustire da questa certezza interiore per essere come santa Barbara capaci di non recedere rispetto ai nostri sogni e di costruire insieme qualcosa che duri nel tempo”.

Ed infine un pensiero sul Natale, che mons. Pompili definisce “una festa da sempre in chiaroscuro: nella notte irrompe la luce. Nessuno di noi immagina che questo Natale sia solo una luminaria, perché siamo ancora nel bel mezzo del post-terremoto, anzi, addirittura del terremoto. Non manca il desiderio di continuare a far fronte alle difficoltà, innanzitutto, stando accanto alle persone con una serie di iniziative che possono rendere possibile il radunarsi della comunità”.

Ed infatti anche la diocesi ha contribuito a far ripartire le attività locali, colpite dal sisma, come ha raccontato il vescovo: “Abbiamo promosso un bando per il sostegno a imprese economiche e a singoli, che si mettono insieme, per cercare di sostenere quelli che sono tornati e hanno bisogno di lavorare.

Speriamo anche che ci sia la possibilità di mettere mano al discorso dei beni culturali che non è solo una questione di identità religiosa, ma di identità sociale perché le chiese sono dei punti di riferimento per tutti e, perciò, il recupero dei beni culturali diventa anche un investimento per il futuro di questi territori, che hanno una lunga storia alle spalle”.

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