Il papa a Bologna: vivere nella città la vita cristiana

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Nella celebrazione eucaristica allo stadio ‘Dall’Ara’ papa Francesco ha concluso la sua intensa visita pastorale romagnola, affermando che l’esistenza di un credente è un cammino ‘umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio, che sa pentirsi e affidarsi a Lui’. Nel celebrare la ‘prima domenica della Parola’ papa Francesco ha esortato i fedeli a lasciarsi provocare dal Vangelo:

“Questa parabola Gesù la rivolse ad alcuni capi religiosi del tempo, che assomigliavano al figlio dalla vita doppia, mentre la gente comune si comportava spesso come l’altro figlio. Questi capi sapevano e spiegavano tutto, in modo formalmente ineccepibile, da veri intellettuali della religione. Ma non avevano l’umiltà di ascoltare, il coraggio di interrogarsi, la forza di pentirsi. E Gesù è severissimo: dice che persino i pubblicani li precedono nel Regno di Dio. E’ un rimprovero forte, perché i pubblicani erano dei corrotti traditori della patria.

Qual era allora il problema di questi capi? Non sbagliavano in qualcosa, ma nel modo di vivere e pensare davanti a Dio: erano, a parole e con gli altri, inflessibili custodi delle tradizioni umane, incapaci di comprendere che la vita secondo Dio è in cammino e chiede l’umiltà di aprirsi, pentirsi e ricominciare”.

Dopo 2000 anni, ha sottolineato il papa, il Vangelo pone la stessa richiesta ai cristiani: “Che non esiste una vita cristiana fatta a tavolino, scientificamente costruita, dove basta adempiere qualche dettame per acquietarsi la coscienza: la vita cristiana è un cammino umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio, che sa pentirsi e affidarsi a Lui nelle sue povertà, senza mai presumere di bastare a sé stessa.

Così si superano le edizioni rivedute e aggiornate di quel male antico, denunciato da Gesù nella parabola: l’ipocrisia, la doppiezza di vita, il clericalismo che si accompagna al legalismo, il distacco dalla gente. La parola chiave è pentirsi: è il pentimento che permette di non irrigidirsi, di trasformare i no a Dio in sì, e i sì al peccato in no per amore del Signore”.

In fondo la Parola di Dio invita il credente a ‘discernere i pensieri dei loro cuori’ ed ad appianare i conflitti, lasciando in dono ai bolognesi tre punti di riferimento: “La prima è la Parola, che è la bussola per camminare umili, per non perdere la strada di Dio e cadere nella mondanità. La seconda è il Pane, il Pane eucaristico, perché dall’Eucaristia tutto comincia.

E’ nell’Eucaristia che si incontra la Chiesa: non nelle chiacchiere e nelle cronache, ma qui, nel Corpo di Cristo condiviso da gente peccatrice e bisognosa, che però si sente amata e allora desidera amare. Da qui si parte e ci si ritrova ogni volta, questo è l’inizio irrinunciabile del nostro essere Chiesa…

Infine, la terza P: i poveri. Ancora oggi purtroppo tante persone mancano del necessario. Ma ci sono anche tanti poveri di affetto, persone sole, e poveri di Dio… La Parola, il Pane, i poveri: chiediamo la grazia di non dimenticare mai questi alimenti-base, che sostengono il nostro cammino”.

A mezzogiorno in piazza Grande nell’Angelus ha ricordato il nuovo beato slovacco, che nel proprio Paese è stato il proclamatore della Parola: “ieri, a Bratislava (Slovacchia), è stato beatificato Titus Zeman, sacerdote salesiano. Egli si unisce alla lunga schiera dei martiri del XX secolo, perché morì nel 1969 dopo essere stato per lungo tempo in carcere a causa della sua fede e del suo servizio pastorale. La sua testimonianza ci sostenga nei momenti più difficili della vita e ci aiuti a riconoscere, anche nella prova, la presenza del Signore”.

In mattinata il papa aveva incontrato il mondo del lavoro e quello dei migranti, definendoli ‘lottatori di speranza’: “La Chiesa è una madre che non fa distinzione e che ama ogni uomo come figlio di Dio, sua immagine. Bologna è una città da sempre nota per l’accoglienza. Questa si è rinnovata con tante esperienze di solidarietà, di ospitalità in parrocchie e realtà religiose, ma anche in molte famiglie e nelle varie compagini sociali.

Qualcuno ha trovato un nuovo fratello da aiutare o un figlio da far crescere… Bologna è stata la prima città in Europa, 760 anni or sono, a liberare i servi dalla schiavitù. Erano esattamente 5855. Tantissimi. Eppure Bologna non ebbe paura. Vennero riscattati dal Comune, cioè dalla città. Forse lo fecero anche per ragioni economiche, perché la libertà aiuta tutti e a tutti conviene.

Non ebbero timore di accogliere quelle che allora erano considerate ‘non persone’ e riconoscerle come esseri umani. Scrissero in un libro i nomi di ognuno di loro!”

Invece al mondo del lavoro ha chiesto ‘soluzioni stabili’: “La crisi economica ha una dimensione europea e globale; e, come sappiamo, essa è anche crisi etica, spirituale e umana. Alla radice c’è un tradimento del bene comune, da parte sia di singoli sia di gruppi di potere. E’ necessario quindi togliere centralità alla legge del profitto e assegnarla alla persona e al bene comune.

Ma perché tale centralità sia reale, effettiva e non solo proclamata a parole, bisogna aumentare le opportunità di lavoro dignitoso. Questo è un compito che appartiene alla società intera: in questa fase in modo particolare, tutto il corpo sociale, nelle sue varie componenti, è chiamato a fare ogni sforzo perché il lavoro, che è fattore primario di dignità, sia una preoccupazione centrale”.

Nel pomeriggio papa Francesco, dopo aver pranzato con i poveri ed i volontari, ha incontrato il mondo universitario: “La parola universitas contiene l’idea del tutto e quella della comunità. Ci aiuta a fare memoria delle origini (è tanto prezioso coltivare la memoria!), di quei gruppi di studenti che cominciarono a radunarsi attorno ai maestri.

Due ideali li spinsero, uno ‘verticale’: non si può vivere davvero senza elevare l’animo alla conoscenza, senza il desiderio di puntare verso l’alto; e l’altro ‘orizzontale’: la ricerca va fatta insieme, stimolando e condividendo buoni interessi comuni. Ecco il carattere universale, che non ha mai paura di includere”.

Mentre nell’incontro con i sacerdoti papa Francesco ha risposto a due domande incentrate sulla fraternità: “Sei un uomo che appartiene a un corpo, che è la diocesi, alla spiritualità e alla diocesanità di quel corpo; e così è anche il consiglio presbiterale, il corpo presbiterale.

Credo che questo lo dimentichiamo tante volte, perché senza coltivare questo spirito di diocesanità diventiamo troppo ‘singoli’, troppo soli con il pericolo di diventare anche infecondi o con qualche… – diciamolo delicatamente – nervosismo, un po’ innervositi per non dire nevrotici, e così un po’ ‘zitelloni’. E’ il prete solo, che non ha quel rapporto con il corpo presbiterale”.

Mentre al clero cesenate aveva proposto maggiore attenzione ai giovani: “Tra quanti hanno più bisogno di sperimentare questo amore di Gesù, ci sono i giovani. Grazie a Dio, i giovani sono parte viva della Chiesa, la prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi li coinvolge direttamente, e possono comunicare ai coetanei la loro testimonianza: giovani apostoli dei giovani, come scrisse il beato Paolo VI nell’Esortazione apostolica ‘Evangelii nuntiandi’.

La Chiesa conta molto su di loro ed è consapevole delle loro grandi risorse, della loro attitudine al bene, al bello, alla libertà autentica e alla giustizia. Hanno bisogno di essere aiutati a scoprire i doni di cui il Signore li ha dotati, incoraggiati a non temere dinanzi alle grandi sfide del momento presente. Per questo incoraggio a incontrarli, ad ascoltarli, a camminare con loro, perché possano incontrare Cristo e il suo liberante messaggio di amore”.

Mentre alla popolazione ha ricordato che Cesena ha dato i ‘natali’ a due papi, Pio VI e Pio VII, esortandoli a riscoprire la ‘piazza’: “Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato.

Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione… E questo è nobile! Le vicende umane e storiche e la complessità dei problemi non permettono di risolvere tutto e subito. La bacchetta magica non funziona in politica”.

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