Il Sudan caccia i giovani profughi eritrei

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Il Sudan da oltre un mese sta effettuando arresti e rimpatri forzati di rifugiati e richiedenti asilo eritrei in aperta violazione del diritto internazionale accusandoli di ingresso illegale nel Paese, secondo quanto h confermato la rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per il Sudan, Elizabeth Tan, che ha protestato con il governo di Khartoum per le condizioni illegali di detenzione e preme per interrompere queste violazioni delle norme umanitarie internazionali.

Gli eritrei fuggono infatti da anni al ritmo di 5.000 da uno dei regimi più oppressivi del pianeta e dal servizio militare a vita che inizia a 17 anni per uomini e donne intrappolandoli in una forma di schiavitù. Chi fugge è considerato un disertore e, secondo l’associazione di dissidenti eritrei Hrce, chi viene rimpatriato a forza è incarcerato dalla dittatura da sei mesi a tre anni senza processo in tre lager militari, quello di Adersesr vicino al Sudan o in quelli di Adi-Abeto and Adi-Nefas all’Asmara.

La pena prevede il reintegro nell’esercito e l’assegnazione alle trincee al confine conteso con l’Etiopia. Inoltre padre Daniele Moschetti, il missionario comboniano che per 6 anni è stato nel Sud Sudan, ed ha appena pubblicato un libro (‘Sud Sudan: Il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità’, con un’introduzione di papa Francesco) sul dramma sud-sudanese, basato sulla sua esperienza di missionario nel Paese, ha affermato che il conflitto nel Paese è per il potere:

“E’ troppo semplice descrivere il conflitto nel Sud Sudan come esclusivamente etnico. La lotta per il potere, la corruzione, la pessima gestione della leadership militare, politica, delle risorse e la mancanza di libertà di base, sono situazioni reali che complicano fortemente il conflitto…

Le divisioni etniche sono rimaste una caratteristica costante della società sud sudanese per molti decenni. In passato, hanno indebolito la lotta per la liberazione e questo, è un fattore importante all’interno dell’attuale guerra civile. La ricca diversità etnica di questo bellissimo Paese dovrebbe essere causa di celebrazione, non di sofferenza”.

Anche i Comboniani hanno visto alcune delle loro missioni distrutte come quella di LominKajoKeji, nella provincia dell’Equatoria: “Caduta nelle mani dei ribelli prima e dei governativi poi. Saccheggiata e totalmente distrutta; una delle migliori missioni organizzate della nostra provincia sud sudanese e, collocata in quella che era la zona più fertile e pacifica degli ultimi anni ora messa a ferro e fuoco. I nostri confratelli e sorelle comboniane hanno deciso di seguire la gente che si è trasferita in massa nei campi di rifugiati in Uganda.

La vita là è veramente dura, non ci sono i servizi necessari per poter vivere ma nemmeno per sopravvivere. Quando si hanno milioni di rifugiati da gestire, il problema umanitario è grande per tutti. La speranza non è morta, continua a vivere dentro queste persone che lottano quotidianamente per sopravvivere con la voglia di riscatto e di ritornare un giorno alla loro terra”.

Inoltre l’associazione ‘Aiuto alla Chiesa che Soffre’ ha denunciato che “i bambini cristiani nei campi profughi sudanesi sono costretti a recitare le preghiere islamiche per ricevere il cibo”. Attualmente l’organizzazione stima che vi siano 700.000 cristiani sudsudanesi rifugiati in Sudan, la maggior parte dei quali alloggia nei campi profughi: “Sono confinati in quei luoghi, perché il governo non permette loro di andare più a nord e raggiungere le città”.

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