Mons. Moraglia chiede di investire sul futuro dei giovani

Martedì 21 novembre Venezia ha festeggiato con un pellegrinaggio la Madonna della Salute, in ricordo della liberazione della città dal flagello della peste, avvenuta nel 1630. Per l’occasione il patriarca, mons. Francesco Moraglia, ha voluto affidare alla Madonna della Salute i giovani, indicando loro la strada della santità, indicata anche da mons. Luciani, quando era patriarca di Venezia: “Scommettere di più sui giovani, investire sul loro futuro che, poi, è il nostro. Ci vuole più coraggio, più libertà interiore, più distacco da se stessi, più sensibilità verso il bene comune al di là della propria persona”.

Il patriarca Moraglia ha richiamato l’attenzione sul prossimo Sinodo che “ci chiama a riflettere su come incontrare i nostri giovani, come farli sentire soggetti attivi e responsabili, come aiutarli ad entrare nella vita e nel mondo del lavoro, senza estenuanti anticamere, a fare in modo che possano manifestare le loro angosce ed esprimere un amore accogliente verso il dono della vita (concepimento, nascita, fragilità, spegnimento); ancora dobbiamo chiederci come testimoniare loro il rispetto per il creato e, soprattutto, il senso e l’amore di Dio e dei fratelli”.

Inoltre mons. Moraglia si è soffermato sulla santità dei giovani e dei bambini e sulle responsabilità educative nei loro confronti: “E’ importante riflettere su come incontrare i nostri giovani, come farli sentire soggetti attivi e responsabili, come aiutarli ad entrare nella vita e nel mondo del lavoro, senza estenuanti anticamere, a fare in modo che possano manifestare le loro angosce ed esprimere un amore accogliente verso il dono della vita (concepimento, nascita, fragilità, spegnimento); ancora dobbiamo chiederci come testimoniare loro il rispetto per il creato e, soprattutto, il senso e l’amore di Dio e dei fratelli.

Ed è proprio l’amore verso Dio e i fratelli che ci dice come guardare alla nostra società impegnandoci a riconoscere i diritti delle persone. Tali diritti, prima di situarsi a livello politico, costituiscono una proposta culturale. Il Vangelo è una grande luce che va oltre le emotività e illumina la realtà. Siamo chiamati a rispettare tutti gli uomini e, insieme, ad esprimere i valori della cultura e della storia di cui siamo portatori e che ci hanno plasmato rendendoci comunità vive, intraprendenti, cordiali.

Il Vangelo, in quella una sana laicità che fa parte del pensiero sociale della Chiesa, plasma la cultura di un popolo perché sempre si compiano scelte a favore dell’uomo”. Ed ha invitato gli adulti a ‘pensare’ in maniera sistematica ai giovani: “La nostra società si presenta, invece, come pensata e progettata dagli adulti e per gli adulti; una società che non solo non incoraggia i giovani ma, talvolta, li penalizza in modo inaccettabile. Sì, la nostra società posticipa e ritarda tutto… non solo la data della pensione”.

Riprendendo le parole del papa sulla Chiesa in uscita il patriarca di Venezia ha domandato quale valore ha queste parole: “Ma cosa vuol dire in concreto? Innanzitutto che bisogna scommettere di più su di loro, investire sul loro futuro che, poi, è il nostro. Ci vuole più coraggio, più libertà interiore, più distacco da se stessi, più sensibilità verso il bene comune al di là della propria persona. Guardare, in tal modo, al prossimo Sinodo significa, per la comunità cristiana, credere innanzitutto nei giovani, nella loro capacità di ‘aprirsi’ innanzitutto e di ‘donarsi’ a Dio e al prossimo, aiutarli (ecco, questo è il discernimento) a far sì che Dio entri nella loro vita; vuol dire aiutarli a crescere nella certezza che il Vangelo vissuto non mortifica ma conduce a pienezza l’umano”.

Poi ha chiesto di avere la stessa ‘intelligenza’ della Madonna, che docilmente si è affidata a Dio: “Oggi, più che mai, bisogna parlare sia all’intelligenza sia al cuore dei giovani, chiamandoli in causa, come ha detto recentemente il Santo Padre, e facendo leva sulla loro generosità e capacità di donarsi spezzando ogni tipo d’individualismo.

L’odierna festa liturgica ci aiuta perché Maria, ancora bambina, si offre totalmente a Dio. La nostra cultura, invece, preferisce altri criteri educativi e sembra non conoscere l’avverbio ‘sempre’; opta per scelte non definitive e ciò contrasta con la logica della stessa vita che è unica, irripetibile e scorre presto dalle nostre mani… Maria, ancora bambina, si dona totalmente al Signore; Ella comprende quanto Dio è importante nella sua vita e allora si dona a Lui, si pone al Suo servizio, si apre totalmente alla Sua Parola”.

Infine mons. Moraglia ha ricordato i tanti esempi di santità ‘giovane’, dai pastorelli di Fatima ad Antonietta Meo, da Maria Goretti a Carlo Acutis a cui ha dedicato una parte della sua riflessione: “C’è una schiera di giovani e, addirittura, di bambini che la Chiesa propone come esempi a cui guardare: Giacinta e Francesco di Fatima (morti a 9 e 10 anni), Antonietta Meo (7 anni), Maria Goretti (a 12 anni), ma anche Domenico Savio, Josè Sànchez del Rio, Carlo Acutis (15 anni) e Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucaristia (9 anni). Dio entra veramente nella vita delle persone, senza guardare la loro carta d’identità.

Un genitore, quando guarda negli occhi il figlio, deve pensare che non gli appartiene: lui è il padre, lei è la madre, ma Dio è il vero Padre di tutti. Carlo Acutis, di cui è in corso il processo di beatificazione, è un esempio di quanto appena detto. Mi soffermo brevemente su di lui. Carlo non proveniva da una famiglia di tradizioni cristiane, come ricorda mamma Antonia che dice: ‘Provenivo da una famiglia laica e ricordo che sono andata a messa solo il giorno della prima comunione, quello della cresima, quello del matrimonio…’.

In Carlo, allora, si è manifestata la pura forza della grazia; Carlo è il risultato improbabile, secondo gli uomini, della grazia di Dio! Noi siamo fatti di anima, di corpo e… di Spirito Santo e anche i nostri giovani lo sono!” Ed ha infine così concluso: “La grazia e la santità non sono riservate agli adulti. Dio agisce liberamente, interpellando chi vuole e come vuole.

Noi uomini, invece, pretendiamo di dettare a Dio i modi e i tempi dell’agire secondo la logica del ‘politicamente corretto’, ma ciò che è ‘corretto’ agli occhi degli uomini non lo è agli occhi di Dio. I discepoli non devono ragionare secondo il ‘buon senso’ umano, ma secondo la ‘verità’ di Dio”.

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