Famiglia: è scomparso Bruno Volpi, ‘inventore’ della condivisione nei condomini

Sabato 16 settembre è scomparso ad 80 anni Bruno Volpi, che inventò all’inizio degli anni ’80 la sperimentazione nella casa dei gesuiti a Villapizzone la ‘convivenza’ tra famiglie e gesuiti e la presentò al neo vescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini, che rispose che l’idea gli piaceva. La sua vita era così, come quando con la moglie Enrica, prima coppia di laici, partì missionario per l’Africa nel 1963.

Grazie all’aiuto di padre Silvano Fausti l’esperienza ‘condominiale’ si realizzò intorno a quattro parole che spesso rimangono vuote enunciazioni: apertura, solidarietà, accoglienza, condivisione. In questi decenni, Bruno Volpi e le tantissime famiglie che ne hanno seguito l’esempio, hanno saputo dimostrare che la rivoluzione del Vangelo si può realizzare e venne fondata anche un’associazione, ‘Mondo di Comunità e Famiglia’, che conta 35 comunità e 45 gruppi di condivisione in tutta Italia:

“Ma come fanno a non capire che non c’è modo più bello e più giusto per vivere insieme, famiglia accanto a famiglia, aiutandosi, sostenendosi nel lavoro, nella preghiera, negli impegni quotidiani?”. Da allora in Italia sono sorte altre realtà di comunione come la comunità ‘Il Sogno’, a Figline Valdarno; a Reggello è sorta in una canonica messa a disposizione dei padri Sacramentini… Ho conosciuto questo uomo a Berzano, nelle campagne tortonesi, grazie a mia moglie Michela, che era lecchese e frequentava la comunità di Villapizzone.

Nel sito c’è un racconto molto bello riguardo la nascita di quest’associazione: “Condividevamo con i nostri ospiti vita e lavoro… quello che bastava per mangiare, e tutti davano una mano come potevano. Eravamo una specie di ‘famiglia allargata’ dove tutti mettevano insieme quello che guadagnavano. Da lì è nata l’idea, che ancora oggi esiste nelle nostre comunità, della cassa comune in cui ciascuno mette tutto e da cui tutti prendono secondo le proprie necessità, con responsabilità e nel rispetto degli altri.

La prima comunità vera e propria è stata quella di Villapizzone. Eravamo ormai una ventina di persone, fra adulti e ragazzi, figli o affidati, e ci serviva una casa più grande. Abbiamo trovato questa cascina mezza diroccata, che il proprietario ci ha dato per sbarazzarsene e purché la ristrutturassimo. Abbiamo cominciato così”. Di conseguenza, conosciuta la mia futura moglie lecchese che frequentava Villapizzone, mi sono aggregato al gruppo di famiglie, che nel frattempo si era trasferita a Berzano nel Tortonese, frequentando un week end al mese questa vecchia masseria nella pianura piemontese, in cui vivevano in comunione alcune famiglie. Di quegli incontri restano appunti di racconti che ancora la memoria conserva:

“La scoperta è che una comunità diventa uno strumento formidabile di sostegno reciproco. Se vado in crisi, e prima o poi capiterà, c’è sempre qualcuno pronto a sorreggermi”. In questo percorso famigliare per Bruno Volpi era importante la condivisione di tutto, anche dei momenti di fragilità nella famiglia: “Condividere le proprie fragilità significa anche recuperare assieme le forze”.

E raccontava sempre l’esperienza di questa comunione di famiglie: “L’esperienza della comunità di Villapizzone era nata senza una progettazione previa, nella precarietà della ricerca di persone e famiglie, che nel vicinato e con il sostegno reciproco personale volevano trovare per le loro famiglie un modo di vivere in cui apertura, solidarietà, accoglienza e condivisione fossero alla base e quotidiani. Questo orizzonte di ricerca aveva un’altra base fondamentale, la diversità dei protagonisti: famiglie, padri gesuiti e persone che per vari motivi vivevano nelle famiglie (volontari, obiettori, ma anche persone che, semplicemente, avevano bisogno di famiglia)”.

Eppoi la sua vita ‘avventurosamente’ cattolica, insieme a sua moglie che lo sosteneva in ogni iniziativa: “Di giorno lavoravo in fabbrica, ero attivo con il sindacato, e la sera studiavo. Con l’Enrica, la mia fidanzata e poi moglie, frequentavamo la parrocchia, ma sentivamo la frustrazione di non riuscire a concretizzare i valori del Vangelo nella vita quotidiana… Eravamo dei sognatori, e a un certo punto, nel 1963, ci siamo fatti coraggio e abbiamo deciso di andare in Africa, con l’idea di fare i missionari laici.

Dopo un periodo di preparazione in Francia siamo partiti. L’intenzione era quella di restare due anni. Invece siamo rimasti 8 anni. Partiti in due, siamo tornati in sette”. E da geometra in Africa ha progettato conventi, scuole e case, con l’aiuto della diocesi. Eppoi esortava chiunque a sentirsi un ‘valore aggiunto’ per il proprio territorio: “E’ sul principio della solidarietà che si basa l’idea delle nostre famiglie di stringere un patto, anche economico”.

E sul lato economico ha sempre raccontato che la comunità di famiglie è sorta per imparare a vivere in maniera diversa: “La prima cosa da cui ci siamo liberati è stata l’assillo dei soldi. Ci siamo accorti che senza la preoccupazione di arrivare alla fine del mese si vive meglio, ci si accontenta del poco che si ha, si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Poi gli africani ci hanno insegnato molte altre cose”.

Non resta che chiudere i ricordi con una frase scritta nell’ultimo numero del foglio di collegamento ‘Metafore’: “La vita di comunità è come una barca a remi, dove tutti devono remare: quando si rema tutti assieme (e bisogna capire che occorre mettersi d’accordo e imparare a remare), la barca va spedita e prende il largo.

Tante volte succede che si rema scoordinati: la barca resta lì, gira magari attorno, non riesce a prendere la direzione e andare. Bisogna imparare a coordinarsi. Capita a volte che c’è chi remi contro: la barca allora balla, ti devi attaccare per non cadere. Ti rendi conto che sei nella stessa barca con altri e devi imparare a confrontarti, metterti d’accordo, cercare l’orizzonte per remare insieme”.

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