Una scuola per cittadini integrati?

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“Lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che ‘respingete’. Due anni fa lei mi intimidiva. Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non essere visto. Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia.

La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti ad un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla. Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è per viltà né eroismo. E’ solo per mancanza di prepotenza… La scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”: così scrivevano i ragazzi di don Milani nella ‘Lettera ad una professoressa’.

E dopo 50 anni la scuola deve ripensarsi su come intende educare all’integrazione tra studenti, come ha affermato lo scrittore Eraldo Affinati, autore del libro ‘Don Milani, l’uomo del futuro’, chiedendogli se la scuola educa all’integrazione: “La scuola può essere il luogo dell’integrazione dei nuovi italiani e soprattutto dei nuovi europei. E’ una battaglia difficile, perché gli attori sono sfide”.

Il possibile progetto di ridurre a 4 anni la frequenza scolastica risolve qualcosa?
“Non è una cosa rilevante. In questo momento ci sono cose più grandi come la sfida dell’integrazione; poi un altro punto fondamentale è la nomina dei dirigenti scolastici e realizzare l’autonomia; risolvere il problema della formazione degli insegnanti. Però prima del riordino dei cicli scolastici, toglierei il ‘peso’ burocratico…

Ecco di cosa dovremmo parlare quando parliamo di scuola: dei programmi da rinnovare anche alla luce delle nuove percezioni digitali; degli spazi che andrebbero ridisegnati; dei tempi di apprendimento tutti da ripensare; dei potenziali inespressi; di come è cambiata la testa dei nostri studenti; delle streghe del precetto, purtroppo ancora trionfanti in molti consigli di classe.

Dovremmo ragionare sulle domande legittime e su quelle che non si devono porre. Sulla speciale relazione umana che si realizza in aula, in mancanza della quale non si dovrebbe neppure iniziare a spiegare. Solo quando l’avremo fatto, potremo tornare a pensare al primo giorno di scuola come al più bello dell’anno”.

Un altro problema riguarda la mancanza del rapporto tra genitore ed insegnante: “Questo è uno scarto che non può essere risolto solo dalla scuola, ma anche i genitori devono partecipare alla vita dei loro figli”.

50 anni fa don Lorenzo Milani anticipava la scuola del futuro?
“Nel mio libro ho definito don Milani l’uomo del futuro, perché aveva capito, perché aveva capito tante cose che ancora oggi stentiamo a comprendere come l’uguaglianza nelle ‘posizioni di partenza’, il fatto che la qualità scolastica sia sotto il rapporto umano. Don Milani ha anticipato tante idee, tanti avvenimenti.

Oggi i ragazzi di Barbiana vengono dall’Africa, dal Medio Oriente. Don Lorenzo poteva immaginare che li avremmo accolti così? Sì, avrebbe potuto sospettarlo. Era l’uomo del futuro soprattutto perché aveva sognato una scuola che oggi stentiamo ancora a realizzare, ma cui non possiamo rinunciare. E’ la scuola del maestro che si mette in gioco e guarda negli occhi il suo scolaro. Uno a uno. Irrealizzabile? No, ho viaggiato molto nelle scuole italiane e tanti professori lavorano così”.

Allora, perché ancora non si segue il suo esempio?
“Perché lui era un profeta e noi non siamo ancora alla sua altezza. Però illuminando le buone pratiche che ci sono nella scuola, speriamo di poter realizzare qualcosa di lui”.

Ci può descrivere la scuola da lei fondata, ‘Penny Wirton’?
“Il tipo di insegnamento della lingua italiana agli stranieri che ho denominato ‘Scuola Penny Wirton’ in omaggio allo scrittore italiano Silvio D’Arzo (1920 – 1952) e al suo ragazzo in cerca di una personale dignità, si stacca dall’idea ufficiale di scuola: non prevede incombenze burocratiche di sorta, nemmeno la valutazione, che si traduce nella semplice approvazione dei progressi conseguiti in itinere;

non presuppone scadenze temporali né rigida programmazione; non richiede obbligo di frequenza né per i discenti né per i docenti; si limita a registrare ogni volta le presenze e le attività svolte singolarmente allo scopo di facilitare il proseguimento la volta successiva. Tutto questo è possibile eliminando l’idea base di classe e sostituendola con la relazione personale tra chi insegna e chi apprende”.

La sua esperienza con gli immigrati che cosa le ha insegnato?
“Mohamed mi ha regalato i suoi sorrisi. Hafiz mi ha fatto capire chi sono. Rashdur è come se tutti i giorni mi portasse a Dacca. Il piccolo Sharif, nelle braccia di sua madre, mi insegna cos’è la potenza umana, visto che suo padre, Khaliq, ex studente alla ‘Città dei Ragazzi’, è sopravvissuto alla terribile guerra civile scoppiata in Sierra Leone agli inizi degli anni ‘90”.

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