A L’Aquila il card. Bassetti ha aperto la porta della Perdonanza

Il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, ha aperto la festa della Perdonanza della città de L’Aquila, bussando per tre volte sulla Porta Santa: “La porta vera, quella attraverso la quale ognuno di noi deve e può passare per avere perdono e salvezza: Gesù Cristo. Egli è la porta gloriosa e santa che conduce al Padre, la porta sull’eternità!”.

E’ questo il fulcro della festa del perdono, voluta da Celestino V nel 1294 per il capoluogo d’Abruzzo. Al suo fianco sull’altare l’arcivescovo eletto di Ancona-Osimo, mons. Angelo Spina, il vescovo di Isernia-Venafro, mons. Camillo Cibotti, il pastore emerito della città, mons. Giuseppe Molinari, il nunzio apostolico emerito, mons. Orlando Antonini e l’arcivescovo de L’Aquila, mons. Giuseppe Petrocchi, che ha paragonato il perdono ‘a un fuoco virtuoso che brucia le scorie e il ciarpame che si depositano negli spazi della nostra interiorità’, rendendoci ‘liberi di pensare secondo il Vangelo e di rapportarci con una carità che sa fare il bene’.

Nell’omelia il card. Bassetti ha ricordato il significato evangelico della porta: “L’immagine centrale della celebrazione odierna, dinanzi alla basilica di Collemaggio, è la ‘porta’. La porta santa segna l’inizio della “Perdonanza” ma ci indica, soprattutto, la porta vera, quella attraverso la quale ognuno di noi deve e può passare per avere perdono e salvezza: Gesù Cristo. Egli è la porta gloriosa e santa che conduce al Padre, la porta sull’eternità!”

Il suo discorso ritorna sul terremoto in una città più volte colpita: “Con gioia sono venuto oggi in questa città colpita al cuore dal terremoto del 2009 e in questa Diocesi, nuovamente toccata dal sisma nel 2016. Questa mattina, nel corso di una breve visita nel centro storico, ho potuto vedere di persona le ferite ancora sanguinanti, che provocano un dolore profondo. Il dolore per la perdita dei propri amici e parenti.

Il dolore per una città colpita nelle sue strade, nei suoi edifici, nella sua identità. Voglio esprimere con semplicità, ma con sincera partecipazione, la vicinanza di tutta la Chiesa italiana alla popolazione de L’Aquila. E voglio pregare con voi, carissimi fratelli e sorelle, perché questa terra non possa mai perdere la speranza e, soprattutto, possa conoscere presto il giorno della sua completa risurrezione, superando lentezze e incertezze che producono ancora sofferenze.

Alla nostra preghiera associamo le vittime del recentissimo terremoto di Ischia, alle quali non deve mancare tutto il nostro affetto e la nostra concreta solidarietà. Un vivo ricordo anche delle popolazioni terremotate del Lazio e delle Marche che, a Dio piacendo, visiterò nei prossimi giorni, dopo essere stato più volte nella cara città di Norcia”.

Entrando nel merito della Perdonanza ha ricordato il grande merito di papa Celestino V, che ha voluto concedere un tempo di ‘perdono e speranza di un tempo nuovo’: “San Pietro Celestino, nei lunghi anni di silenziosa meditazione tra i monti dell’Abruzzo, cercò di appagare la sua ‘ricerca di Dio’. Tra intense preghiere e penitenze, egli volle inebriarsi della Sua luce e meglio capire il senso vero della vita umana: bella, come il cielo azzurro di questa terra; fragile come l’erba dei campi.

Quando venne eletto Papa, volle concedere una particolare indulgenza, oggi conosciuta come ‘La Perdonanza’, perché se ne potessero giovare quanti sono in vita, disposti al pentimento, e anche i defunti, i quali, uniti a noi nella comunione dei santi, beneficiano egualmente dell’Amore di Dio, che vuole tutti gli uomini salvi”.

Il perdono del Signore aiuta a varcare ‘la soglia del dolore e della morte’: “Anche noi siamo chiamati ad essere una comunità in ‘uscita’, che non si ferma sulla soglia. Gesù non ha mancato di aprire le proprie porte, anzi, le ha spalancate, in particolare in due modi. Il primo modo è la misericordia. Potremmo quasi dire che la porta del paradiso, chiusa a causa della disobbedienza di Adamo, si apre nel momento in cui Gesù perdona i peccati di coloro che si rivolgono a lui, ma soprattutto nel momento in cui Egli muore per i nostri peccati…

Il secondo modo in cui Cristo ha spalancato la porta agli altri è stato quando ha accolto i più bisognosi. Non solo i peccatori, ma gli ammalati e gli esclusi. Pensiamo ai lebbrosi, che allora erano banditi dalla società e non potevano varcare le porte delle città: Gesù, come leggiamo proprio all’inizio del vangelo di Marco, permette loro di essere accolti e integrati. La ‘Perdonanza’, potremmo dire, che Gesù ha messo in pratica, non si è configurata come una formula esteriore, ma si è attuata nelle opere”.

Ed ha concluso l’omelia con l’invito a non calpestare la vita umana: “Chiediamo la grazia di poter anche noi vivere la fede non solo a parole, ma seguendo la Parola che abbiamo ascoltato. Cristo, liberatore dai peccati, ci conceda di essere davvero ‘Chiesa in uscita’ e spalancare le porte del cuore, perché possiamo anche noi varcare, insieme ai più poveri, la porta della Sua misericordia.

Nei poveri, infatti, negli ‘sconfitti dalla vita’ e negli scarti della nostra società noi vediamo riflesso il volto di Cristo sulla Croce. E a questo proposito, mi sembra opportuno riaffermare il sacrosanto principio cristiano di salvaguardare sempre l’incalpestabile dignità di ogni persona umana a cui non si può mai negare una cura premurosa e un ricovero dignitoso. Sia che si tratti di cittadini italiani che di migranti. E questa tensione ad andare verso i poveri, come diceva La Pira, non avviene per motivi ideologici ma per un’ispirazione schiettamente evangelica”.

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