L’Italia ha il Reddito di Inclusione

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Il 29 agosto il governo ha attivato il ‘Reddito di Inclusione. Misura nazionale di lotta alla povertà’, che sarà attivo dal 1 gennaio 2018 e sostituirà l’attuale Sostegno di Inclusione Attiva (Sia). La misura si rivolge a una platea di 400.000 famiglie, pari a circa 1.800.000 persone. L’importo dell’aiuto corrisponde al massimo a quello dell’assegno sociale per gli over 65 senza reddito, pari ad € 485 al mese.
L’importo dipenderà dal numero dei componenti della famiglia e dalla situazione familiare e reddituale.

Uno dei più ‘tenaci’ sostenitori della legge, il presidente Centro Nazionale per il Volontariato (Lucca) e dell’Istituto Italiano della Donazione (Milano), on. Edoardo Patriarca, in un incontro a Macerata organizzato dal circolo culturale ‘Aldo Moro’ ha affermato:

“Con il reddito di inclusione nasce una nuova stagione per il nostro welfare: non solo un assegno ma anche la presa in carica dei soggetti più deboli. Usciamo in modo definito da quella piccola ‘pattuglia’ di Paesi che non ha uno strumento di lotta alla povertà. Stato, comuni e associazioni ora potranno collaborare più fattivamente per intervenire a favore delle fasce più deboli”.

Al termine dell’incontro ci siamo fatti spiegare succintamente il principio della legge: “La legge ci fa uscire dal penultimo posto dell’Europa. Con la Grecia eravamo l’unico Paese europeo che non aveva uno strumento nazionale di contrasto alla povertà. E’ una legge di grandissimo valore che introduce il reddito di inclusione sociale, prevedendo un contributo economico.

Soprattutto introduce un percorso di inclusione e chiede alle persone beneficiarie un impegno ed una responsabilità per ‘trasformare’ l’assistito in cittadino. Quindi non è una legge assistenzialistica, ma una legge che cerca di costruire un percorso di cittadinanza.

Inoltre a livello locale, chiederà alla comunità un’assunzione di responsabilità anche da parte delle amministrazioni locali e del Terzo Settore, affinché questa legge trovi un’ ‘incarnazione’ nei territori, perché il prendere in carico una famiglia non vuol dire dare soltanto un contributo, ma una comunità che accompagna affinché in tempi brevi possa uscire dalla povertà che non è uno stato, ma un momento di difficoltà, perché l’obiettivo è la costruzione di percorsi di cittadinanza”.

E quindi la legge chiede al Terzo Settore un cambio di mentalità?
“Nella legge il Terzo Settore è chiamato ad essere soggetto comprimario, in quando si prevedono percorsi di accompagnamento. Infatti la presa in carica deve essere effettuata dal Terzo Settore, che con la riforma dello stesso è chiamato a nuove responsabilità”.

Allora, in quale rapporto si pone il Terzo settore nel mondo delle imprese con il riconoscimento dell’impresa sociale?
“E’ un punto sul quale si è discusso molto dentro alle organizzazioni di Terzo settore, alcuni hanno manifestato il timore che il suo sviluppo oscuri il mondo del volontariato. Al contrario sono convinto che su questo punto si giocherà la vera partita se davvero il ‘Terzo settore’ ambisce a non rimanere marginale dai processi di cambiamento profondi del nostro Paese. Una nicchia di valori, di testimonianza, preziosa certo, ma poco di più.

L’impresa sociale invece permette di entrare nel sistema produttivo del nostro Paese, di arricchirlo, di condizionarlo positivamente. E di costruire nuove alleanze con le imprese profit sotto il segno della responsabilità sociale, della sostenibilità, del rapporto trasparente e corretto con il territorio.

L’istituzione delle società benefit, che nulla hanno a che fare con il Terzo settore, va nella medesima direzione. I settori sui quali insisterà l’impresa sociale sono oggi sempre più settori strategici per lo sviluppo: penso alla tutela del patrimonio artistico e culturale, al turismo sociale, al welfare, ambiente, sport, formazione, accoglienza”.

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